Fra Stati Uniti e Sud America non c’è mai stato rispetto reciproco: nonostante la relativa vicinanza, abitanti e politici dei Paesi al di sotto del Texas non hanno mai visto di buon grado il capitalismo e la ricchezza ostentati degli Uas.

Il rapporto è sempre stato tenuto in vita da motivazioni economiche, dato che in numerosi stati di Centro e Sud America è il dollaro la valuta di riferimento per importazioni ed esportazioni. Negli ultimi anni Barack Obama, con i suoi modi gentili e un profilo moderno e inclusivo, era riuscito nonostante tutto a farsi ben volere anche in quelle zone, ma l’arrivo di Donald Trump ha di nuovo riportato alla ribalta i vecchi rancori.

Questa volta però, sembra che le nazioni dell’America latina abbiano trovato un nuovo alleato che li sta spingendo lontano dalla “dipendenza” dagli States: la Cina.

Subito dopo la rielezione di Nicolas Maduro in Venezuela, Donald Trump ha emesso delle sanzioni contro il Paese sudamericano. L’atto era quasi dovuto, dato che il voto è stato contestato e messo in discussione in ogni angolo del mondo.

“L’elezione del Venezuela è stata una finzione, un voto né libero né equo – ha scritto in un comunicato il vicepresidente americano Mike Pence – il risultato illegittimo di questo processo falso è un ulteriore colpo per l’orgogliosa tradizione democratica del Venezuela. Ogni giorno, migliaia di venezuelani fuggono dall’oppressione brutale e dalla povertà opprimente. Gli Stati Uniti non staranno a guardare mentre il Venezuela crolla e la miseria delle persone coraggiose continua”.

I rapporti col Venezuela erano incrinati già dai tempi di Chavez, ma l’influenza degli Stati Uniti si sta perdendo anche in nazioni sudamericane considerate fino a poco tempo fa seguaci della bandiera a stelle e strisce. A Panama, l’ambasciatore americano John Feeley si è dimesso per disaccordi con la presidenza Trump lasciando un vuoto nel paese centroamericano più importante per il suo prezioso canale.

“Trump è come un velociraptor – ha detto Feeley al New Yorker – deve essere il capo e se non gli mostri devozione, lui ti uccide. La prima volta che l’ho visto mi ha chiesto se il suo hotel fosse ancora l’edificio più alto di Panama City”.

L’ex diplomatico ha anche parlato dei problemi creati dalle parole del presidente: “I panamensi e i cittadini dell’America Latina in generale credono che Trump e i suoi funzionari non abbiano alcun interesse nella regione, se non quello di bloccare i messicani alla frontiera e attaccare Cuba e Venezuela”.

Parole non lontane dalla verità, dato che finora Trump non ha quasi mai parlato dell’America Latina per le sue risorse ed ha anche rinunciato di recente a un viaggio nella zona. “Eppure abbiamo molte cose in comune – ha aggiunto Feeley parlando di Usa e Sud America – vicinanza, commercio e valori giudaico-cristiani, ma al momento sembra che ciò non interessi a nessuno”.

Lontano da Washington però la distanza creatasi non è passata inosservata e, come spiega l’ex ambasciatore, c’è una nuova potenza pronta a fare il suo ingresso. “Mentre gli Stati Uniti si sono ritirati dall’America Latina, l’influenza della Cina è cresciuta. Dal 2005, le banche collegate a Pechino hanno stanziato oltre centocinquanta miliardi di dollari in prestiti alla regione. In meno di due decenni, il commercio tra Cina e America Latina è aumentato di ventisette volte”.

Feeley ha detto che ha cercato di allertare Washington per l’invasione della Cina, ma la nuova amministrazione era chiaramente disinteressata alla regione. Gli Usa dovranno sbrigarsi a trovare delle contromosse: l’entrata della Colombia nella Nato è già un primo passo, ma il distacco potrebbe arrivare con i paesi meno ricchi e sviluppati. La Cina è pronta a ripetere nel Sud America quanto fatto in Africa e questo può cambiare gli equilibri economici mondiali nei prossimi decenni. Il disinteresse di Trump non farà che aumentare questa divisione, ma il rischio è che in futuro i problemi non siano limitati solo alle parole di un ex ambasciatore.

Articolo di Andrea Indiano