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Un giorno come oggi, ma del 2001, diciannove jihadisti appartenenti all’allora semisconosciuta e sottovalutata Al-Qāʿida portarono a compimento l’attentato terroristico più sanguinoso della storia dell’umanità e l’attacco sul suolo americano più granguignolesco dai tempi di Pearl Harbour.

A partire da quell’infausto 11 settembre, così vicino eppure così lontano, le relazioni internazionali e la storia dell’Uomo sono cambiate per sempre. Perché quei quasi 3mila morti e 25mila feriti avrebbero dato il via al “secolo delle emergenze“, fungendo da pretesto per l’inaugurazione della Guerra al Terrore da parte dell’amministrazione Bush Jr e per la manifestazione progressiva dei suoi perniciosi effetti collaterali, in primis la sorveglianza di massa, le primavere arabe, le crisi dei rifugiati e lo sconvolgimento dell’Eurafrasia.

Oggi, nel ventennale degli attentati dell’11 settembre e dell’alba della guerra infinita per antonomasia – infinita perché non si può finire una guerra contro un nemico incorporeo, appartenente all’etere delle Idee (e il Jihād globale è anzitutto un’idea) –, è il momento giusto per tentare di rispondere alla domanda delle domande: la Guerra al Terrore, che sembra aver fatto il suo tempo, ha raggiunto lo scopo per cui fu concepita? Il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan – lì dove tutto ebbe inizio – ed un insieme di eventi sembrano suggerire di no, ma altri ancora delineano uno scenario più complesso e sfuggevole alle letture superficiali e monodirezionali.

Jihad globale, un’idea a prova di proiettile

L’11 settembre è stato uno spartiacque, o meglio lo spartiacque. Perché quel giorno, che oggi gli americani commemorano con più costernazione che in passato, tutto è cambiato. Per sempre. Quel giorno è finita la transizione post-guerra fredda. Quel giorno ha avuto inizio, molto lentamente, l’entrata del mondo nell’epoca multipolare. E quel giorno sono crollati bruscamente due miti: quello di un momento unipolare eternizzabile in un nuovo secolo americano e quello della nazione invincibile.

Otto trilioni di dollari, attività antiterroristiche in 85 Paesi e quasi un milione di morti in giro per il mondo non sono bastati, non sono stati sufficienti: il terrore, vent’anni dopo l’11 settembre, è ancora qui. E gode di ottima salute, perché è più visibile, tangibile, fertile e letale che mai. È vero: Osama bin Laden è morto ed Al-Qāʿida è l’ombra di ciò che fu, ma altri sceicchi del terrore e nuovi aspiranti califfati hanno fatto il loro ingresso nel frattempo, mostrando e dimostrando alle varie coalizioni dei volenterosi come le idee siano a prova di proiettile.

Non (soltanto) coi cannoni, ma anche (e soprattutto) coi libri avrebbero dovuto combattere gli Stati Uniti e l’Europa la loro Guerra al Terrore. Perché il Jihād globale è anzitutto un’idea, nonché una reazione avversa ed un effetto collaterale dell’imposizione coercitiva della fine della storia al resto del mondo da parte dell’Occidente. Perché il Jihād globale è tutto meno che un progetto folle, insensato e privo di contenuto, essendo la materializzazione degli accattivanti parti mentali di geni incompresi e bistrattati – e fallacemente letti in modo occidentalo-centrico – come Sayyid Qutb e Abdullah Azzam. E perché le idee possono essere sconfitte soltanto da idee più potenti, ma mai dalla semplice forza bruta.

I numeri della guerra al terrore

Vent’anni e quasi un milione di morti dopo – ai quali si dovrebbero addizionare le vittime del terrorismo islamista (più di 160mila in tutto il mondo) e delle guerre civili etno-religiose che insanguinano l’Eurafrasia, dal Mozambico alla Birmania, passando per la Nigeria, la guerra al terrore lanciata dai teologi del neoconservatorismo al servizio di George Bush Jr è stata terminata dai pragmatici idealisti di Joe Biden.

