Premessa. Sono le linee di approvvigionamento, le disposizioni e la logistica che determinano la vittoria o la sconfitta in un conflitto su larga scala. Certo, quasi nessuno crede davvero che la Russia possa attaccare uno paese della NATO, ma molti nell’Alleanza sono convinti che solo una deterrenza militare credibile impedirà a Putin di esercitare una pressione politica sui paesi più orientali come l’Estonia, la Lituania e la Lettonia.

Tra due settimane i leader militari della NATO si riuniranno a Bruxelles per affrontare le riforme dei comandi e consentire una rapida distribuzione delle forze in Europa in caso di guerra (ipotesi più che remota) con la Russia. Si valuterà l’istituzione di due nuovi comandi. Il primo con sede negli Usa sarà responsabile della protezione delle rotte di transito via mare. Il secondo con sede in Germani o Polonia avrà come area di pertinenza la protezione delle linee di approvvigionamento in tutta Europa. L’obiettivo è consentire alla forza militare di muoversi liberamente nel teatro europeo. Dal 1952 al 2003, la NATO ha mantenuto un comando specifico dedicato esclusivamente al trasporto delle forniture militari in Europa. Oltre a migliorare la consapevolezza nel riconoscere una crisi emergente e nell’incrementare l’aspetto decisionale su come fronteggiarla, la velocità di reazione resta fondamentale. L’esercitazione Saber Guardian che si è svolta lo scorso luglio in Romania, Bulgaria ed Ungheria e che ha coinvolto 25.000 soldati provenienti da 30 nazioni partner ed alleate, ha sottolineato i problemi con la libertà di movimento delle forze NATO provenienti da tutta Europa alla regione del Mar Nero. Gli Stati Uniti spingono per zona militare di Schengen che permetterebbe ad un convoglio militare di muoversi liberamente in tutta Europa. La Convenzione di Schengen definisce le condizioni di applicazione e le garanzie inerenti all’attuazione della libera circolazione nell’Unione Europea. In base alla cooperazione rafforzata dei 26 paesi firmatari, gli europei possono viaggiare senza un passaporto, grazie all’apertura delle frontiere. Una zona militare di Schengen darebbe ai leader politici molta più flessibilità così da inviare in tempi brevi un chiaro messaggio all’aggressore. Il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, supporta la zona militare di Schengen.

Nella nota ufficiale della NATO si legge che “gli alleati stanno adattando le rispettive legislazioni nazionale per consentire agli equipaggiamenti militari di transitare velocemente dalle frontiere e lavorando al miglioramento delle infrastrutture nazionali”.

“Le sfide alla sicurezza in rapida evoluzione implicano nuove richieste al nostro comando. I lavori sono in corso per garantire che la struttura di comando dell’Alleanza rimanga robusta, agile e adatta allo scopo. La NATO sta compiendo progressi, ma non siamo ancora soddisfatti. Ci occupiamo prioritariamente della mobilità militare”.

Ritornare in Europa: le difficoltà logistiche

Dall’inizio delle implementazioni della brigata corazzate ed aerea in Europa iniziate lo scorso gennaio, l’esercito statunitense ha compiuto progressi (anche se le lacune restano) sulle strutture viarie nei paesi vicini al confine russo. Tuttavia il comandante di Eucom, il generale Ben Hodges, ha fin da subito lamentato flessibilità nello spostamento rapido delle truppe che, attualmente, deve rispondere a precisi requisiti legali che variano da stato a stato.

“Credo sia una cosa relativamente semplice da realizzare. Se la leadership europea capisse l’importanza, non dovrebbe essere così difficile istituire una zona militare di Schengen. Polonia, Lituania e Lettonia hanno già emanato leggi interne. Altri paesi sono ancora riluttanti. Quando i paesi parlano di soddisfare l’impegno della soglia del 2% del PIL per la difesa, mi aspetto che investano anche sulla rete viaria per spostare rapidamente le truppe in caso di crisi. Lamentiamo libertà di movimento sia dal punto di vista burocratico che infrastrutturale. Non c’è abbastanza capacità ferroviaria per le forze americane, tedesche, polacche e britanniche o per la forza di risposta rapida della Nato. Una zona militare di Schengen consentirebbe alle forze militari di muoversi rapidamente dalla Germania alla Polonia, Lituania o Romania attraverso la Repubblica Ceca. Un conflitto è improbabile, ma i russi rispettano solo la forza e disprezzano la debolezza. Ammetto di essere stato ingenuo nell’aver creduto nell’immediata apertura delle frontiere per le truppe militare dei paesi Nato ed UE. Ma i Ministeri della Difesa non sono responsabili delle frontiere ed ogni volta sono necessarie autorizzazioni specifiche”.

