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	<title>Theodore Roosevelt Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
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	<title>Theodore Roosevelt Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Il Brasile alla prova della nuova politica USA</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-brasile-alla-prova-della-nuova-politica-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mauri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 06:11:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[dottrina Monroe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Brasile" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>'azione militare statunitense in Venezuela porta con sé fattori di rischio e instabilità anche per il Brasile e tutti gli Stati sudamericani.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/il-brasile-alla-prova-della-nuova-politica-usa.html">Il Brasile alla prova della nuova politica USA</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Brasile" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/lula-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>È stata definita “<strong>dottrina Donroe</strong>”, unendo Donald (Trump) a Monroe, dall&#8217;omonima dottrina che stabilisce il cuore della politica estera statunitense, ovvero l&#8217;atteggiamento verso il continente americano.</p>



<p>Nel 1823 il presidente degli Stati Uniti <strong>James Monroe</strong> stabili che le potenze coloniali europee non dovessero interferire nel continente americano, questo perché allora la Spagna e la Francia avevano ancora dei grandi interessi in quella parte dell&#8217;emisfero. Si trattava quindi di una dottrina prettamente difensiva: gli Stati Uniti avrebbero reagito alle influenze esterne di qualsiasi tipo nel proprio intorno geografico. Successivamente il presidente <strong>Theodore Roosevelt</strong> modificò questa postura politica nel 1904, aggiungendo la possibilità per gli Stati Uniti di intervenire direttamente con la forza militare nel continente americano. Il presidente Trump ha ulteriormente <strong>spostato la soglia di intervento</strong> con l&#8217;azione in Venezuela, riservando agli USA il diritto di decidere l&#8217;assetto politico di una nazione americana in modo diretto.</p>



<p>Questa maggiore aggressività statunitense porta con sé dei <strong>problemi di sicurezza per gli altri Stati americani</strong>, alcuni di quali hanno intessuto importanti e vincolanti relazioni internazionali con Paesi avversari o competitori degli Stati Uniti. </p>



<p>La nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) USA segna un <strong><a href="https://www.csis.org/analysis/national-security-strategy-good-not-so-great-and-alarm-bells">cambiamento ideologico e sostanziale</a></strong> nella politica estera statunitense. L&#8217;amministrazione sta tentando di definire una nuova dottrina di politica estera “America First” profondamente pragmatica, che ridefinisce anche i rapporti di forza e diplomatici di storiche alleanze, dimostrando una <strong>miopia strategica</strong> e l&#8217;abbandono temporaneo del pensiero politico legato all&#8217;<a href="https://it.insideover.com/politics/china-russia-axis-ishard-to-shake-the-eu-should-not-give-up-on-moscow-soft-power-according-to-joseph-nye.html">interdipendenza</a> per abbracciare il cosiddetto “realismo offensivo”. Ad esempio, l&#8217;agenda democratica sta tramontando e con essa il “destino manifesto” statunitense, per lasciare il posto a una politica estera basata su ciò che rende gli Stati Uniti più potenti e prosperi, anche a discapito di storici alleati. </p>



<p>Washington sta applicando questo nuovo pensiero politico a livello globale, ma sta cominciando dal suo intorno geografico: nella fattispecie l&#8217;<strong>emisfero occidentale</strong> inteso come l&#8217;interezza del continente americano. </p>



<p>Per questo motivo, e per i rapporti diplomatici che alcuni Paesi sudamericani hanno intessuto con altre potenze esterne all&#8217;emisfero occidentale, in Sudamerica sta serpeggiando un senso di inquietudine. Un esempio in tal senso è dato dal <strong>Brasile</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;impronta cinese in Brasile e il non allineamento</h2>



<p>La <strong>Repubblica Popolare Cinese (RPC)</strong> si sta <a href="https://thediplomat.com/2025/11/how-china-is-using-brazil-to-reshape-power-in-the-americas/">radicando</a> nella base industriale e nell&#8217;economia di consumo brasiliana, trasformando il colosso sudamericano in una porta d&#8217;accesso per l&#8217;influenza cinese in tutto il continente. Questo cambiamento mette in discussione la tradizionale sfera d&#8217;influenza di Washington, comportando al contempo conseguenze indirette per Taiwan, la cui sopravvivenza diplomatica si basa su una cerchia sempre più ristretta di alleati in America Latina, progressivamente attratti nell&#8217;orbita di Pechino. Sebbene la RPC non sia ancora il principale investitore estero in Brasile – gli Stati Uniti detengono ancora questo primato, rappresentando il 17,05% del totale – gli investimenti diretti esteri (IDE) di Pechino stanno aumentando significativamente. Dal 2023 al 2024, Pechino ha aumentato gli IDE in Brasile del 113%, mentre gli investimenti statunitensi sono aumentati solo dello 0,057%. Sebbene l&#8217;amministrazione Trump abbia posto l&#8217;America Latina al centro della sua politica estera, l&#8217;impegno economico di Washington rimane limitato, lasciando a Pechino <strong>ampio margine d&#8217;azione</strong>. </p>



