Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE
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Fino a pochi anni fa l’economia dell’America latina dipendeva dagli Stati Uniti, oggi chi invece domina in quella parte di mondo è Pechino. Nel 2014, con 20 miliardi di euro tra prestiti ed investimenti, è stata la Cina a salvare da un altro possibile default l’Argentina che, non a caso, molti analisti allora ribattezzarono ArgenChina. E se oggi l’economia disastrata del Venezuela regge ancora – nonostante un’inflazione oltre il 1000% annuo ed un bolivar, la moneta locale, che non vale più nulla – mediazione del Vaticano delle ultime settimane a parte, il merito è tutto dei 16 prestiti da 60 miliardi di dollari concessi da Pechino a Caracas nel recente passato. La Cina ha dunque superato di slancio gli Stati Uniti come primo partner commerciale dell’America latina da almeno 4 anni ma non è tutto oro ciò che luccica perché, come già successo con Washington in passato, tanto business significa a queste latitudini anche tanti problemi, soprattutto sociali ed ambientali.

Oggi le grandi opere di Pechino in America latina sono decine – dalla costruzione futura di una mega-ferrovia che taglia in due l’Amazzonia collegando Brasile e Perù al canale del Nicaragua con annessa deviazione di interi fiumi e l’attraversamento del lago più grande dell’America centrale i cui lavori, invece, sono già iniziati e dovrebbero concludersi entro il 2020 – tutte ad altissimo impatto ambientale e, quasi sempre, le vittime predestinate sono indigeni, pescatori e campesinos, malmenati ogni qual volta scendono in strada per far valere i loro diritti. A volte anche uccisi, come nel caso di José Tendetza, leader indigeno della tribù degli Shuar che da millenni vive nella Cordigliera del Condor, così si chiama la zona più a sud dell’Amazzonia ecuadoriana.“Da qui mi porteranno via solo morto” ripeteva sovente lui, sfregandosi le mani solcate dai calli che solo il duro lavoro di chi coltiva la terra può mostrare con orgoglio, quasi a voler scacciare via le minacce che questo indigeno minuto ha ricevuto per anni ma, purtroppo, non è servito a nulla. Il suo corpo senza vita è stato infatti trovato mercoledì 31 novembre 2014, con le mani ed i piedi legati nelle acque del fiume Zamora, poco distante da dove viveva. Prima i suoi killer gli hanno bruciato il raccolto, poi gli hanno messo casa sottosopra, alla fine lo hanno ucciso dopo averlo barbaramente torturato, proprio com’era già successo nel 2009 a Bosco Wisum e, nel 2013, a Freddy Taish, suoi due compagni di battaglie per la difesa dell’ambiente.[Best_Wordpress_Gallery id=”353″ gal_title=”Argentina”]Da tempo José era diventato il nemico pubblico numero uno del progetto “El Mirador” con cui l’Ecuador del presidente Rafael Correa nel 2012 ha dato in concessione al governo cinese 1822 Km2 per costruire una serie di miniere a cielo aperto. Il problema è che questa enorme estensione geografica coincide con la Cordigliera del Condor, ovvero il territorio su cui vivono da millenni gli Shuar, la seconda etnia indigena dell’Ecuador. Dietro lo schermo di un nome nazionale, quello di Ecuacorriente, a beneficiare della maxi concessione che fa gridare allo scandalo gli ambientalisti, in realtà si cela la multinazionale CRCC-Tongguan Investments, di proprietà al 100% dello stato cinese oltre che la più grande impresa al mondo nel settore delle costruzioni per quanto concerne il fatturato. “Sono stati loro ad uccidere Tendetza” assicurano gli Shuar, “di certo è stato qualcuno mandato da loro e non i due membri della nostra etnia arrestati senza prove dal governo dell’Ecuador”, rafforza il concetto Carlos, fratello più giovane di José, stesso sguardo profondo, occhi neri, viso squadrato. Adesso è lui il predestinato a guidare la