La Tunisia ha visto una nuova ondata di proteste contro le misure di austerità implementate ad inizio gennaio in seguito agli accordi presi con le istituzioni finanziarie del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale. Sono state varate delle leggi che prevedono la privatizzazione dei servizi pubblici, l’aumento delle tasse e la liberalizzazione del mercato a garanzia dei piani concordati con il Fmi a fronte dei prestiti erogati nel 2016. Questo ha portato i tunisini a scendere in piazza per protestare contro il declino della loro condizione economica, avvenuta specialmente dopo la rivoluzione dei gelsomini avvenuta nel 2011. Fino ad ora ci sono stati circa 850 arresti e un morto.

Nonostante la Tunisia sia l’unico Paese del Nord Africa ad essere sopravvissuto alla primavera araba riuscendo ad introdurre delle riforme democratiche, l’instabilità politica ha dato alle istituzioni finanziarie internazionali un’opportunità per offrire dei prestiti con il pretesto di fare crescere il Pil del Paese.

Ma i dettagli di questi accordi presi con il Fmi e la Banca mondiale, in realtà, non si conoscono bene. “Non si sa quasi nulla delle condizioni previste negli accordi con queste istituzioni; quello che si trova nei documenti che vengono resi pubblici non specifica, per esempio, dove sono finiti i soldi dati nei prestiti”, dice Belil, un ragazzo che lavora in politica e che chiede l’anonimato a Gli occhi della guerra. Spiega che la corruzione nel governo non prevede che i fondi siano investiti adeguatamente nell’economia del Paese e aggiunge che anche il partito islamista di Ennahda, eletto come protesta alla corruzione del regime di Ben Ali, e che ora governa in una coalizione con quello più laico del vecchio regime del partito Nidaa Tounes, è corrotto. “Quelli di Ennahda vengono dal basso, ma per salire dove sono ora sono diventati corrotti anche loro”.

Un esempio perfetto del cattivo uso dei prestiti delle istituzioni finanziare internazionali è il caso dello scarico tossico creato con i prestiti della Banca mondiale nel villaggio di Borj Chakir, nella periferia di Tunisi. Una volta riconosciuto per i suoi campi di uliveti, Borj Chakir è diventato uno scarico fuori controllo per i rifiuti tossici di tutta l’area di Tunisi. Alcuni degli abitanti del villaggio hanno sviluppato malattie cardiovascolari, malattie della pelle o sono morti da tumori che loro dicono essere causati dalla tossicità nell’aria, nel cibo e nell’acqua. Il governo ha promesso che l’impianto sarebbe stato cambiato e la Banca mondiale ha ribadito che sta al governo rispettare le normative. Il problema è che lo scarico ha continuato a funzionare per anni: “Le istituzioni finanziarie se ne fregano della corruzione del governo”, spiega Belil. “L’importante è avere un ritorno sui prestiti”.

“Le autorità locali sono fragili a causa dei sistemi di finanza internazionali e non hanno più modo di prendere le decisioni per i cittadini che rappresentano. Il potere è stato delocalizzato dal basso verso l’alto”, ci dice Sabra Chraifa, un’analista che lavora all’organizzazione non-governativa Monitoraggio dell’Economia Tunisina. “La logica della precarietà sul lavoro, della privatizzazione dei servizi pubblici e della liberalizzazione dell’economia è la stessa logica che viene imposta dalla Troika sui Paesi Mediterranei dell’Unione europea”.

“Sin dalla rivoluzione la situazione economica del Paese è peggiorata, le privatizzazioni auspicate delle istituzioni finanziarie c’erano anche sotto il vecchio regime di Ben Ali, ma non a questi livelli”, spiega Belil. “Le istituzioni di finanza internazionale sta distruggendo il popolo tunisino”, aggiunge Seba. “La rivoluzione era basata sulla libertà e la dignità, e ora ci troviamo ancora nel 2018 al degrado economico per via della dipendenza totale dalla finanzia internazionale”.

Seba ci spiega come queste proteste non sono paragonabili a quelle della “Rivoluzione dei gelsomini” del 2011, ma che le ricordano le “Proteste del pane” nel 1984. La rivoluzione del 2011 era causata da una voglia di democrazia da un lato, e dal radicalismo islamico da un altro. L’attuale protesta è invece determinata da carenze economiche. L’età media dei manifestanti è tra i 16 ed i 25 anni. Difficilmente  questa protesta sarà rimossa con le repressione poliziesca. “Forse svanirà per un po’, ma poi si riprenderà. È ciclico. Abbiamo un programma di organizzarci per il futuro. Dobbiamo strutturarci in maniera più efficace contro questo fenomeno”. “Secondo me le proteste continueranno perché la situazione non è sostenibile”, ha aggiunto Belil. Gli occhi della guerra ha contattato il governo tunisino per un commento ma senza alcuna risposta.

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