<p>Il Brasile, tra i Paesi sudamericani, è forse quello che più si attiene alla vecchia definizione di <strong>Paese non allineato</strong>: commercia con la Repubblica Popolare, ha rapporti amichevoli con la Russia, è economicamente legato all&#8217;Unione Europea agli Stati Uniti, ma soprattutto acquista armamenti In Europa (<a href="https://aresdifesa.it/centauro-ii-in-brasile-completata-laccettazione-dei-prototipi/">soprattutto in Italia</a>) e negli USA. Questo posizionamento intermedio profondamente diverso rispetto a quello di altri Paesi come Cuba, il Nicaragua, la Colombia, il Messico o la stessa Argentina (quest&#8217;ultima con Milei appiattita su posizioni statunitensi), apre al dibattito su come il Paese dovrà reagire alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense alla luce di quanto accaduto in Venezuela.</p>



<p>Il presidente <strong>Lula </strong>è stato il primo tra i leader dell&#8217;America Latina a condannare l&#8217;azione americana in Venezuela. In un <a href="https://x.com/LulaOficial/status/2007436536590012845">post su X</a>, Lula ha affermato che è stato superato “un limite inaccettabile” e che “questi atti rappresentano un grave affronto alla sovranità del Venezuela e un ulteriore precedente estremamente pericoloso per l&#8217;intera comunità internazionale”. Lula ha sottolineato che “attaccare i Paesi, in flagrante violazione del diritto internazionale, è il primo passo verso un mondo di violenza, caos e instabilità, dove la legge del più forte prevale sul multilateralismo” e che “l&#8217;azione ricorda i peggiori momenti di ingerenza nella politica dell&#8217;America Latina e dei Caraibi, e minaccia la preservazione della regione come zona di pace”. </p>



<p>L&#8217;ultima frase del presidente brasiliano si riferisce proprio a questo <strong>recupero aggressivo della Dottrina Monroe</strong> da parte degli Stati Uniti, nel contempo però Lula cerca di intrattenere buoni rapporti con gli Stati Uniti almeno dal punto di vista commerciale per procedere nella ricerca di soluzioni ai dazi e alle sanzioni contro le autorità brasiliane.</p>



<p>Bisogna ricordare, per capire le parole di condanna di Lula, che il Brasile si era fatto carico di una <strong>nuova politica di interscambio e accordi diplomatici</strong> tra i Paesi dell&#8217;America meridionale, avendo come primo punto in agenda il rinnovamento dei rapporti con <strong>l&#8217;Argentina</strong> ma anche col <strong>Venezuela</strong> di Maduro: è stato proprio il lavoro diplomatico brasiliano effettuato sottotraccia a disinnescare la recente <a href="https://it.insideover.com/politica/il-risiko-per-la-regione-dellessequibo-tra-guyana-venezuela-e-brasile.html">crisi tra Venezuela e Guyana</a> per la regione dell&#8217;Essequibo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una riflessione interna</h2>



<p>Ora la nuova politica trumpiana ha rimescolato un&#8217;altra volta le carte, e per capire meglio come in Brasile si stia percependo quanto accaduto vi riportiamo il pensiero di <strong><a href="https://cebri.org/br/especialista/218/feliciano-de-sa-guimaraes">Feliciano Guimaraes</a></strong>, professore di relazioni internazionali, ricercatore a Yale e caporedattore del <a href="https://cebri.org/br/sobre/quemsomos">CEBRI</a> (<em>Centro Brasileiro de Relaçoes Internacionais</em>), <em>think tank</em> indipendente. Guimaraes afferma che il Venezuela rappresenta la <strong>sfida strategica</strong> <strong>più grande</strong> nella politica estera di Lula, aprendo un pessimo scenario in cui si palesa il ritorno di una politica di sicurezza nazionale USA basata sul principio delle <strong>sfere di influenza</strong>.</p>



<p>Di fronte a una strategia di questa natura, le potenze regionali hanno, in termini analitici, <strong>tre alternative</strong>. La prima è <strong>resistere frontalmente</strong> alla potenza dominante. La seconda è <strong>accettare un assetto di tipo “condominiale”</strong>, in cui viene preservato un certo grado di autonomia, ma collaborando con la potenza egemone nell&#8217;amministrazione e nella proiezione della propria influenza regionale. La terza alternativa è <strong>la piena accettazione della sfera di influenza</strong>, che implica la rinuncia all&#8217;autonomia strategica e la trasformazione in un attore subordinato. Queste sarebbero le tre opzioni che il Brasile si trova attualmente ad affrontare avendo presente che la decisione del Venezuela di resistere ha portato all&#8217;indebolimento del Paese (non a un cambio di regime, in quanto il sistema politico venezuelano è ancora in piedi nonostante la cattura Maduro).</p>



