È fatto noto e acclarato che i semi della parabola fulminea e funerea di Adolf Hitler siano stati gettati inconsapevolmente a Versailles nel 1919, quando le potenze vincitrici scaricarono su una comatosa Germania l’intero (e antistorico) peso dello scoppio della Grande Guerra. Privata dell’impero coloniale, derubata di porzioni significative e strategiche del proprio territorio europeo, coartata al pagamento di riparazioni bancarottesche e sottoposta ad altri supplizi, la nazione tedesca, alcuni anni più tardi, avrebbe cercato la rivalsa cedendo alle lusinghe del nazismo e venendo rapita dal carisma travolgente del suo facondo Führer.

Eletto al cancellierato nel 1933, Hitler avrebbe fatto del Judenhass il motivo conduttore dell’esistenza propria e della nuova Germania, che, nei suoi sogni, avrebbe dovuto durare un millennio. L’epopea nazista non avrebbe superato i dodici anni, perché sepolta dalla Seconda guerra mondiale, ma quel breve tempo le sarebbe bastato per cambiare per sempre il corso della storia dei popoli e delle relazioni internazionali.

Passano gli anni, ma la domanda che tormenta gli storici rimane la stessa: la terrifica ascesa di Hitler avrebbe potuto essere predetta dai suoi contemporanei? Probabilmente sì. Perché nel 1933 i tedeschi non elessero un volto nuovo della politica, ma il regista di un tentato colpo di Stato, il celebre Putsch della birreria (Bürgerbräu-Putsch) del 1923, e l’autore di un corposo e dettagliato manifesto politico, il Mein Kampf. Ma prima ancora che il giovane Hitler si dedicasse al golpismo e alla scrittura, qualcosa di profetico accadde nella turbolenta Germania di Weimar. Un presagio funesto di ciò che sarebbe successo nella decade successiva: l’assassinio di Walther Rathenau.

Rathenau, il patriota incompreso

Walther Rathenau nacque a Berlino il 29 settembre 1867 da Emil Rathenau e Mathilde Nachmann. Il padre, Emil, era uno dei più noti imprenditori elettromeccanici dell’epoca – fondatore dell’AEG, gigante mondiale della metalmeccanica e dell’elettronica attivo fino al 1996 –, nonché uno dei più ricchi ed influenti ebrei di Germania.

Vani i tentativi di Emil di iniziare Walther agli affari di famiglia e allevarlo al culto degli antenati (l’ebraismo): terminato il ciclo di studi universitari, centrati sulle scienze e sulla fisica, e dedicati alcuni anni all’internazionalizzazione dell’ascendente marchio AEG, il giovane Rathenau si sarebbe dato alla politica, sua vera e grande passione, coerentemente con il credo laico e patriottico manifestato sin dalla giovinezza.

Entrato nelle stanze dei bottoni agli albori della grande guerra, ovvero nell’estate 1914, Rathenau avrebbe fatto il possibile per evitare la disfatta dell’impero tedesco. Sua fu, ad esempio, l’idea di istituire il KRA (acronimo di Kriegsrohstoffabteilung), un dipartimento del ministero della Guerra adibito all’immagazzinamento preventivo dei beni a rischio embargo, al reperimento nell’estero vicino di materiale utile alla produzione bellica, allo stabilimento dei prezzi dei beni-chiave per le industrie strategiche e alla supervisione della produzione di beni succedanei.

Come è noto, Berlino perse il conflitto, ma gli sforzi di Rathenau furono ricompensati dalla dirigenza della neonata Repubblica di Weimar. Dapprima avvicinato dalle alte sfere per suggerimenti in merito alla formulazione di una politica economica che potesse soddisfare simultaneamente le esigenze interne (la distruzione dell’apparato produttivo) e quelle esterne (i danni di guerra), in seguito gli sarebbe stato afffidato il fascicolo più sensibile: lo stabilimento di rapporti segreti con l’Unione Sovietica ai fini del riarmamento e dell’apertura ad Est del mercato tedesco.

Sullo sfondo del coinvolgimento negli affari di Stato, Rathenau avrebbe lavorato per conto proprio all’efficientamento della realtà imprenditoriale tedesca, da lui ritenuta poco propensa all’innovazione e debole in fatto di internazionalizzazione, fondando la Lega per l’industria nel 1919.