I posteri giudicheranno in maniera ambivalente l’operato delle amministrazioni a stelle e strisce che si sono succedute dal 2000 ad oggi, ovverosia come un fallimento ed un successo al medesimo tempo. Un fallimento in termini di immagine, ma un successo in termini strategici. E per capire le ragioni di questa vittoria a metà – si badi bene che la sostanza conta più della forma – non si può che dare uno sguardo ai numeri e ai fatti, che, in quanto imparziali ed eloquentemente esplicativi, possono descrivere la realtà meglio delle parole:

  • La guerra in Afghanistan è stata la più lunga della storia degli Stati Uniti – superiore alla somma dei due conflitti mondiali e dell’intervento in Vietnam –, la seconda più costosa di sempre – due trilioni di dollari, contro i poco più di quattro e mezzo della seconda guerra mondiale.
  • La guerra in Afghanistan si è rivelata la più antieconomica e fallimentare in assoluto per gli Stati Uniti – una spesa media di 300 milioni di dollari al giorno, ogni giorno per vent’anni – considerando che l’esborso non è servito né ad annientare i talebani né ad innescare un processo di democratizzazione solido, endogeno ed autoalimentante.
  • Gli attentati terroristici di stampo islamista in Europa e negli Stati Uniti sono triplicati dal primo decennio del Duemila alla scorsa decade; a livello mondiale, invece, nello stesso periodo di riferimento, sono sestuplicati.
  • La guerra al terrore ha prodotto 38 milioni di sfollati e rifugiati  cioè l’equivalente della popolazione della Polonia.
  • La guerra al terrore ha giocato un ruolo-chiave nell’aiutare l’internazionale del terrorismo islamista ad espandersi e a reclutare shahīd, cioè aspiranti martiri pronti a uccidere e ad essere uccisi per la causa del Jihād. Dal 2001 ad oggi, invero, sono cresciute sia le organizzazioni terroristiche – se ne contano quasi cento al momento – sia i loro eserciti – i soldati arruolati nelle sigle dell’estremismo sunnita sono quadruplicati.

Non è tutto come sembra

I numeri danno torto agli Stati Uniti, ma alcuni fatti ed eventi no. Sembrano suggerire, al contrario, che la guerra al terrore non sia stata una sconfitta totale; non per gli Stati Uniti, perlomeno, cioè per coloro che l’hanno lanciata e che, oggi, vent’anni dopo, la stanno gradualmente abbandonando e riponendo nel cassetto dei ricordi.

Perché quei fatti ed eventi, che spiegano ciò che ai numeri non riesce, parlano di un’immagine volutamente sacrificata – gli Stati Uniti dovranno obbligatoriamente ripensare (o archiviare?) l’idea dell’esportazione della democrazia dopo aver ceduto l’Afghanistan ai talebani – per un fine superiore: la salvezza dell’Impero. 

Oggi come ieri, invero, la domanda retorica dell’Ultimo geopolitico Zbigniew Brzezinski – è sempre valida: “cos’è più importante per la storia del mondo: i talebani o il collasso dell’impero sovietico?”. Una domanda che, attualizzata, andrebbe riformulata in questo modo: “cos’è più importante per la storia del mondo: i talebani o la lotta alla transizione multipolare?”. Una domanda alla quale analisi a caldo, letture superficiali e giudizi viziati da sentimenti, emozioni e ideologia non possono rispondere. Una domanda alla quale, però, rispondono i seguenti fatti:

  • L’Iraq fatica ad incamminarsi verso la democrazia e la pace sociale, ma i veri obiettivi sono stati raggiunti: amputare le ali a tempo indefinito ad una potenza regionale storicamente invisa sia ad Israele sia alle petromonarchie wahhabite, abbattere un regime antiamericano (Saddam Hussein) e creare le fondamenta per un’anarchia produttiva duratura.
  • La Siria è sopravvissuta alla guerra per procura portata avanti attraverso lo Stato Islamico, ma l’ordine assadiano è stato ferito gravemente ed incapacitato a minacciare concretamente gli interessi israeliani e statunitensi nella regione.
  • Le primavere arabe hanno riscritto la geografia del potere nell’Africa settentrionale a favore degli Stati Uniti, con l’Egitto posto sotto il controllo ermetico del generale Abdel Fattah al-Sisi e la fu potente Libia ingabbiata in uno scenario simil-iraqeno nel dopo-Gheddafi – rivale numero uno della Casa Bianca nella regione e tra i principali nel mondo, perché storico patrocinatore del terrorismo islamista.
  • L’ideologia del Jihād globale e l’antioccidentalismo dilagano ovunque nel mondo, oggi più che vent’anni or sono, ma il costo di ciò sta venendo pagato più dall’Europa che dagli Stati Uniti, la cui posizione isolata li protegge dalle crisi dei rifugiati provocate dalla guerra al terrore – contrariamente al Vecchio Continente, che li subisce in quanto prossimo ad Africa e Asia – e la cui composizione etno-religiosa è una garanzia contro il proliferare di radicalizzazione e società parallele – il jihadismo ha ucciso 119 americani dal dopo-11/9 al 2016, mentre la sola Francia è stata teatro di 130 morti il 13 novembre 2015.
  • L’Afghanistan è stato ceduto ai talebani, la ritirata strategica concepita male ed attuata peggio, ma il vero scopo è stato ottenuto: passare la patata bollente all’asse Mosca-Pechino. Patata bollente perché non soltanto gli Stati Uniti affidano lo scettro di uno stato-chiave per gli equilibri dell’Eurasia ad una forza imprevedibile quali sono i talebani, ma lo lasciano in condizioni simili al 2001: instabilità, pericolosità e indomabilità. Condizioni che, sperano gli strateghi al servizio dell’amministrazione Biden, possano trasformare l’Afghanistan in un pantano ingestibile e tremendamente antieconomico per Cina, Russia e Iran (e tutti gli altri rivali).

Vent’anni, otto trilioni di dollari e quasi un milione di morti dopo, la guerra al terrore sembra essere più un ricordo che una realtà. Ricordo di un passato tanto vicino quanto lontano, visibile ma sbiadito allo stesso tempo. Ricordo di morte, certamente, perché inestricabilmente legato agli attentati dell’11 settembre, ma anche di speranza – la speranza di un futuro più sicuro e migliore.

Vent’anni, otto trilioni di dollari e quasi un milione di morti dopo, il terrore è ancora qui. La verità è che non se n’è mai andato, neanche per un momento. Ma il vero obiettivo, del resto, non era mai stato il suo annientamento: era l’utilizzo del terrore come pretesto per eliminare dei rivali di lunga data e trasporre in realtà la strategia brzezinskiana dello sfruttamento degli archi di crisi.

Il popolo americano, oggi, commemora con uno sconforto senza precedenti questo anniversario, macchiato indelebilmente dal ritiro dall’Afghanistan, ma un giorno capirà le ragioni estremamente pragmatiche di Biden: il ricordo dell’11/9 e la guerra al terrore hanno esaurito la loro funzione storica, corrispondente alla messa in sicurezza della regione Medio Oriente e Nord Africa, ed era giunto il momento di prenderne atto, di guardare oltre, di pensare al presente.

In questo presente, che appartiene a Biden come al resto dell’élite, non c’è (più) spazio per le guerre infinite al terrore senza volto degli shahid, c’è spazio soltanto per avversari corporei e territoriali – dunque battibili –, e realmente pericolosi per lo status quo – ed il terrorismo non lo è. Avversari come la Cina, la superpotenza in divenire che, alla ricerca di rivalsa per il secolo delle umiliazioni, vorrebbe riscrivere ex novo l’architettura internazionale decisa dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e traghettare il mondo verso l’era multipolare.

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