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L’intervista del Capo di Stato maggiore israeliano, Gadi Eisenkot, a un quotidiano saudita sancisce l’asse di ferro tra i due Stati in funzione anti-Iran. Non una novità, quanto una formalizzazione dell’esistente.

Il generale ha dettagliato la completa convergenza tra i due Stati contro Teheran, spiegando che Tel Aviv è “pronta a condividere informazioni di intelligence” con Ryad.

In altre parole l’asse non comporta un’alleanza militare automatica tra i due Paesi. Così Tel Aviv si smarca dagli avventurismi del giovane principe ereditario saudita Mohamed bin Salman, che vorrebbe trascinare Israele in un conflitto diretto contro l’Iran, iniziando con l’attaccare Hezbollah.

Ryad pagherebbe molto profumatamente Tel Aviv per averla al suo fianco, stante che le purghe che in questi giorni hanno portato in carcere i reali sauditi (vedi Piccolenote) hanno fruttato al suo promotore, il principe Mohamed, trilioni di dollari.

Ma nell’intervista, il generale ha specificato che al momento Tel Aviv vuole evitare una guerra contro il movimento sciita Hezbollah.

Secondo quanto scrive Debkafile, sito che ha fonti nell’intelligence israeliana, Riyad dovrebbe prendere tale affermazione “come la risposta di Israele al piano del principe Mohamed”.

“Tanti miliardi di dollari non convinceranno Israele a inviare il suo esercito a combattere una guerra se non nel suo interesse nazionale diretto”. Probabile che il cenno di Debkafile sottenda che il principe ha già avanzato la proposta indecente alle autorità israeliane, ottenendo un rifiuto.

Ciò che preoccupa Tel Aviv, ha specificato il generale nell’intervista, è la realizzazione di due mezzelune sciite, percepite come una minaccia esistenziale da ambedue i Paesi.

La prima è quella che va dall’Iran al Libano passando per Iraq e Siria, conseguenza della vittoria di Teheran nella guerra regionale scatenata in questi Paesi dagli americani e dai sauditi (e loro alleati).

La seconda, non realizzata, sarebbe quella che va dallo Yemen al Bahrein, che darebbe all’Iran il controllo del mar Rosso. In Yemen, infatti, la coalizione a guida saudita sta conducendo una feroce guerra contro gli sciiti Houti, sostenuti da Teheran.

Mentre in Bahrein, il cui sovrano è stretto alleato di Ryad, la presenza di una maggioranza sciita (il 70% della popolazione) non lascia tranquilli i sauditi, stante che in passato questi si sono ribellati ai padroni del regno (2011-14, una rivolta repressa con ferocia, ignorata dai media).

Mentre la vittoria sulla (asserita) mezzaluna sciita che insiste sul mar Rosso sembra alla portata dei sauditi e dei loro alleati israeliani, non è così per l’altra mezzaluna sciita, stante che gli iraniani e i loro alleati al momento non sembrano intenzionati ad abbandonare le posizioni conquistate in questi anni di dure battaglie contro jihadisti, al Qaeda e Isis.

Non solo l’Iran, anche Hezbollah è dilagato ben oltre i confini del Libano, e ora controlla aree a ridosso di Israele, strappate ai tagliagole jihadisti.

Per Israele tale situazione è “una minaccia strategica” che non può essere accettata. Da tempo, infatti, le autorità israeliane chiedono che Hezbollah e gli iraniani si ritirino da tali zone e soprattutto dai propri confini. Richiesta che finora non ha trovato risposta.

Interessante sul punto quanto riferisce un articolo di Debkafile, che spiega come l’Iran abbia ormai 13 basi stabili in Siria, situazione che rende “irrealistica” la richiesta di un suo ritiro.

Così il contenimento della mezzaluna sciita in tale area sarà oggetto di lunga e faticosa controversia.

Resta che Israele ad oggi sa che non può attaccare i suoi nemici regionali senza subire perdite (vedi Piccolenote). Così è probabile che si vada avanti con un conflitto a bassa intensità, non scevro da rischi: incidenti o avventurismo potrebbero infiammarlo.

C’è un altro aspetto di questo confronto non accennato dal generale e che pure è di importanza capitale. La mezzaluna sciita ha consegnato a Teheran uno sbocco sul Mediterraneo, cosa che le conferisce notevoli vantaggi.

Sotto tanti punti di vista, la guerra per il Mediterraneo è ancora più importante della guerra per il mar Rosso. Da qui l’importanza per Israele di un contenimento di Hezbollah in Libano, dal momento che è proprio la presenza del movimento sciita che garantisce a Teheran lo sbocco nel Mare Nostrum.

Se queste sono le aree e i motivi di attrito delle tre potenze regionali, resta che se Israele può contare sul supporto americano, l’asse sciita può giovarsi del supporto non solo della Russia, ma anche della Turchia, che dopo l’aggressione saudita al Qatar (suo stretto alleato), si è sganciata decisamente del campo Nato e guarda verso Mosca.

Il 22 novembre i rappresentati di Iran e Turchia si incontreranno a Sochi con Vladimir Putin. Probabile che, oltre che negoziare sulla Siria, tale sede serva a rinsaldare l’asse contrapposto a quello saudita-israeliano.

Detto questo, va tenuto presente che i russi non vogliono affatto rompere con Tel Aviv e vorranno conservare quel ruolo bipartisan sulle contese regionali che ha contraddistinto finora la loro politica mediorientale.

Nessuno dei due assi oggi può sperare di vincere senza subire danni. Così sul Medio Oriente spirano venti gelidi, da Guerra Fredda. Che purtroppo Fredda non è, dal momento che l’asse saudita-israeliano non accetta la situazione che si è creata al termine delle guerre contro l’Isis e spera di ribaltarla.

Ci vorrebbe una Yalta mediorientale, che assicuri ai due schieramenti la sicurezza necessaria e blocchi la conflittualità permanente, o almeno la contenga in limiti che le impediscano di tracimare.

Ad oggi non si vede tale possibilità, stante che l’asse saudita-israeliano è convinto che l’appoggio degli Stati Uniti farebbe pendere la bilancia a loro favore, azzerando i rischi connessi a un conflitto di grandi proporzioni.

Ma nei mesi a venire Israele potrebbe convincersi che un accordo potrebbe essere più vantaggioso di una guerra. Questa consapevolezza potrebbe favorire una soluzione in stile Yalta, anche se non formalizzata.

Ad oggi è solo una mera ipotesi, ovvio. Non resta che attendere e sperare che siano scongiurate nuove disastrose avventure. A quanto pare anche l’apparato difensivo israeliano vuole evitarle, almeno a stare all’intervista del generale Eisenkot. 

Interessante sul punto, quanto riferisce Karim Bitar, dell’Istituto per gli affari internazionali e strategici di Parigi. In un articolo per Haaretz, pur accennando a una “combinazione di fattori inquietanti”, non ultima l’impulsività del principe saudita, ha spiegato che per ben due volte in passato Riyad aveva contato sull’azione militare israeliana: la prima volta voleva che colpisse i siti nucleari iraniani, mentre in seguito ha sperato che intervenisse contro le forze di Assad. “Entrambe le volte è stata delusa”.