Fino a poche decine di anni fa si presentavano come una vasta distesa di deserto. Oggi l’orizzonte degli Emirati Arabi Uniti si sta facendo sempre più verticale. Con i grattacieli che spuntano dalla sabbia, le isole artificiali e le auto di lusso che sfrecciano per le strade, sono il Paese della ricchezza ostentata che nasconde però diverse contraddizioni. Centro economico, turistico e culturale in forte crescita, il Paese si mostra al mondo con le sue ambizioni ma è anche molto attento a non svelare alcune parti di sé che rimangono così nell’ombra.

Conosciuti con il nome di “Stati della tregua”, imposta a metà ‘800 dai britannici ad alcuni sceicchi che favorivano le attività piratesche, gli Emirati Arabi Uniti sono sorti nel 1971. Abu Dhabi, Dubai, Ajman, Fujaira, Sharja, Umm al Qaywayn: sono i sei emirati che, unendosi, hanno dato vita al Paese. Il settimo e ultimo emirato, Ras al Khaima, si è aggiunto un anno dopo, nel 1972. A guidare la monarchia assoluta federale, il Presidente (per consuetudine lo sceicco di Abu Dhabi) che esercita i suoi poteri con l’ausilio del vicepresidente e Primo ministro, lo sceicco di Dubai. Nel 2006 si sono tenute le prime “elezioni” nella storia del Paese: a eleggere il Consiglio Federale Nazionale meno di 7mila persone selezionate dagli emiri.

La ricchezza dell’oro nero

Prima della scoperta del petrolio, l’economia emiratina si basava sulla pesca e il commercio delle perle. L’attività, fonte di guadagno per la popolazione del Golfo Persico, ha iniziato a perdere importanza in seguito alla crisi del ’29 e alla coltivazione delle perle da parte del Giappone. La fine degli anni ’50 hanno segnato l’inizio dell’estrazione dell’oro nero. Ancora oggi la ricchezza degli Emirati Arabi uniti si basa su petrolio e gas naturale: tra i primi dieci al mondo per riserve di greggio, il Paese è membro dell’Opec dal 1967. Dagli attuali 3,2 milioni di barili al giorno, si passerà a cinque milioni nel 2030 grazie alla continua scoperta di nuovi giacimenti.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno però una delle economie più diversificate tra quelle degli Stati esportatori di petrolio. Un Paese lungimirante che ha saputo guardare lontano: se fino agli anni ’70 l’economia emiratina dipendeva per il 90% dagli idrocarburi, nel tempo la percentuale è calata. E la Vision 2021 lanciata dal primo ministro Sheikh Mohammed bin Rashid al Maktum mira a rendere ancora più indipendente l’economia del Paese dal petrolio. Istruzione, ambiente, sanità, giustizia, società e competitività sono i sei pilastri della Vision emiratina che, come indica il countdown sulla pagina ufficiale del progetto, ha poco più di due anni di tempo per essere messa in atto.

Paese di migranti

Indiani, pakistani, bengalesi, filippini: i lavoratori immigrati negli Emirati Arabi Uniti sono più di 8 milioni e rappresentano l’85% della popolazione. Nessun Paese al mondo ha una così alta percentuale di stranieri. La loro permanenza nel Paese è vincolata al contratto di lavoro e le paghe sono misere. “Per il sistema della Kafala, il datore di lavoro è responsabile di fronte alla legge della condotta penale del suo lavoratore”, ci spiega Cinzia Bianco, analista esperta di Paesi del Golfo Persico. “Questo porta però il datore a considerarsi il padrone del dipendente. Da qui, ad esempio, la confisca del passaporto del lavoratore come strumento di ricatto. Ciò avviene in tutti Paesi della regione. Dal 2017 è diventata illegale la partica di confisca del documento e sono state introdotte due proposte di legge per garantire alcuni diritti ai lavoratori. Il sistema della Kafala esiste ancora ma è in atto un processo per svuotarlo delle sue parti più estreme, come accade anche in Qatar”.

Una manodopera a basso costo che rappresenta la spina dorsale l’economia emiratina. Ma nel Paese dei petroldollari, dove il tasso di disoccupazione è inferiore al 4% e il Pil è pari a poco meno di 400 miliardi di euro, ci sono diverse categorie di lavoratori immigrati. Oltre alla manovalanza, ci sono gli expat, i lavoratori per lo più occidentali con ottime paghe.

Violazione di diritti

Nel Paese che vorrebbe essere un ponte verso l’Occidente le contraddizioni sono molteplici. Da una parte il lusso e i petroldollari, dall’altra la violazione dei diritti umani. “Non si può parlare di uguaglianza tra uomo e donna nella società, ma rispetto al resto della regione, le donne emiratine godono di sufficienti diritti e di uno status positivo”, spiega Cinzia Bianco.

