12 Aprile 2026, elezioni in Ungheria: un voto fondamentale anche per l’Europa

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Politica /

12 aprile 2026: in questa data si svolgeranno le elezioni politiche ungheresi, durante le quali i cittadini saranno chiamati alle urne per il rinnovo dell’Assemblea nazionale. Proprio questa tornata elettorale rappresenta un appuntamento fondamentale per il futuro dell’Ungheria e dell’Unione Europea. Per la prima volta in sedici anni, infatti, il panorama politico magiaro è stato scosso dalla nascita di un nuovo movimento, il Partito del Rispetto e della Libertà (Tisza, Tisztelet és Szabadság Párt) guidato da Péter Magyar, che potrebbe sconfiggere il Fidesz di Viktor Orbán.

Ad aprile, quindi, si scontreranno due visioni dell’Ungheria: quella della democrazia illiberale di Orbán e quella di un sistema più democratico, aperto e meno corrotto desiderato da un numero crescente di ungheresi e che il Tisza sembra essere riuscito a incarnare. Non solo: il confronto tra i due principali partiti ruota anche intorno a due concezioni del ruolo diverso di Budapest all’interno dell’Unione Europea, del blocco atlantico e della geopolitica mondiale. E che la posta in gioco sia alta pare essere chiaro ai cittadini ungheresi che, da mesi, si mobilitano a sostegno dei rispettivi schieramenti, trascinati da una propaganda e da una retorica martellanti tanto da un lato quanto dall’altro.

Per sedici anni, infatti, il sistema illiberale creato da Viktor Orbán in seguito alla svolta a destra del Paese nelle elezioni del 2010 sembrava aver mietuto successi nella maggioranza dei cittadini magiari. Di fronte all’uscita dalla crisi che aveva colpito l’Ungheria nel 2008, alla stabilità e continuità politica garantiti dal Fidesz e dal lento, ma costante, sviluppo economico del Paese, la progressiva restrizione della democrazia liberale e l’involuzione conservatrice della società ungherese sembravano passare in secondo piano per molti elettori.

La presa di Fidesz sulle istituzioni

La costruzione di una democrazia illiberale non ha rappresentato solo uno slogan vuoto, ma è stata la base del progetto politico di Orbán. Grazie alla super-maggioranza dei due terzi, della quale ha goduto durante tutti i suoi mandati, il Primo ministro ungherese ha dato vita a una nuova Costituzione e iniziato a scardinare tutti i pilastri del sistema liberale che aveva retto l’Ungheria per un ventennio. 

Tutte le principali istituzioni, dalla magistratura alla Corte costituzionale, passando per la Presidenza della Repubblica e la Procura generale, sono state indebolite e affidate a yes-men vicini a Fidesz. Nonostante le difficoltà collegate all’era di Internet, i principali mezzi di informazione sono stati occupati dal governo, portando a un crollo dell’Ungheria nelle statistiche relative alla libertà di stampa e di espressione. Persino le Università sono state colpite dalle riforme illiberali di Orbán, con numerosi istituti che sono passati dal controllo statale a quello di fondazioni private guidate da individui vicini al governo. Nel frattempo, gli attacchi ai principali partiti di opposizione, a ogni pensiero veramente critico e alle minoranze, tanto etniche quanto sessuali, si sono fatti sempre più violenti. Quello che ne è nato, è un sistema di difficile definizione: formalmente una democrazia, sebbene illiberale, la società ungherese ha imboccato quella strada sempre più autoritaria lungo la quale, al di là di ogni ipocrisia, sembrerebbero essersi incamminati sempre più Paesi europei e non solo.

Beninteso: sarebbe un errore gravissimo pensare che il progetto di Orbán abbia compattato dietro di sé tutto il popolo ungherese, come il Primo ministro magiaro vorrebbe far credere. L’opposizione al disegno illiberale e autoritario è sempre stata viva in parte della società ungherese, soprattutto nelle grandi città, Budapest in primis. Quella che mancava era un’organizzazione politica in grado di riunire questo dissenso intorno a una figura tanto carismatica quanto quella di Orbán. La svolta è arrivata nel 2024, in occasione delle elezioni europee. La data non è casuale: in quell’anno, infatti, l’Ungheria è stata scossa da uno dei tanti scandali politici, legato, in questo caso, alla grazia presidenziale concessa al direttore dell’orfanotrofio di Bicske, accusato di complicità nell’insabbiamento di un caso di pedofilia per il quale era stato condannato il suo predecessore alla guida dell’istituto.

Lo scandalo portò alle dimissioni di Katalin Novák, allora Presidentessa della Repubblica, e di Judit Varga, Ministra della Giustizia. Di fronte a un’indignazione che non accennava a placarsi, fu proprio l’ex marito di Judit Varga, Péter Magyar, a scendere in campo: con una straordinaria svolta di 180°, Magyar, fino a quel momento vicino a Fidesz, denunciò la corruzione del sistema e si erse ad alfiere di una svolta contro la democrazia illiberale di Orbán. Al carisma di Péter Magyar si unirono i colpi della crisi economica iniziata con la pandemia e approfonditasi con la guerra in Ucraina: crisi che, complice l’altissima inflazione che ha funestato il Paese e a un aumento generalizzato di prezzi e affitti, ha fatto venire meno quella base di solidità economica di cui hanno goduto per anni i governi di Viktor Orbán.

