“Non abbiate paura, non abbiate paura, siamo qui tutti insieme”. È lo slogan che riecheggia da tre giorni, dal 28 dicembre, per le strade di Tehran e dell’Iran. Il 28 dicembre 2025 il valore del rial ha toccato i minimi storici, scatenando un’ondata nefasta su un Paese già in crisi. Domenica, per comprare un dollaro americano, ci volevano 1,4 milioni di rial. Per un Euro, 1,7. E gli iraniani, ancora una volta, sono scesi in piazza. Come avevano fatto nel 2009, nel 2019 e nel 2022. Ma questa volta, le motivazioni sono diverse. E diverso potrebbe essere l’impatto dei disordini.

La piazza è piena
I primi a riempire le strade sono stati i negozianti della capitale: Il Grand Bazar (bazar-e Bozorg) e il Tajrish bazar insieme ad alcuni centri commerciali della zona di Jomhouri, sono stati i primi ad abbassare le serrande. In particolare, si sono mobilitati i negozianti i cui affari sono direttamente collegati alle importazioni, come telefonia e oggetti tecnologici: perché se oggi compri della merce da vendere, domani quella merce potrebbe non valere più nulla, o valere drammaticamente meno. Nel giro di poche ore la protesta si è estesa alle maggiori città del paese. Shiraz, Esfahan, Tabriz, e ai manifestanti si sono aggiunti studenti e persone di ogni estrazione.
Tra slogan contro la Repubblica Islamica e altri per il ritorno dei Pahlavi, al terzo giorno di proteste i commercianti compivano un passo finora inedito: prime vittime dell’inflazione, accusati spesso di speculare sui prezzi, ora sembrano voler rompere definitivamente l’alleanza con le istituzioni, segnando una rottura storica tra i commercianti conservatori e uno Stato accusato di sacrificare i propri mezzi di sussistenza per i missili e le spese per la sicurezza.
Anche in questo caso, come nel 2022, le Università sono state teatro di scontri: alla rinomata Sharif, l’università più esclusiva d’Iran, accanto alla torre Azadi di Tehran, diversi studenti cantavano “né Gaza né il Libano, la mia vita per l’Iran” e “Il futuro dell’Iran appartiene ai suoi giovani”.
All’università Amirkabir, sempre a Tehran, mentre in tanti ripetevano “morte al dittatore”, uno studente è rimasto gravemente ferito ed è stato trasportato in ospedale dopo che le forze paramilitari Basij dell’IRGC hanno attaccato alcuni studenti. La Amirkabir, tramite la propria newsletter, ha poi fatto sapere nella tarda sera di martedì che stando a fonti interne i suoi 3 studenti arrestati sarebbero stati rilasciati temporaneamente, insieme a un quarto studente della Sharif.
Il pugno duro di un sistema in panne

Quando, nel giugno di quest’anno, Israele aveva attaccato l’Iran, la Repubblica Islamica non era stata in grado di proteggere la sua popolazione. Molti iraniani in questi ultimi tre giorni di proteste hanno ricordato quella situazione, evidenziando la stridente divergenza tra l’incapacità di salvaguardare l’incolumità della propria gente- a Tehran a giugno non c’erano nemmeno le sirene ad avvisare dei bombardamenti- e la prontezza nel reprimere le proteste.
Mentre il presidente Masoud Pezeskian invitava alla calma, definendo legittime le ragioni dei manifestanti e suggerendo che sarebbero stati ascoltati, le Guardie Rivoluzionarie lanciavano lacrimogeni contro gli insorti e, in diversi casi, li arrestavano. A Kermashah, di tutta risposta, i manifestanti hanno gridato agli agenti “bi-sharaf”, “senza vergona”.
Il sistema su cui si regge la Repubblica Islamica si potrebbe descrivere, per quanto riguarda l’economia, come una sorta di doppio binario: c’è un’economia di regime, che si sostiene a prescindere dall’aggravarsi della crisi economica, che interessa i funzionari e tutti coloro che sono legati agli apparati della Repubblica Islamica. Parallelamente c’è poi l’economia della gente normale, i negozianti dei bazar appunto. Ed è proprio quella parte di popolazione che è più colpita da questa crisi. Chi può compra dollari americani o oro, chi non può guarda i propri risparmi evaporare.
Ma la crisi economica e l’inflazione sono solo un lato una una crisi più grande, le cui motivazioni affondano in una sostanziale inettitudine amministrativa su più fronti: schiacciata dalle rinnovate sanzioni e dalle conseguenze della guerra Teheran non ha saputo reagire, mentre tentava invano di ovviare alla siccità che minacciava l’evacuazione della capitale con il disastroso cloud-seeding.
Il senso di una protesta
Un giorno, forse a breve forse tra molto tempo, l’Ayatolllah cadrà e si aprirà per gli Iraniani una vita diversa. Oggi è difficile dire se e quando ciò accadrà, e sarebbe semplicistico e francamente fuori luogo imporre le aspettative di chi osserva da lontano a un popolo che da anni corre rischi enormi per chiedere giustizia, con buona pace del principe ereditario Reza Ciro Pahlavi che su Instagram invoca il coraggio degli Irainiani.
C’è invece, a ben guardare, qualcosa di vero in un’immagine circolata su X, che mette a confronto la fotografia del manifestate seduto di fronte alle moto delle IRGC con quella celebre dello studente di piazza Tienammen. Non perchè i contesti si somiglino particolarmente, se non per un’analogia fotografica, ma perchè fa pensare che potremmo avere di fronte qualcosa che più che al rovesciamento di un regime somiglia a un lento riformare, conquistando ogni volta un pezzo di libertà in più. Lo abbiamo visto nel 2022, con una protesta che poteva dirsi fallita, non fosse che oggi a Tehran migliaia di donne non portano più il velo e passeggiano con i capelli al vento.
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