Boris Johnson non è stato, nel corso della sua carriera, considerato un politico duramente anticinese, anzi: da sindaco di Londra l’attuale premier britannico ha gestito cordiali rapporti con investitori e rappresentanti istituzionali della Repubblica Popolare, da Ministro degli Esteri ha cercato un modus vivendi in forma decisamente più convinta di quanto fatto nei confronti di una Russia profondamente avversata, nei primi tempi da premier ha mostrato interesse a dialogare con il governo di Xi Jinping. Ma nel corso degli anni da capo del governo di Sua Maestà BoJo ha assunto una postura gradualmente più dura nei confronti di Pechino.

Sono ormai lontani i tempi in cui Johnson arrivava a scontrarsi con Donald Trump per il rifiuto di procedere a un bando completo di Huawei dalla rete 5G britannica: ora, nell’era di Joe Biden, il Regno Unito è partecipe ben coinvolto nella politica di contenimento anti-cinese promossa dagli Stati Uniti, diventata oramai strutturale. E passo dopo passo il primo ministro di Sua Maestà è diventato più realista del re. Più atlantista del numero uno della coalizione occidentale. Come a voler plasmare attorno alla sfida a Pechino i presupposti di una nuova relazione speciale che Londra ritiene vitale presupposto per coltivare la sua strategia della Global Britain, attore autonomo nel mondo multipolare. Trovatasi ad essere, in questi mesi, più occidentale che mai.

A Londra l’asse con Washington serve espressamente come perno e punto di riferimento. Quindi alla lunga l’allineamento tra Usa e Regno Unito è diventato totale. Nei mesi scorsi, in autunno, era arrivato l’annuncio del via libera britannico alla richiesta americana di fermare la presenza di Huawei nel 5G nazionale e l’ufficializzazione della scelta di rimuoverli dalla rete di ultima generazione nel Paese entro il 2027. Il Financial Times ha dato conto dei piani del governo per evitare che questo crei un contraccolpo alla connettività nel Paese segnalando i piani di British Telecom per cablare entro il 2028 il 90% del territorio nazionale con la rete di ultima generazione operando una funzione di supplenza alle tecnologie cinesi, con un investimento da 10 miliardi di sterline, e lasciando il 10% residuo alla compagnia di Internet via satellite OneWeb. Una mossa questa funzionale a dare un segnale agli operatori intenzionati a muoversi nel settore delle tlc britanniche, sottolineando la sua indipendenza dalla Cina, e aprire con 10 miliardi di investimenti la competizione con il duo Virgin Media-O2. Sfida che a Downing Street benedicono, essendo la tecnologia in campo a controllo nazionale.

Nel 2020 il segretario agli Esteri Dominic Raab aveva detto che era finita l’era del “business as usual” con Pechino. Nei confronti della quale potrebbe essere assestata un’altra offensiva nel caso in cui Londra scegliesse di estendere il bano dal 5G ai progetti per le nuove centrali nucleari come quella di Bradwell-on-Sea in Essex. China General Nuclear, società della Repubblica Popolare, era interessata all’azione e ai programmi legati a un accordo del 2015 tra l’allora premier David Cameron e Xi.

Un reattore cinese avrebbe dovuto essere installato a Bradwell da Cgn, a cui inoltre è stato garantito il possesso del 20% della quota del reattore C di Sidewell, prima che ragioni securitarie portassero Londra a ridurre l’esposizione e a mettere nel congelatore il processo. Nell’attuale fase di grande tensione securitaria la presenza di un reattore di tecnologia cinese a 50 km da Londra è vista come una minaccia per la sicurezza nazionale e un potenziale sgarbo agli Usa.

Ma la forma più scenografica con cui BoJo ha fino ad ora proposto il contenimento di Pechino è la lunga crociera della portaerei Queen Elizabeth II che l’ha condotta a toccare i mari più caldi nel mondo dal Mediterraneo all’Indo-Pacifico assieme al suo gruppo navale, prima di partecipare a operazioni di pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale. Una sfida aperta a Pechino talmente conclamata da apparire eccessiva perfino al segretario alla Difesa Usa Lloyd Austin, che ha invitato Londra e gli alleati europei a guardare le spalle agli Usa lasciando a loro la prima linea. Londra si vuole mostrare indispensabile agli occhi degli Stati Uniti in questa fase per rilanciare la relazione speciale. Ma in prospettiva lo sfoggio di allineamento rischia di degenerare in eccesso di zelo, diminuendo la credibilità britannica agli occhi di Washington. Quel che è certo è che la Global Britain nasce molto simile al vecchio concetto strategico che vedeva un Regno Unito marittimo dialogare a viso aperto con gli Usa. E anche questa volta in prospettiva le posizioni di riferimento sono quelle Usa. Nell’attuale gerarchia delle potenze non poteva essere altrimenti.