<p>Secondo Guimaraes il Brasile deve effettuare un&#8217;analisi attenta e realistica delle proprie capacità e dei propri limiti al fine di definire quale di queste alternative sia strategicamente praticabile e politicamente sostenibile nel nuovo contesto regionale. Il problema è che il Brasile sino a oggi ha visto i rapporti con gli Stati Uniti in modo sostanzialmente buono: <strong>tra i due Paesi c&#8217;è sempre stata collaborazione nonostante le crisi saltuarie.</strong> Questa interpretazione però dimentica che esiste la necessità di pensare strategicamente a come i Paesi di medie dimensioni e le potenze regionali dovrebbero <strong>agire di fronte a una potenza che adotta atteggiamenti aggressivi</strong> ed espansionistici nelle sue immediate vicinanze.</p>



<p>Guimaraes afferma senza mezzi termini che non esiste un processo di pensiero sistematico all&#8217;interno dei circoli intellettuali brasiliani – né tra diplomatici e politici – volto a costruire una politica di resistenza e, soprattutto, di difesa contro gli Stati Uniti. Il Brasile manca di una riflessione coerente su cosa significhi formulare una politica estera difensiva di fronte a una potenza disposta a riorganizzare la regione secondo una logica di sfere di influenza. Questa lacuna deve essere affrontata esplicitamente e secondo il professore richiede una <strong>revisione a livello diplomatico e del pensiero strategico</strong> brasiliano, nonché uno sforzo più consistente in ambito accademico per teorizzare, concettualizzare e rendere operative strategie di resistenza, contenimento e preservazione dell&#8217;autonomia in contesti di asimmetria di potere. Senza questo sforzo, il Brasile rischierebbe di rimanere intellettualmente e politicamente impreparato a uno scenario regionale caratterizzato dal riemergere di politiche di potenza. </p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;Europa non deve restare a guardare</h2>



<p>Vogliamo aggiungere ora alcune nostre considerazioni al pensiero di Guimaraes. L&#8217;imprevedibilità della Casa Bianca, nonostante la nuova dottrina strategica, porta con sé importanti fattori di incertezza e instabilità. Washington tollererà una maggiore impronta cinese in Brasile? Allo stesso modo permetterà al Brasile di stringere legami economici e di altra natura con l&#8217;<strong>Unione Europea</strong> o con altre singole potenze europee? Difficilmente gli Stati Uniti lasceranno carta bianca alla Repubblica Popolare in Sud America, quindi anche in Brasile, e riteniamo che allo stesso modo sarà molto complicato per il Brasile di Lula attuare quel <strong>multilateralismo</strong> che ha permesso al Paese di restare tra i non allineati. </p>