Péter Magyar e le false impressioni

Sebbene le urne non abbiano arriso a Magyar e al suo nuovo partito Tisza, il processo innescatosi nel 2024 non sembra essersi fermato e sempre più sondaggi presentano un Fidesz in estrema difficoltà e la possibilità concreta di un cambiamento politico nelle elezioni di aprile. Questo scenario ha attratto e attrae sempre più l’attenzione di diversi analisti europei e dei principali mass media: l’opinione politica internazionale, negli ultimi mesi, sembra dividersi nettamente tra i due schieramenti quasi quanto i sentimenti politici ungheresi. E, tanto in Ungheria quanto in buona parte delle analisi portate avanti da diverse testate europee, assistiamo a un vero e proprio wishful thinking volto a presentare Péter Magyar come un impenitente ribelle che lotta contro la tirannia orbanista, quasi una sorta di nuovo alfiere del liberalismo che porterà la fine del dominio della destra sul Paese danubiano.

Come spesso accade, la realtà è distante da queste interpretazioni: Péter Magyar proviene, come buona parte dei principali candidati di Tisza alle elezioni politiche, dai ranghi del Fidesz e gran parte dell’impianto ideologico del partito è di destra e conservatore: basti pensare al fatto che, in caso di vittoria, il governo Tisza si impegnerebbe a espellere tutti i guest workers extracomunitari e a mantenere il muro antimigranti ai confini meridionali del Paese. Eppure, nonostante tutto questo, Magyar è riuscito a compattare dietro di sé quella grande fetta di popolazione stanca del governo Orbán e che vuole un cambiamento politico a Budapest. Non negando la sua provenienza e, anzi, trasformandola in un punto di forza presentandosi come persona che, essendo stata per anni ben addentro al sistema-Fidesz ne conosce le magagne, il leader del Tisza è riuscito a creare un partito grande tenda in grado di raccogliere i voti di elettori tanto di centro-sinistra quando di centro-destra.

Sebbene il rischio di perpetuare un potere conservatore in Ungheria, una sorta di “Fidesz dal volto umano” che si limiti a rendere il sistema meno corrotto senza cambiarne gli aspetti principali, sia concreto e non venga negato neanche da chi ha deciso di votare per Tisza, un eventuale governo guidato da quello che è ora il principale partito di opposizione potrebbe venire travolto dalla dinamica che ha contribuito a creare. Non tenere conto di quella spinta al cambiamento, anche radicale, che potrebbe portarlo al potere, rappresenterebbe per il Tisza la fine politica, la possibile implosione del partito e lo scollamento definitivo di questo movimento con i cittadini ungheresi.

Quello che spera l’Europa

Ma gli elettori ungheresi non sono gli unici interessati a vedere un avvicendamento politico a Budapest. Anche un altro attore sta seguendo attentamente gli sviluppi ungheresi ed è consapevole che ad aprile si giocherà una partita molto importante. Questo attore è l’Unione Europea, entrata sempre più in conflitto con Viktor Orbán nel corso degli ultimi anni. Se, per anni, Bruxelles è stata disposta a perdonare le progressive restrizioni dello spazio democratico in Ungheria e la retorica antiliberale e antieuropeista di Viktor Orbán, la decisione del Primo ministro ungherese di perseguire una politica estera sempre più indipendente e di avvicinamento alla Russia di Vladimir Putin e alla Cina di Xi Jinping ha portato a una rottura pressoché totale tra Budapest e l’Unione Europea. Sebbene non rinneghi l’appartenenza al campo atlantico ed europeo, è innegabile che il Fidesz abbia compiuto una svolta assai più antieuropeista e verso il multipolarismo negli ultimi anni, aumentando il livello di scontro con Bruxelles. Uno scontro che, fino a ora, è stato portato avanti a suon di sanzioni europee, blocchi dei fondi destinati all’Ungheria e colpi di veto opposti dal governo ungherese a numerose risoluzioni europee.

L’Ungheria di Orbán rappresenta quindi sempre più una spina nel fianco dell’Unione Europea che, a sua volta, non ha fatto mistero di preferire un possibile governo guidato da Péter Magyar, figura assai più europeista di Orbán e pronta a riportare Budapest nei ranghi, promettendo la rottura totale con la Russia di Putin e l’interruzione del commercio di petrolio e gas russi come imposto da Bruxelles. In cambio, l’UE ha ventilato l’ipotesi di uno sblocco totale dei fondi europei destinati all’Ungheria. Non solo: numerosi leader europei, Donald Tusk in testa, sono scesi direttamente in campo in favore di Magyar.

Anche per l’Unione, come per i cittadini ungheresi, la posta in gioco ad aprile è estremamente alta: se, al di là dei proclami ufficiali, il sistema illiberale orbanista potrebbe non interessare molto a Bruxelles, il posizionamento geopolitico di Budapest è invece strategico per l’UE. La caduta di Orbán e l’ascesa di Magyar salverebbero capra e cavoli: non solo si eliminerebbe uno dei leader europei più problematici e si riporterebbe l’Ungheria nell’alveo europeista, staccandola dall’orbita sino-russa alla quale si è avvicinata, ma si disinnescherebbe anche una minaccia ancor più grave, ossia la possibile creazione, intorno a Orbán, di un polo europeo conservatore interessato a cambiare l’assetto attuale dell’Unione. Posizione, questa, teorizzata proprio dai think tank conservatori ungheresi e polacchi e che potrebbe trovare l’appoggio di un altro attore fondamentale ed estremamente potente: gli Stati Uniti di Donald Trump.