La rete viaria della NATO

La brigata corazzata completa statunitense inviata in Europa lo scorso gennaio è un messaggio al mondo sulla capacità degli Stati Uniti di rafforzare celermente le linee del fronte. Tuttavia, le difficoltà logistiche incontrate nelle fasi iniziali sono state notevoli. Il Pentagono paga l’inesperienza del personale nel confrontarsi in un contesto che aveva quasi del tutto abbandonato dopo la fine della guerra fredda. La versione M1A2 del principale carro armato degli Stati Uniti raggiunge un peso di 62 tonnellate. Peso che potrebbe aumentare in presenza di kit di sopravvivenza aggiuntivi. Le infrastrutture europee, la maggior parte di esse, non sono in grado di reggere tale peso limitando il transito in tratti ben identificati e noti, certamente anche ad una fazione ostile. E’ un problema che riguarda l’intero sistema viario europeo, con particolare riferimento ai collegamenti con i paesi della NATO che facevano parte dell’ex Unione Sovietica. Il Pentagono manca di informazioni sufficientemente dettagliate sulle infrastrutture nelle aree che un tempo facevano parte del blocco sovietico, ora nella Nato. Lo scorso gennaio, l’esercito statunitense mancava di punti di riferimento in Polonia, Romania, Ungheria e specialmente negli Stati Baltici. Paradossalmente, all’entrata nella Nato dei nuovi paesi membri, non è seguita alcuna rilevazione aggiornata della rete viaria per scopi militari. Dall’United States European Command rilevano la necessità di una maggiore copertura di intelligence per la speed of recognition delle truppe russe.

I dogmi della NATO

L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord è stata concepita per supportare logisticamente la presenza in Europa degli Stati Uniti. Parliamo di una strategia che proviene direttamente dalla guerra fredda. La Nato era un’alleanza con un unico scopo: proteggere l’Europa occidentale da una invasione sovietica. La struttura di base della Nato non è cambiata dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. E’ semplicemente cresciuta fino ad includere gli ex stati satelliti sovietici e gli Stati baltici. Il motivo dietro l’espansione era quello di inglobare questi paesi nel quadro del sistema di difesa occidentale, al fine di dare loro fiducia nella loro indipendenza, così da contribuire a sostenere lo sviluppo delle democrazie. La Germania ad esempio. Durante la guerra fredda aveva in servizio circa 2400 carri armati Leopard di tutte le versioni (oggi 225). Le divisioni pesanti tedesche erano specificatamente progettate per gli scontri nelle pianure della Germania settentrionale. Avrebbero dovuto, in caso di conflitto con Mosca, arginare l’avanzata dei corazzati dell’Unione Sovietica, in attesa dei rinforzi statunitensi. Poiché la componente principale della difesa in Europa si basava sulla pianificazione, durante la guerra fredda si svolgevano esercitazioni in grado di trasferire fino a cinquantamila soldati statunitensi attraverso l’Atlantico in pochissime ore (tralasciamo in questo frangente gli aspetti prettamente logistici come quelli viari nei paesi dell’ex Patto di Varsavia). Durante la guerra fredda, la tedesca Deutsche Bahn manteneva migliaia di vagoni ferroviari disponibili per il trasporto della potente Bundeswehr. Con il crollo dell’Unione Sovietica, Stati Uniti, Regno Unito e Francia incoraggiarono le nazioni europee a costruire forze orientate verso missioni di proiezione come in Afghanistan, con l’invio di truppe lontane dai confini nazionali. Convogliando i fondi in questa direzione, la spesa militare interna divenne opzionale. L’Europa di oggi non sta lottando per riprendersi dalla seconda guerra mondiale, mentre le sue capacità militari complessive dovrebbero essere alla stregua degli Stati Uniti. L’area di responsabilità della Nato è principalmente focalizzata sull’Europa, ma non vi sono guerre (nel senso stretto del termine) in questa zona. Dal 1985 al 1989, i membri europei dell’Alleanza investirono una media del 3,3 per cento del PIL per la Difesa. Dal 1990 al 1994 la spesa si ridusse al 2,7 per cento. Nel periodo tra il 1995 ed il 1999, la spesa scese al 2,2 %, fino ad arrivare all’1,9 % tra il 2000 ed il 2004. Entro il 2009, la media scese all’1,7 % per arrivare al punto basso dell’ 1,45 per cento nel 2015. L’intervento russo in Ucraina avrebbe dovuto innescare un’inversione di tendenza per la Nato, ma la costante preoccupazione espressa dai paesi membri dell’Alleanza non si è riflessa nella spesa per la Difesa.