<p>Questa politica statunitense deve portare con sé importanti riflessioni anche da questa parte dell&#8217;Atlantico, nella fattispecie in Europa dove molto probabilmente verranno osteggiate da parte USA tutte <strong>le attività diplomatiche che si stanno effettuando tra UE e Sud America.</strong> Tornando al tessuto politico sudamericano, anche la politica di Lula di implementazione delle relazioni intra-sudamericane sarà sicuramente messa in discussione da Washington, lasciando al Brasile poco margine d&#8217;azione e possibilmente aprendo una nuova fase di crisi con gli Stati Uniti.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Charles Lindbergh, l&#8217;aviatore che sognava di unire Roosevelt e Hitler</title>
		<link>https://it.insideover.com/schede/storia/charles-lindbergh-aviatore-sognava-unire-roosevelt-hitler.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuel Pietrobon]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2022 06:02:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="412" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/Charles-Lindbergh.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/Charles-Lindbergh.jpg 500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/Charles-Lindbergh-300x247.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>Il nazismo e Adolf Hitler hanno esercitato un fascino ed un impatto notevoli sull&#8217;immaginario collettivo a stelle e strisce. E non poteva essere altrimenti, visto che gli Stati Uniti degli anni Trenta stavano venendo travolti dalla seconda onda del Ku Klux Klan, erano un ambiente fertile per la proliferazione della giudeofobia ed erano permeabili alle &#8230; <a href="https://it.insideover.com/schede/storia/charles-lindbergh-aviatore-sognava-unire-roosevelt-hitler.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="412" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/Charles-Lindbergh.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/Charles-Lindbergh.jpg 500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/03/Charles-Lindbergh-300x247.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><p>Il nazismo e<strong> Adolf Hitler</strong> hanno esercitato un fascino ed un impatto notevoli sull&#8217;immaginario collettivo a stelle e strisce. E non poteva essere altrimenti, visto che gli<strong> Stati Uniti</strong> degli anni Trenta stavano venendo travolti <a href="https://it.insideover.com/schede/societa/kkk-le-origini-dell-odio.html">dalla seconda onda del Ku Klux Klan</a>, erano un ambiente fertile per la proliferazione della giudeofobia ed erano permeabili alle idee e alle ideologie razzialistiche in ragione dell&#8217;egemonia politico-culturale del suprematismo WASP e del sistema segregazionistico.</p>
<p>Vari furono i grandi imprenditori, i politici e i personaggi pubblici che prestarono l&#8217;orecchio, e a volte persino il cuore, a quello che <strong>Alfred</strong> <strong>Rosenberg</strong> aveva definito il Mito del ventesimo secolo. Celebre è il caso del pioniere dell&#8217;automobilismo<strong> Henry Ford</strong>, autore de <em>L&#8217;ebreo</em> <em>internazionale</em> e destinatario dell&#8217;Ordine dell&#8217;Aquila tedesca per i servigi resi al Terzo Reich. E altrettanto noto è il caso di <strong>Charles Lindbergh</strong>, l&#8217;aviatore più adulato dagli americani, che sognò di unire in un matrimonio politico<strong> Franklin Delano Roosevelt</strong> e il Führer.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Ma davvero anche Lincoln era razzista?</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/ma-davvero-anche-lincoln-era-razzista.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Massardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 07:59:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Black lives matter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La furia iconoclasta che ha preso piede negli Stati Uniti a seguito della nascita del movimento per i diritti dei cittadini afroamericani del Black Lives Matter sembra davvero non avere fine. L&#8217;ultimo attacco al patrimonio culturale e storico americano questa volta è avvenuto nella città di Portland, dove le statue di due ex presidenti americani, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/ma-davvero-anche-lincoln-era-razzista.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Abraham-Lincoln-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La furia iconoclasta che ha preso piede negli Stati Uniti a seguito della nascita del movimento per i diritti dei cittadini afroamericani del <a href="https://it.insideover.com/scheda/politica/che-cose-black-lives-matter.html">Black Lives Matter </a>sembra davvero non avere fine. L&#8217;ultimo attacco al patrimonio culturale e storico americano questa volta è avvenuto nella città di Portland, dove le statue di due ex presidenti americani, <strong>Theodore Roosvelt</strong> e <strong>Abraham Lincoln</strong>, sono state distrutte durante le proteste dei manifestanti. Il presidente degli Stati Uniti <a href="https://it.insideover.com/scheda/politica/chi-e-donald-trump.html">Donald Trump</a> ha duramente criticato l&#8217;accaduto, definendo &#8220;<strong>animali</strong>&#8221; gli autori del gesto nei confronti delle due statue commemorative e augurandosi che la giustizia americana riesca a mettere in galera gli autori del gesto. Tuttavia, però, le attitudini distruttive nei confronti del patrimonio storico americano sembra non avere una conclusione, in uno scenario che ha messo in forte contrapposizione l&#8217;opinione pubblica americana.</p>