lotta per difendere la “madre terra” degli Shuar.Prima dell’invasione cinese erano quasi tutte statunitensi le multinazionali responsabili dei disastri ambientali in America latina, basti pensare ai danni provocati dall’allora Texaco, oggi Chevron, tra gli anni 60 ed 80 proprio in Ecuador, nella regione petrolifera di Lago Agrio. Danni per i quali è in corso una battaglia legale con annessa richiesta di danni miliardari da parte del governo di Quito alla multinazionale Usa. Oggi, invece, ai danni delle corporations occidentali, si sono aggiunti con gli interessi – dal Nicaragua sino alla Patagonia – quelli delle multinazionali di Pechino, favorite da una dipendenza economica che è andata aumentando nel corso degli anni nei confronti del colosso asiatico per i paesi della regione. L’Ecuador, ad esempio, secondo i dati raccolti dal Financial Times deve oltre 12 miliardi di euro alla Cina che ha ormai superato di slancio gli Stati Uniti come primo partner commerciale dell’America latina.Anche per far fronte ai tanti debiti verso Pechino, il presidente Correa è venuto meno ad una promessa che aveva fatto alla comunità internazionale, Onu in primis, consentendo alle trivelle cinesi di China National Petroleum Corp. e China Petroleum and Chemical Corp. di entrare in un paradiso in terra come il parco dello Yasuní, la principale culla della biodiversità del pianeta, in piena Amazzonia ecuadoriana. Che a causa dell’oro nero del suo sottosuolo negli ultimi due anni è stata tagliata in due da una strada la cui esistenza viene ridicolmente negata dalle autorità del paese sudamericano, nonostante le immagini aeree di Google Maps e quelle girate a suo rischio e pericolo dalla video-reporter Nina Bigalke, che ha anche raccolto le testimonianze dei professori Massimo De Marchi e Francesco Ferrarese, entrambi geografi dell’Università di Padova e massimi esperti dello Yasuní.LEGGI ANCHE: Nella valle della mortePer non dire della centrale idroelettrica di Belo Monte, stato del Parà, nell’Amazzonia brasiliana ed i cui KW sono distribuiti, ça va sans dire, dalla compagnia statale cinese State Grid, la maggiore al mondo del settore. Siamo sulle sponde del fiume Xingu, uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni ma, soprattutto, in una delle aree più sensibili del mondo, dal punto di vista socioambientale, dove indios e pescatori che vivono lungo gli oltre mille Km dello Xingu dipendono totalmente dal fiume per la loro sopravvivenza. “Quando il governo brasiliano propose di costruire qui la terza centrale idroelettrica più grande del mondo – spiega il procuratore della repubblica Thais Santi – l’allerta che lanciammo fu che questa era una regione in cui la presenza statale era quasi assente”. Persino l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) aveva chiesto (nel 2011) “al Brasile di abbandonare” il progetto della colossale diga per i danni enormi provocati dall’allagamento di oltre 500 Kmq – tanto per capirci tre volte la superficie di Milano – di terre degli indios Paquiçamba, il trasferimento forzato di 50mila persone e l’alterazione permanente dell’ecosistema originale. Tutto inutile, l’allora governo dell’ex guerrigliera Dilma Vana Rousseff accusò l’OEA di “grave ingerenza negli affari interni” e continuò i lavori, costati oltre 16 miliardi di euro e così, da un anno, Belo Monte ha cominciato a produrre energia, provocando danni enormi sulla pesca e la vita di migliaia di persone mentre la cinese State Grid, che ha uno storico di violazione dei diritti umani da far invidia ad Al Capone, ora sta pensando a costruire una seconda mega-centrale amazzonica in quel di São Luiz do Tapajós, l’ennesimo progetto “monstre” destinato ad uccidere un altro pezzetto del “polmone verde” del mondo.

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