100 miliardi di dollari l’anno

Se tutti i paesi della Nato (Stati Uniti esclusi ovviamente) raggiungessero il 2% del loro prodotto interno lordo per la difesa l’investimento sarebbe di 100 miliardi di dollari l’anno. I livelli di spesa derivano direttamente dalle decisioni politiche e dal processo di traduzione degli ingressi fiscali nella spesa militare. Se si sommasse l’ipotetica soglia raggiunta con l’investimento degli Stati Uniti, pari a 251 miliardi di dollari, la Nato investirebbe nella spesa militare 365 miliardi di dollari. Conti alla mano, se Germania, Italia, Canada, Spagna e Paesi Bassi raggiungessero il 2 per cento del PIL per la difesa, la Nato toccherebbe un livello di spesa di 80 miliardi di dollari. Se Berlino si impegnasse ad investire il 2 per cento del PIL, aggiungerebbe 30 miliardi di dollari nella difesa europea, una larga fetta dell’obiettivo fissato. La Germania assegna solo l’1,2 per cento del PIL alla difesa e gran parte del suo bilancio è ripartito per il personale. I più importanti e ricchi paesi della Nato sono troppo piccoli o economicamente deboli per avere un effetto sul saldo finale della difesa europea, mentre saranno proprio le scelte della Germania ad essere determinanti per capire la futura capacità dell’Allenza. L’Italia, nel 2016, ha investito nella spesa militare l’1,11% del PIL.

Prepararsi ad una guerra tradizionale (che non ci sarà)

La Russia e la Nato non si lanceranno nella terza guerra mondiale poiché diversi asset garantiscono la distruzione mutua assicurata. È la certezza delle distruzione mutua assicurata ad aver impedito, fino ad oggi, una crisi nucleare che non avrebbe vincitori. Se la Russia dovesse invadere l’Europa (ipotesi più che remota), le attuali forze della NATO potrebbe fare poco o nulla. Diciamo nulla. I wargame della RAND vanno dal disastro all’annientamento delle attuali forze dell’Alleanza nelle prime fasi della guerra. L’Alleanza e gli Stati Uniti per non perdere l’Europa ed arginare l’avanzata negli Stati Baltici, non avrebbero altra scelta che lanciare un attacco nucleare, con conseguenze fatali per un conflitto che diverrebbe globale. La Nato avrebbe a disposizione soltanto poche opzioni, tutte pessime.

Tuttavia la NATO dovrà lavorare per essere in grado di rafforzare rapidamente un alleato in caso di attacco o sostenere la deterrenza in tempo di pace. Qualunque sia la natura o la durata delle operazioni, nei prossimi anni la NATO dovrà, in base alla sua postura strategica, garantire tali capacità. Da rilevare che tali linee sono state stilate lo scorso febbraio. Logisticamente la NATO dovrà essere in grado di supportare una ipotetica e remota guerra convenzionale e tradizionale con la Russia. La storia è un organismo ciclico. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la necessità di difendere il territorio nazionale e l’Alleanza sembrava una reliquia della guerra fredda. L’idea di una guerra in Europa era inimmaginabile. Nel 2014, dietro richieste degli Stati Baltici e della Polonia, si stabilisce l’Enhanced Forward Presence strutturata su quattro battaglioni per una forza complessiva di quattromila soldati in rotazione. Militarmente irrilevante, è ritenuto un chiaro messaggio rivolto alla Russia. La mossa a est ha anche messo a nudo le debolezze dell’Alleanza, prima tra tutte l’attuale struttura di comando e controllo.

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