<h2>Odio non solo verso i sudisti</h2>
<p>Come messo in evidenza dall&#8217;ultimo gesto verificatosi nella città americana di Portland, ad essere presi di mira adesso non sarebbero più &#8220;soltanto&#8221; gli eroi sudisti e coloro che in passato si erano schierati a favore della schiavitù. Con le proteste avvenute al &#8220;<strong>Columbus Day</strong>&#8221; e con l&#8217;abbattimento della statua di Abraham Lincoln, adesso, il movimento del Black Lives Matter ha concentrato la sua attenzione sulla stessa colonizzazione del Nuovo continente. Le &#8220;accuse&#8221; rivolte a Lincoln, infatti, sarebbero quelle di aver firmato per l&#8217;impiccagione di 38 indigeni americani, schierandosi in questo modo anche lui in favore del <strong>suprematismo bianco</strong> negli Stati Uniti. Anche se, se potesse vedere quello che è accaduto nella città di Portland, l&#8217;ex presidente potrebbe forse rammaricarsi di aver pagato con la sua stessa vita per la lotta contro la schiavitù negli Stati del sud.</p>
<h2>È a rischio tutto il patrimonio storico americano</h2>
<p>Che gli Stati Uniti abbiano una storia decisamente limitata &#8211; soprattutto per quanto riguarda i lasciti artistici &#8211; è un dato di fatto che in molte occasioni ha messo in crisi anche gli stessi storici americani. Tuttavia, proprio questo fattore ha contribuito nel Paese ad attribuire particolare importanza a quei simboli e a quelle opere che hanno permesso negli anni di ricostruire il passato di ogni americano.</p>
<p>La <strong>guerra iconoclasta</strong> portata avanti dal Blm, in fondo, va ben oltre la semplice rabbia nei confronti di quelle figure che, nella loro visione, non dovrebbero più rappresentare gli ideali americani. Bensì, l&#8217;attacco efferato al patrimonio storico americano è proprio un tentativo di distruggere e seppellire i valori tradizionali del mondo americano, ancora fortemente legato alla conquista ed al rapido sviluppo del proprio territorio. E in questo scenario, dunque, appare evidente come lo scontro che sta avvenendo nel Paese vada ben oltre le battaglie sociali ma si estenda ad una vera e propria &#8220;lotta di classe&#8221; nella definizione marxiana del termine.</p>
<h2>La storia aiuta a non dimenticare</h2>
<p>Trovandosi di fronte ad una statua in onore di qualsiasi politico americano del Sud proprietario di schiavi del 1800, qualsiasi cittadino americano potrebbe trovare uno spunto di <strong>riflessione</strong>. Lo stesso cittadino, bianco o afroamericano, potrebbe dal suo ricordo carpire il vero significato della cessazione della schiavitù, evitando dunque di ripetere lo stesso errore in futuro.<br />
Distruggendo quelli che sono i ricordi del passato, però, tutto questo non potrà mai avvenire. Anzi, il revisionismo storico che sta in questo modo portando avanti il Blm rischia addirittura di diventare <strong>pericoloso</strong>, creando all&#8217;interno del mondo americano una nuova lotta di classe quando, invece, sarebbe giunto il momento proprio di mettere da parte il passato per collaborare insieme ad un futuro migliore.</p>
<p>Perché, in fondo, se lo stesso Abramo Lincoln diviene razzista, che<strong> significato</strong> avrebbe la guerra di secessione nel modo in cui è stata spiegata sino ai giorni nostri? Che significato avrebbe la diserzione degli schiavi sudisti per combattere al fianco della coalizione nordista? Che significato avrebbe la guerra portata avanti dai Confederati nella difesa dei propri valori e delle proprie tradizioni?<br />
Realisticamente, nessuna: tutto il discorso potrebbe venire limitato ad un &#8220;razzisti contro un po&#8217; meno razzisti&#8221;. E proprio questa visione, in ultima battuta, rischia però di diventare altrettanto pericolosa e di innescare una nuova stagione di proteste popolari &#8211; oltre, ovviamente, a fare il gioco di chi <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/cosi-i-boogaloo-boys-hanno-esordito-nelle-strade-americane.html">ha interesse che gli Stati Uniti</a> calino in una sorta di <strong><a href="https://it.insideover.com/societa/guerra-civile-americana.html">seconda ed </a><a href="https://it.insideover.com/societa/guerra-civile-americana.html">eterna guerra civile</a></strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/ma-davvero-anche-lincoln-era-razzista.html">Ma davvero anche Lincoln era razzista?</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Le manovre di guerra degli Usa:  portaerei contro Corea e Cina?