L’avvicinamento alle elezioni legislative che si terranno il prossimo 25 luglio in Pakistan sembra aver creato un vero e proprio trampolino di lancio per diversi movimenti radicali. Gruppi militanti legati ad organizzazioni terroristiche, infatti, sono pronti a partecipare al voto in programma il prossimo mese. Lo faranno in modo individuale o appoggiando altri partiti.
Tra questi movimenti troviamo anche il Milli Muslim League (Mml), ramificazione di Jamat-ud-Dawa (Jud), guidata dal leader di Lashkar-e-Taiba Hafiz Saeed, inserito nella lista nera degli Stati Uniti. Un altro è il Tehreek-e-Labbaik Pakistan, che porta l’eredità di Mumtaz Qadri, una guardia di sicurezza dell’ex governatore del Punjab Salman Taseer, ucciso nel 2011 proprio dal suo agente di scorta dopo che aveva richiesto di modificare la legge sulla blasfemia. Qadri, che è stato impiccato nel 2016, è poi diventato un simbolo per gli integralisti islamici del Paese.
Un nuovo gruppo è Ahl-e-Sunnat-Wal-Jamaat (Aswj), considerato il volto pulito del Pakistan Sipah-e-Sahaba, movimento radicale che, come riporta Asia Times, è “responsabile del genocidio della minoranza musulmana sciita”. Un’altra organizzazione bandita, Tehreek-i-Jafria Pakistan (Tjp), si è registrata alla Commissione elettorale del Paese (Ecp) come Islami Tehreek Pakistan e parteciperà sia alle elezioni provinciali che a quelle nazionali.
Preoccupazione dei principali partiti
I principali partiti politici del Paese sono preoccupati per il crescente coinvolgimento degli estremisti nella politica nazionale. Proprio per questo, nel corso di un incontro con la commissione elettorale che si è tenuto il mese scorso, hanno chiesto che i gruppi terroristici riconosciuti non fossero ammessi alle elezioni.
Ma l’Ecp sembra impotente e incapace di fermare l’integrazione politica di queste organizzazioni radicali che, sempre secondo quanto riferisce Asia Times, “potrebbero avere il sostegno di elementi dello Stato pakistano”.
A quanto pare, scrive Umair Jamal su The Diplomat, “lo stato ritiene che i gruppi radicali, che hanno deciso di non attaccare direttamente l’apparato statale, debbano avere uno spazio politico nel Paese”. Questo, aggiunge, “non promette nulla di buono per le forze politiche tradizionali”.