Patriottico, più che nazionalista, Rathenau fu tra i fondatori del Partito Democratico Tedesco (DDP, Deutsche Demokratische Partei), dal quale si sarebbe presto allontanato, e figurò nell’elenco dei “grandi preoccupati” per il destino della Germania, secondo lui diretta, causa guerra e malagestione del postguerra, verso una progressiva e deleteria estremizzazione in blocchi contrapposti.

L’assassinio

L’omicidio di Rathenau non sarebbe maturato nel contesto della tremenda crisi economico-finanziaria della Repubblica di Weimar – i cui vertici, tra l’altro, non ascoltarono i suggerimenti proposti dall’uomo in materia di ristrutturazione del mercato interno e ripensamento del modus operandi del sistema produttivo nazionale in direzione della razionalizzazione dei processi e della socializzazione dei mezzi di produzione –, ma in quello dell’albeggiante e germinale sottobosco nazista, composto da una miriade di sette fratellanze paramassoniche, società segrete e organizzazioni politiche.

Investito dal governo del prestigioso titolo di capo del ministero degli Esteri, il 16 aprile 1922, dopo un anno di trattative sottobanco, Rathenau riuscì a posare la prima pietra del patto tedesco-sovietico: il trattato di Rapallo. Vero e proprio capolavoro dell’arte diplomatica, il trattato avrebbe permesso a Berlino, in cambio della rinuncia ad ogni richiesta di indennizzo di guerra e di risarcimento per gli espropri effettuati dai comunisti, di raggiungere tre importanti obiettivi:

  • L’allontanamento dalla condizione di isolamento a livello internazionale a mezzo dello stabilimento di relazioni bilaterali ufficiali con l’Unione Sovietica.
  • L’appianamento, anche se superficiale e temporaneo, della crisi economica attraverso l’agganciamento del mercato tedesco a quello sovietico: complementari per natura ed egualmente bisognosi di boccate d’aria.
  • L’avvio di un’ascosa rimilitarizzazione sul territorio sovietico, lontana dagli occhi indiscreti delle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale e inclusiva della possibilità di effettuare sperimentazioni belliche e ottenere tecnologia militare.

L’ultimo punto, accuratamente eliminato dalla versione presentata al pubblico, si sarebbe rivelato determinante negli anni a venire, come dimostrato dalla rapida corsa alle armi della Germania nazista. I posteri avrebbero ringraziato Rathenau per il trattato di Rapallo, ma una parte dei contemporanei, letto il contenuto – privo del punto numero tre – e avendo a mente le origini del ministro, gli avrebbe assegnato un significato squisitamente negativo, ritenendolo l’evidenza lapalissiana di un complotto giudaico-bolscevico teso alla sottomissione del popolo tedesco al comunismo.

Il trattato di Rapallo sarebbe costato la vita a Rathenau, il patriota incompreso. Il 24 giugno, a poco più di due mesi dalla firma del documento, il ministro degli esteri tedesco fu ucciso nel corso di un agguato a colpi di mitra e granate condotto da Ernst Werner Techow, Erwin Kern e Hermann Fischer. La verità emerse rapidamente: i tre avevano ricevuto l’ordine di uccidere da un gruppo terroristico noto come Organizzazione Consul (Organisation Consul), che solo un anno prima aveva rivendicato l’omicidio del ministro delle finanze Matthias Erzberger.

Poco si sa di questa organizzazione terroristica, a parte che fosse ferocemente giudeofobica, che fosse composta principalmente da reduci di guerra e che anelasse a trascinare la nazione nel caos attraverso gli omicidi di personalità prominenti della politica. L’obiettivo dell’Organizzazione Consul, sostengono gli storici, sarebbe stato quello di gettare la Germania nella guerra civile e profittare delle violenze per consumare un colpo di Stato. Non avrebbero mai raggiunto il loro scopo, perché rapidamente sgominati all’indomani dell’omicidio di Rathenau, ma dieci anni più tardi qualcun altro avrebbe raccolto il loro scettro, utilizzando lo stesso repertorio propagandistico – dai Protocolli dei Savi di Sion al complotto giudaico-bolscevico – ed una violenza persino maggiore: Adolf Hitler.

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