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/le-manovre-guerra-degli-usa-portaerei-corea-cina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Oct 2017 10:18:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Portaerei americane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La portaerei Theodore Roosevelt insieme al suo gruppo da battaglia (in inglese Carrier Strike Group o CSG) ha terminato il periodo di addestramento denominato &#8220;COMPUTEX&#8221; (Composite Training Unit Exercise) lo scorso 31 agosto e presto, dopo una sosta nella base navale di S. Diego, farà rotta verso il Pacifico Occidentale, come si legge dal sito dalla &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/le-manovre-guerra-degli-usa-portaerei-corea-cina.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/10/OLYCOM_20171006020703_24537368-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La portaerei <strong>Theodore Roosevelt</strong> insieme al suo gruppo da battaglia (in inglese Carrier Strike Group o CSG) ha terminato il periodo di addestramento denominato &#8220;COMPUTEX&#8221; (Composite Training Unit Exercise) lo scorso 31 agosto e presto, dopo una sosta nella base navale di S. Diego, farà rotta verso il <strong>Pacifico Occidentale</strong>, come si legge dal sito dalla US Navy. Il dispiegamento in quell&#8217;area del globo del CSG composto dalla Roosevelt e dai cacciatorpediniere classe Arleigh Burke &#8220;Halsey&#8221;, &#8220;Preble&#8221;, &#8220;Higgins&#8221;, &#8220;Sampson&#8221; insieme all&#8217;incrociatore USS &#8220;Bunker Hill&#8221; della classe Ticonderoga era atteso da tempo, ma sembra che non sia previsto il rientro in patria dell&#8217;altro CSG che ora fa parte della VII flotta di stanza a Yokosuka facente capo alla portaerei USS &#8220;Ronald Reagan&#8221;; unità che ha sostituito la &#8220;Carl Vinson&#8221; pochi mesi fa.</p>
<p></p>
<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;714&#8243; gal_title=&#8221;Portaerei Roosevelt&#8221;]</p>
<p>Il periodo di <strong>COMPUTEX</strong> è fondamentale per certificare la piena operatività di un gruppo da battaglia: vengono infatti messe alla prova le capacità di comando e controllo, le misure di sicurezza, le operazioni di ricerca e soccorso, il controllo dei danni in combattimento e delle capacità operative congiunte del CSG. Per questo durate il mese di addestramento in mare il gruppo da battaglia della portaerei Roosevelt ha percorso circa 7500 miglia effettuando nel complesso 9 rifornimenti d&#8217;altura ed effettuando in totale 1700 lanci di velivoli ad ala fissa. Fondamentalmente quindi durante questo periodo di addestramento vengono affrontati tutti i possibili scenari che una portaerei potrebbe trovarsi ad affrontare attraverso tutto uno spettro di missioni che vanno dal salvataggio di un equipaggio in mare sino ad affrontare minacce sottomarine o un attacco della componente aerea imbarcata.</p>
<p>L&#8217;altro gruppo da battaglia che in questo periodo è dislocato nell&#8217;area del Pacifico Occidentale, quello della portaerei <strong>&#8220;Ronald Reagan&#8221;</strong>, attualmente si trova ancorato nella baia di <strong>Hong Kong</strong>, almeno questa era la sua ultima posizione alla data del 4 ottobre. Se non dovesse ritornare a San Diego o non dovesse spostarsi verso il teatro di operazioni della V flotta, attualmente occupato dal CSG della portaerei &#8220;Nimitz&#8221; che sta incrociando tra le acque del Golfo Persico e quelle del Mar Arabico sin dal luglio di quest&#8217;anno, la<strong> US Navy</strong> si troverebbe ad avere presto due portaerei in quella &#8220;zona calda&#8221; dell&#8217;Estremo Oriente che va dal Mar Cinese Meridionale al Mar del Giappone. </p>
<p></p>
<p>[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;715&#8243; gal_title=&#8221;Portaerei REAGAN&#8221;]</p>
<p></p>
<p>Potrebbe trattarsi quindi di una mossa preventiva per mettere pressione su <strong>Pyongyang</strong> e sulla Cina in vista di un nuovo test missilistico nordcoreano? Per saperlo occorre, come sempre, &#8220;tenere d&#8217;occhio le portaerei&#8221;. <br /> </p>
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		<title>La piccola Panama raddoppia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-piccola-panama-raddoppia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jul 2016 09:14:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Canale di Panama]]></category>
