Durante la manifestazione che si è tenuta ieri a Daye, nella zona meridionale di Beirut, il segretario di Hezbollah Hassan Nasrallah ha espresso la vicinanza del Partito di Dio ai palestinesi che in questi giorni stanno manifestando contro la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Una posizione che non stupisce, dato che Hezbollah non ha mai riconosciuto lo Stato ebraico. Ma dove nasce il sostegno del movimento sciita alla causa palestinese?

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Un anziano e una bambina in fuga dalla Palestina nel 1948

I legami tra la comunità sciita libanese e quella palestinese sono molto antiche e risalgono a ben prima del 1948 ovvero l’anno della fondazione di Israele, che viene definito “nakba”, ovvero catastrofe dagli arabi. Scrive Marco Di Donato in Hezbollah: storia del Partito di Dio: “In quel periodo storico le esportazioni di lana e tabacco, prodotti provenienti dal sud del Libano, trovavano nel porto commerciale di Haifa, e non in quello di Beirut, la loro principale destinazione”. La lira palestinese era inoltre ovunque nel Jabal Amil, ovvero la zona meridionale del Libano.

Dopo la creazione dello Stato di Israele sono più di 120mila i palestinesi che abbandonano le loro terre per trovare rifugio nel Paese dei cedri. In quegli stessi anni, le truppe della settima brigata dell’Haganah conquistano i villaggi libanesi di Abel El Kmech, Tarbikha, Salha, Kadas, El Malkié, El Nabi Youchaa e Houmin. Palestinesi e sciiti si trovano così uniti in unico destino.

La rivoluzione di Khomeini

Il primo febbraio del 1979, Ruhollah Khomeini atterra all’aeroporto di Teheran. Come scrive Alberto Negri ne Il Turbante e la corona, quello è il giorno “più importante della sua vita”. Ma non solo. È uno dei momenti più importante dell’Iran e di tutta la regione. La predicazione dell’ayatollah è tutta incentrata sugli oppressi, i “mostazafin”, ovvero coloro che sono perseguitati. I diseredati. E chi, nell’ottica dell’islam sciita, è più diseredato dei palestinesi? Nell’ottica di Khomenei, “la rivoluzione islamica farà molto di più che liberare dall’oppressione e dall’imperialismo: creerà un nuovo tipo di essere umano”.

Utopie e ideali a parte, la rivoluzione iraniana riesce nel suo intento. Khomeini prende il potere e il suo messaggio si diffonde in tutto il Medio Oriente. C’è voglia di riscatto e la comunità sciita vede in questa rivolta una possibilità. Un modo di pensare e di vivere che, poco alla volta, viene esportato nella regione, in particolare in Libano e in Iraq, dove avevano già iniziato a predicare Musa al Sadr – che poi fonderà Amal, da cui nascerà Hezbollah – e Baqir al Sadr.

Musa al Sadr e gli sciiti libanesi

Musa al Sadr, in particolare, dedicò tutta la sua vita al riscatto della popolazione sciita in Libano che, negli anni ’60 e ’70, si trovava pesantemente penalizzata, in particolare nel sud. Ma è in seguito a quella che il mondo arabo chiama “naksa”, la “ricaduta” dopo la Guerra dei Sei giorni, che Sadr unisce il destino degli sciiti libanesi a quello dei palestinesi, creando un’alleanza tra “coloro i quali sono stati deprivati all’interno della loro terra natale e coloro i quali sono privati della loro terra natale”, come scrive Marco Di Donato in Hezbollah: storia del Partito di Dio.  Ma l’appoggio di Sadr ai palestinesi non era incondizionato, come nota Fouad Ajami: “Egli si posizionò, o provò a farlo, fra la popolazione maronita che si opponeva alla presenza di palestinesi armati nel Paese e quella sunnita che offriva ai palestinesi tutto il suo sostegno”. 

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L’ayatollah Khomeini a Neauphle-le-Château (foto scattata tra il 5 ottobre del 1978 e il 31 gennaio del 1979)

Khomeini parlò in più occasioni di Israele. In un discorso tenuto il 7 giugno del 1967, ovvero il giorno dopo l’inizio della Guerra dei Sei giorni, l’ayatollah dettò la linea che gli Stati musulmani avrebbero dovuto tenere con lo Stato ebraico: “Ho più volte messo in guardia i governi, il governo iraniano, in particolare, contro Israele e i suoi pericolosi mercenari. Questa fonte di corruzione, che è stata collocata nel cuore dei Paesi islamici con il sostegno di grandi potenze e le sue radici di corruzione, minaccia giorno dopo giorno i Paesi islamici. Questa sorgente deve essere debellata grazie agli sforzi delle nazioni islamiche e la grande nazione musulmana”. L’ayatollah spiegava poi che ogni forma di collaborazione con Israele doveva considerarsi “haram”, ovvero proibita: “Le relazioni con Israele ed i suoi mercenari, sia i rapporti commerciali che politici sono vietati; i musulmani dovrebbero evitare l’uso o l’acquisto di merci israeliane”.

Queste parole plasmeranno poi anche la dottrina degli Hezbollah libanesi che vedevano, e vedono, Israele come un’entità aliena al Medio Oriente. Un’entità che deve essere combattuta ad ogni costo, come ha detto più volte il capo del Partito di Dio Hassan Nasrallah.

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Una sostenitrice di Hezbollah espone un manifesto che ritrae il segretario del Partito di Dio Hassan Nasrallah

La decisione di Donald Trump di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme avvicina ancora di più la causa sciita a quella libanese e mette i Paesi musulmani di fronte a un bivio: con chi stare? 

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