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Politica

12mila morti in Iran? Ecco perché è doveroso andarci cauti

Nella giornata odierna tutte le testate italiane stanno ripetendo a gran voce una statistica: sarebbero almeno 12mila i morti nella repressione sanguinosa delle proteste in Iran ad opera della Repubblica Islamica. Un dato che è stato fornito da una testata...

Nella giornata odierna tutte le testate italiane stanno ripetendo a gran voce una statistica: sarebbero almeno 12mila i morti nella repressione sanguinosa delle proteste in Iran ad opera della Repubblica Islamica. Un dato che è stato fornito da una testata di informazione sul Paese persiano ostile alle autorità di Teheran, Iran International, e su cui è doveroso però porre alcuni caveat.

Intendiamoci: l’Iran sta vivendo un momento drammatico e, nelle cinque giornate di blackout di Internet, è avvolto da una coltre di nebbia di guerra sotto cui scontri, repressione e problemi interni appaiono difficile da monitorare.

In tal senso, la conta dei morti delle proteste risulta un esercizio estremamente complesso e la stima lanciata da Iran International, testata basata a Londra e con legami con l’Arabia Saudita (che l’avrebbe finanziata con un sostegno importante e su cui il Guardian aveva acceso il faro già nel 2018), appare da prendere con le pinze: gli autori dichiarano di aver compiuto un “rigoroso processo articolato in più fasi e in conformità con gli standard professionali consolidati” con fonti dall’ufficio presidenziale, dalla sicurezza nazionale iraniana, da cittadini e testimoni iraniani per concludere che la marea montante dei massacri avrebbe causato gli oltre 12mila morti soprattutto tra giovedì 8 e venerdì 9 gennaio e affermando che “in termini di portata geografica, intensità della violenza e numero di morti in un breve lasso di tempo, questo omicidio non ha precedenti nella storia dell’Iran”, sotto forma di un’uccisione organizzata e ordinata dall’alto.

L’enormità di queste dichiarazioni si scontra con l’assenza di una documentazione affidabile, di prove, di concretezza. Spesso la portata di certi massacri da parte di regimi autoritari richiede mesi, se non anni, per essere svelata. Iran International annuncia di aver monitorato in tempo reale incrociando le fonti una mole enorme di documenti usciti da un Paese che ha calato una pesante cappa di censura, e di averlo fatto in meno di una settimana.

Viene da pensare che l’ampiezza delle informazioni raccolte dalla testata cozza con i problemi di comunicazione imposti dal blocco del regime e dal jamming di diversi sistemi Starlink, unico mezzo con cui le informazioni escono dall’Iran, e sembrano peraltro presupporre una capacità repressiva delle autorità iraniane che cozza con l’incremento delle proteste nei giorni successivi alle date di massimo scontro tra forze di sicurezza e piazze. La nostra stampa ha ripreso genericamente queste dichiarazioni senza fare alcuna verifica concreta, senza approfondire e senza vagliare, così come hanno fatto le testate di pochi altri Stati, segnatamente in particolare due nemici giurati di Teheran come Azerbaijan e Israele.

Apriamo la stampa internazionale: la notizia dei 12mila morti non appare su Washington Post, Guardian, Die Welt, Le Monde, El Pais. Tutte queste testate citano, invece, il dato di Reuters, che dopo aver parlato con una fonte iraniana afferma che i morti potrebbero essere circa 2mila contando il personale di sicurezza ed è quest’ultima stima, più vicina al dato dei giorni scorsi che parlava di oltre mezzo migliaio di morti, che viene utilizzata da molte testate autorevoli come statistica più credibile. Tra le testate israeliane, il Times of Israel utilizza a sua volta questi dati.

Un ordine di grandezza simile la stima che fa tramite le sue fonti il New York Times, il quale dichiara che potrebbero alzarsi a 3mila. Un numero altissimo, intendiamoci, ma che sembra inserirsi nel (brutale) computo dei giorni scorsi più della statistica, non verificata, di Iran International, che peraltro aggiunge elementi a corredo come l’idea di una campagna di sostanziale sterminio coordinata dall’alto che appare più il preludio e la giustificazione a ogni politica di duro intervento, magari anche militare, contro l’Iran che un’operazione di sostanziale giustizia per le vittime della repressione e i protestanti.

Dal nostro punto di vista, ciò che ci interessa sono tanto la chiarezza e la verità dell’informazione quanto il primato del realismo sull’emotività, che è dovuta a maggior ragione quando si commentano fatti tragici. Ci ricordiamo i soldati iracheni che toglievano i bambini dalle incubatrici in Kuwait, le fosse comuni di Gheddafi in Libia, i neonati decapitati da Hamas il 7 ottobre 2023 in Israele: tutti elementi aggiunti a fatti tragici e ingiustificabili (l’aggressione di Saddam Hussein del 1990, la repressione del Colonnello contro le proteste in Libia, le stragi jihadiste in Israele) rivelatisi falsi sul lungo periodo ma utilizzati come benzina mediatica per un clima di inevitabile conflittualità.

L’informazione ha il dovere di parlare chiaramente e di denunciare i fatti, anche più turpi. Non di piegarli acriticamente a narrazioni che sappiamo bene dove possano portare. E non è certamente fare un favore all’Iran degli Ayatollah domandarsi perché nessuna grande testata internazionale prende per buona una stima che sestuplica le stime più elevate dei morti raccolte da Reuters, il cui metodo e la cui credibilità non si possono mettere in discussione, mentre la stampa italiana le accetta acriticamente. Non fa giustizia dei morti iraniani e delle speranze dei cittadini del Paese centroasiatico usare la strumentalizzazione delle proteste per fini che sappiamo essere molto noti. E potrebbero essere rovinosi per tutti.

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