		<category><![CDATA[Panama]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="834" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038-300x167.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038-768x427.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038-1024x569.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>A Panama producono due birre. La Panamà, con l&#8217;accento sulla a finale, perché è così che si dice qui: leggera di gradazione, amarognola al palato, l&#8217;etichetta riproduce la bandiera nazionale bianca, blu e azzurra. L&#8217;altra è la Balboa. Di gusto decisamente migliore, la sua etichetta non è così nazionalista, è solo rossa: riproduce il profilo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-piccola-panama-raddoppia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="834" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038-300x167.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038-768x427.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/07/1466496573-lapresse-20160610102234-19462038-1024x569.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>A <strong>Panama</strong> producono due birre. <strong>La Panamà</strong>, con l&#8217;accento sulla a finale, perché è così che si dice qui: leggera di gradazione, amarognola al palato, l&#8217;etichetta riproduce la bandiera nazionale bianca, blu e azzurra. L&#8217;altra è la <strong>Balboa</strong>. Di gusto decisamente migliore, la sua etichetta non è così nazionalista, è solo rossa: riproduce il profilo di un conquistatore spagnolo: <strong>Vasco Nunez de Balboa</strong>. Anche se andava cercando tutt&#8217;altro, fu lui, nel 1513, il primo uomo bianco a mettere piede su questa sponda del Pacifico. Lo fece con una spedizione via terra, attraversando la foresta, scontrandosi con le tribù locali e arrivando per primo a capire che no, Colombo si sbagliava: tra quelle terre e il <strong>Cipango</strong> c&#8217;era di mezzo un altro mare. Cinquecentotré anni dopo, mentre di fronte a Panama City la marea si ritira di otto metri e al largo decine di navi cargo di tutte le dimensioni sostano alla fonda in attesa del proprio turno per passare sotto il ponte delle Americas, dedicato ovviamente a Balboa, ed entrare nel canale, viene da pensare a quegli spagnoli che per primi immaginarono di costruire una <strong>via di comunicazione diretta tra i due oceani</strong>. Ci volle poco ai conquistatori per immaginare un canale che attraversasse l&#8217;istmo di meno di novanta chilometri, e unisse Atlantico e Mare del Sud, come allora si chiamava il Pacifico. <strong>Carlo I re di Spagna</strong> diede ordini ai suoi ufficiali di studiare il progetto, ma la risposta fu secca: «Non c&#8217;è re al mondo che abbia la forza di realizzare questo».Chissà se qualche volta in questi mesi il presidente panamense Juan Carlos Varela ha pensato a Carlo I. Lui quella forza l&#8217;ha avuta, e il 26 giugno ha inaugurato l&#8217;<strong>Ampliación del Canal di Panamá</strong>. Certo, l&#8217;ha fatto con due anni di ritardo sulle previsioni, ma poco conta. La colpa? Una serie di contenziosi economici con il <strong>Grupo unidos por el Canal</strong>, il consorzio di imprese formato dalla spagnola Sacyr, dalla nostra Salini-Impregilo e dalla belga Jan de Nul per la parte di scavo. I costi sono lievitati dai <strong>3,5 miliardi</strong> iniziali a oltre <strong>6 miliardi</strong>, e l&#8217;Autorità del Canale non sembrava intenzionata a farsene carico. C&#8217;è voluto un arbitrato internazionale per sciogliere in contenzioso e 18 mesi ulteriori di lavori per concludere il tutto. Sbloccando, per esempio, l&#8217;arrivo delle immense paratie da <strong>4.500 tonnellate</strong> costruite a Udine dalla <strong>Cimolai</strong>. Nel 2006, quando il 77,8 per cento del popolo panamense votò sì al referendum che chiedeva se intraprendere o no l&#8217;opera ciclopica, venne annunciato che l&#8217;apertura sarebbe stata nel 2014. Un secolo esatto dopo il battesimo del canale, nell&#8217;agosto del 1914. Allora fu fortemente voluto dal presidente americano <strong>Theodore Roosevelt</strong>, che prima favorì in tutti i modi l&#8217;<strong>indipendenza di Panama</strong> dalla Colombia, di cui era una misera provincia. E poi fece firmare dal nuovo governo una concessione agli <strong>Stati Uniti</strong> per la realizzazione del progetto e la gestione perpetua del canale. L&#8217;opera venne costruita in dieci anni dal genio civile americano, morirono oltre 5mila operai. I francesi, che erano stati i primi detentori dei diritti di costruzione, erano andati incontro a un disastro di proporzioni epocali, costato la vita a decine di migliaia di persone decimate da malaria e febbre gialla: pensavano di scavare un canale al livello del mare, come poi fecero a <strong>Suez</strong>. Gli americani capirono che il sistema di chiuse era l&#8217;unico percorribile, e crearono quello che per decenni è stato il <strong>più grande invaso artificiale al mondo</strong>: il <strong>lago Gatùn</strong> attraverso cui far navigare le imbarcazioni che attraverso il sistema di chiuse scavallano lo spartiacque continentale, che qui è posto a soli 27 metri sul livello del mare.A Panama il canale per anni ha rappresentato uno Stato nello Stato. Da un lato e dall&#8217;altro sei chilometri di terra intorno alla struttura, <strong>The Canal zone</strong>, sono stati a tutti gli effetti <strong>territorio statunitense</strong>. Un territorio che in periodo di guerra è arrivato a ospitare fino a centomila abitanti, conosciuti come <strong>Zonians</strong> negli Stati Uniti e Zoneíta a Panamá. Uno spicchio piccolo, che però di fatto divideva in due il Paese: con il paradosso che a un cittadino panamense potevano chiedere il passaporto per