“Nel Paese si profila però un atteggiamento molto restrittivo nei confronti di tutte quelle persone che vengono considerate problematiche dal punto di vista politico. Oltre al caso dell’imprenditore italiano Massimo Sacco, c’è la vicenda del giovane ricercatore britannico, Matthew Hedges arrestato e tenuto in solitaria per oltre cinque mesi con l’accusa di spionaggio. In realtà, la questione ruotava sulla sua ricerca di dottorato che trattava questioni strategiche per gli Emirati Arabi Uniti”.

Relazioni internazionali

“Dopo la Primavera araba, gli Emirati hanno assunto una posizione molto più rilevante nella geopolitica regionale del Medio Oriente – continua l’esperta -. Il Paese ha creato un’asse anti fratellanza musulmana, prima con l’Egitto di al Sisi e poi con Mohammad bis Salman in Arabia Saudita. Il blocco saudita-emiratino-egiziano agisce nei vari teatri regionali per perseguire i propri obiettivi e, grazie ad una grande disponibilità finanziaria, riesce ad avere un impatto sulle dinamiche politiche in tutta la regione”. Principale alleato degli Emirati è l’Arabia Saudita al fianco della quale combatte in Yemen e ha dichiarato guerra diplomatica e commerciale al Qatar.

“Protagonista da un punto di vista geopolitico, il Paese è diventato un attore importante per molti i partner globali dagli Stati Uniti all’Europa”, spiega Bianco. Nel 2017, gli Emirati hanno costituito il Consiglio del Soft Power (UAE Soft Power Council) per trasformare il Paese in un hub mondiale di arte, turismo, scienze ed economia. Ma gli Emirati sono anche presenti nella vita quotidiana occidentale, nello sport in particolare: il Manchester City è di proprietà dello sceicco di Dubai, Milan, Real Madrid e PSG sono sponsorizzate dalla compagnia Emirates che dà il nome anche allo stadio dell’Arsenal. Un modo per imporsi all’estero. Una strategia per diventare mediatori tra culture e mondi diversi.

Anche l’Italia ha legami con il Paese dello sceicco Khalifa bin Zayed al Nahyan. Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano infatti un mercato importante per l’export italiano. “Tra i due Paesi ci sono rapporti che non riguardano solo la sfera culturale, ma anche quella economico-commerciale – afferma Bianco -. In particolare, il nuovo focus dell’Eni nel Golfo arabo fa presagire anche a un approfondimento di questioni di discorso strategico. Dal punto di vista politico, l’Italia ha buoni rapporti con gli Emirati, ma ci sono anche delle questioni in cui prevalgono le divergenze. I governi italiani non hanno scommesso molto sui Paesi del Golfo. Con Monti e Renzi c’è stata una grande accelerata, ma l’attuale governo Conte ha posizioni contrastanti al suo interno. Per il futuro la tendenza sembra quella di voler intensificare il discorso politico”.

Convivenza pacifica negli Emirati

Ed è in questo quadro complicato che si sta svolgendo il viaggio di papa Francesco. Una visita storica visto che è la prima volta che un Pontefice calca la terra emiratina e molto attesa dalla comunità cristiana del Paese. Gli Emirati rappresentano un modello di coesistenza pacifica tra le religioni: la maggior parte della popolazione è musulmana e i cristiani sono rappresentati dai lavoratori stranieri che godono della libertà di culto e possono frequentare le Chiese del Paese.

“La visita del Papa si colloca in una rinnovata volontà politica da parte dell’autorità centrale di forzare la propria legittimità nei confronti della comunità cristiana – continua Cinzia Bianco -. L’autorità si è sempre rivolta soprattutto alla maggioranza sunnita di cittadini di origine emiratina, mentre i cristiani venivano trascurati. Si nota ora un cambiamento, un’intenzione a voler rilanciare il rapporto e il Papa può giocare un ruolo fondamentale”. Ma il viaggio del Pontefice è stato anche duramente criticato dalle organizzazioni umanitarie per il sospetto che il governo locale usi la visita per offrire un’immagine di sé lontana dalla realtà.

“Sono molte le contraddizioni interne al Paese – conclude Bianco -. E non si vede all’orizzonte nessuna volontà di ammorbidire questo atteggiamento. Come tutto ciò vada a sposarsi con i rapporti politici rimane un punto di domanda. Dal punto di vista emiratino sono questioni che vengono isolate dai rapporti internazionali, inclusi quelli con il Vaticano”.