Nel maggio del 2016 Masrour Barzani, responsabile per il Comitato per la Sicurezza del Kurdistan (KRSC), in un lungo editoriale sul Washington Post, spiegava il fallimento dello Stato iracheno e l’incapacità di quest’ultimo di difendere la sua stessa popolazione. Già in quell’editoriale, si anticipava la volontà delle autorità della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, di percorre, attraverso un referendum, la strada verso l’indipendenza da Baghdad. Per capire ciò che sta accadendo in Medio Oriente abbiamo intervistato Rezan Kader, Alto Rappresentante del Governo Regionale del Kurdistan.
Secondo lei perché soltanto a pochi giorni dal 25 settembre si è manifestata in maniera così netta la contrarietà da parte di tutti i Paesi confinanti con la regione del Kurdistan iracheno oltreché delle autorità di Baghdad?
Perché non credevano che saremmo arrivati fino in fondo. Hanno tentato fino all’ultimo, soprattutto attraverso pressioni internazionali, di posticipare la data del referendum. Fortunatamente ha prevalso la volontà di un intero popolo, la volontà di potersi finalmente esprimere e decidere in maniera democratica. Il 92,7% dei votanti è stato molto chiaro al riguardo.
Si ha la sensazione che una volta sconfitto l’Isis, contro il quale i Peshmerga hanno svolto sin da subito un ruolo determinante, i vecchi conflitti che caratterizzavano queste regioni prima dell’avvento del Califfato stiano riemergendo. In Siria assistiamo alla riproposizione dello scontro tra Israele e Iran e in Iraq, il tema dell’indipendenza dei curdi sembra tornare ancora una volta in discussione così come tutte le incognite circa la capacità delle istituzioni irachene di poter esser realmente rappresentative di tutte le comunità. Insomma sembra proprio che una volta che l’Isis sarà sconfitto del tutto, le criticità e le contraddizioni dell’Iraq post Saddam Hussein potranno riesplodere?
È ormai chiaro a tutti chi è il principale responsabile dell’avanzata jihadista in Iraq. Il rifiuto di al-Maliki di farsi da parte e di cercare un compromesso con le componenti sunnite e kurde e le sue politiche individuali, frutto di maggioranze parlamentari non rappresentative di tutte le componenti irachene, hanno portato il paese nel caos. Qualcuno ci ha chiesto perché abbiamo deciso di indire questo referendum? Baghdad non rispetta la Costituzione, anzi è colpevole di numerose e ripetute violazioni. Una su tutte, il mancato riconoscimento della figura dei Peshmerga, del loro salario e degli approvvigionamenti necessari. Invece, al contrario, in appena due ore, il parlamento iracheno ha approvato un emendamento in favore delle milizie sciite Hash d shabi. L’Iraq che abbiamo contribuito a costruire dopo la caduta di Saddam Hussein, ispirato ad un modello federalista, non si è avverato. Se il Governo di Baghdad continuerà a governare in questo modo, purtroppo, tutte queste criticità saranno destinate a rimanere.
Alcuni osservatori mettono in evidenza come sia gli Stati Uniti, sia l’Onu, l’Europa ma soprattutto Turchia ed Iran, oltre ovviamente le autorità centrali irachene, stiano mettendo in discussione questo referendum. Solo Israele in questo momento sembra condividere il percorso intrapreso dalle autorità di Erbil. Che cosa dobbiamo attenderci nei prossimi giorni, anche alla luce della netta affermazione di coloro che sostengono l’indipendenza del Kurdistan iracheno, e che cosa avete fatto in queste settimane per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana e mondiale?
Questo referendum ha scatenato una serie di tensioni infondate sia tra i nostri vicini che nella comunità internazionale, e ovviamente ha inasprito i rapporti con Baghdad. All’indomani del referendum, il governo centrale ha approvato ben 14 emendamenti contro il Governo Regionale del Kurdistan, tra cui la chiusura delle frontiere e dello spazio aereo, un vero e proprio embargo, una condanna per tutto il popolo Kurdo. Come più volte ha dichiarato il Presidente Barzani, non è mai stata nostra intenzione proclamare l’indipendenza dopo la chiusura dei seggi. Il popolo kurdo desidera far comprendere a Baghdad e ai paesi confinanti il desiderio di uno stato indipendente, dopo aver dimostrato, da 25 anni, di essere un fattore di stabilità e pace nella regione e che intende rimanere tale.
Pensa che sia ancora possibile un negoziato pacifico con Ankara, Teheran e Baghdad circa la futura indipendenza del Kurdistan iracheno o crede che Turchia e Iran temano un effetto domino da parte delle minoranze curde che vivono in questi paesi?
Assolutamente sì, è sempre possibile un negoziato pacifico. È questo che chiediamo alla comunità internazionale: di aiutarci ad instaurare con Baghdad un dialogo costruttivo al fine di raggiungere una decisione comune. Ricordo che quando è stato creato il Governo Regionale del Kurdistan, gli stessi vicini esprimevano perplessità e preoccupazione, sul fatto che questa nuova entità potesse provocare un effetto sulle altre minoranze kurde. I 25 anni passati hanno dimostrato che queste preoccupazioni erano infondate, e di più abbiamo instaurato con Iran e Turchia dei buoni rapporti e siamo diventati importanti partner commerciali. Abbiamo anche giocato un ruolo decisivo nel processo di pacificazione tra il Governo di Erdogan e il PKK. Credo vivamente che riusciremo a risolvere tutti gli attriti e a fugare ogni dubbio e perplessità.
In Siria sembra che lo stesso Assad sia disposto a concedere alcune forme di autonomia nelle aree a maggioranza curda. Ritiene concreta la possibilità di una prossima ed ulteriore trasformazione dei confini nel Medio Oriente?
Assolutamente non credo che sia possibile ciò. Per quanto ci riguarda non abbiamo alcuna intenzione di uscire fuori dai nostri confini. Ogni parte kurda deve risolvere i problemi direttamente con il proprio governo nazionale, come stiamo cercando di fare noi in Iraq. Auguriamo ai nostri fratelli siriani di riuscire ad ottenere quel grado di autonomia che dal 1992 noi stiamo difendendo con tutte le nostre forze ma, ripeto, i nostri confini nazionali rimango gli stessi. Sia il Presidente Barzani che il Primo Ministro Nechirwan Barzani, prima e dopo il referendum, hanno ribadito più di una volta e rassicurato che, questo referendum, non porterà mai ad una trasformazione dei confini in Medio Oriente.