andare da una parte all&#8217;altra del suo Paese. Una situazione che è andata avanti fino al 31 dicembre 1999 quando il canale è diventato a tutti gli effetti panamense. Merito di un trattato firmato nel 1977 dall&#8217;allora presidente <strong>Jimmy Carter</strong> e dal dittatore militare, <strong>Omar Torrjos</strong>. Assente giustificato, il 92enne Carter avrebbe dovuto essere l&#8217;ospite d&#8217;onore alla cerimonia di apertura di quello che volgarmente è passato alle cronache come il raddoppio del canale, ma che in realtà è l&#8217;apertura di una nuova coppia di mastodontiche chiuse (tre per lato) lunghe 427 metri l&#8217;una e larghe 55, con una profondità di 18,3 metri. Quanto basta per far transitare &#8211; dragando il resto del canale &#8211; le gigantesche navi post Panamax, quelle lunghe oltre 289 metri, che trasportano petrolio e container e fanno girare le merci nell&#8217;economia globalizzata. La prima è stata la <strong>Cosco Shipping Panama</strong>, portacontainer cinese con comandante indiano, ma battente bandiera delle isole Marshall, con il suo carico di novemila container che contengono Dio solo sa cosa. Accompagnata tra le chiuse come una dama all&#8217;altare; trainata e spinta da due rimorchiatori, accolta da un tripudio di fuochi d&#8217;artificio tricolori; benedetta da vescovi, imam e altre cariche religiose; salutata da capi di Stato e ministri che indossano guayabera bianca &#8211; la tradizionale camicia a quattro tasche &#8211; e pantaloni neri come protocollo prescrive, è stata la protagonista laica di una festa popolare che ha coinvolto tutta Panama e i suoi 3,5 milioni di abitanti. All&#8217;inaugurazione erano in trentamila, estratti a sorte per partecipare all&#8217;apoteosi dell&#8217;orgoglio nazionale. In pieno stile imperiale, da panem et circenses, sudati e contenti tutti hanno ricevuto pranzo al sacco, bevande analcoliche a profusione, ombrelli, bandierine e gadget vari rigorosamente bianchi, rossi e blu. Gli altri erano sparsi lungo il canale, per dedicarsi allo shipspotting, attività che va per la maggiore qui, dove c&#8217;è gente che scarica app per seguire in tempo reale la posizione delle imbarcazioni in entrata e in uscita. Oppure erano a casa a seguire la diretta-fiume alla tv o sui maxi schermi allestiti nelle piazze. Una diretta durata dieci ore, quante ce ne sono volute alla Cosco per risalire dall&#8217;Atlantico al lago Gatún, oltrepassando il dislivello di 27 metri grazie alle chiuse di Agua Clara. Poi dove avere percorso il lago Gatún, fare rotta verso il Pacifico navigando lungo i tredici chilometri del Culebra Cut fino alle <strong>chiuse di Miraflores</strong> che fanno ridiscendere le navi al livello del mare, nel Pacifico.Una giornata di festa nazionale dal motto chiaro: <strong>el canal es de todos</strong>, il canale è di tutti. Che suonerà retorico ma è abbastanza vero. Anche se la loro vita non cambierà per il passaggio delle Postpanamax cinesi, anche se nelle loro tasche non entrerà neanche uno degli <strong>800mila dollari di pedaggio</strong> che una nave di medie dimensioni pagherà per l&#8217;attraversamento delle nuove chiuse, tutti i panamensi sembrano immensamente orgogliosi che un Paese tanto piccolo sia riuscito in un&#8217;opera così colossale. Un&#8217;opera che per il 95% è stata fisicamente realizzata da manodopera locale, perché così era stato stabilito nei capitolati di appalto. Oltre <strong>35mila persone che da domani non avranno più lavoro</strong> e infatti, a quanto raccontano alcuni giovani ingegneri italiani, negli ultimi mesi dilungavano ogni operazione per prolungare più possibile il contratto. Ma in fondo c&#8217;è da capirli. Perché per Panama il canale è qualcosa di più che un&#8217;ottima fonte di guadagno (l&#8217;opera si ripaga da sola in un paio di anni d&#8217;esercizio) e una fondamentale via di comunicazione, il canale è vita. Niente canale e Panamá probabilmente non esisterebbe come stato sovrano. Senza il canale e i suoi traffici non sarebbe diventata la base finanziaria per decine di banche, trasformandosi in un <strong>paradiso per l&#8217;evasione fiscale</strong> e il riciclaggio del denaro sporco. Senza canale non avrebbe iniziato negli anni Sessanta a immatricolare imbarcazioni di altre nazioni sotto la sua bandiera per far pagare meno tasse agli armatori. Senza canale non sarebbe stata così appetibile per i cartelli dei <strong>narcotrafficanti sudamericani</strong> come punto di transito privilegiato della cocaina e base per il riciclaggio del denaro, specie durante il regno di <strong>Manuel Noriega</strong>. Senza canale Panamá non sarebbe sulle carte geografiche e tutt&#8217;al più si identificherebbe Panama con un cappello di foglie di palma a tesa larga, ma essendo prodotto in Ecuador non sarebbe un gran motivo d&#8217;orgoglio. Per questo a Panama è in circolazione un undicesimo comandamento, ripetuto come un mantra da politici e gente comune: «Il canale ci rende liberi». E forse, in parte, è vero.Osvaldo Spadaro</p>
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