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	<title>Nikita Khrusciov Archives - InsideOver</title>
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		<title>Chernobyl 40 anni dopo: quando l&#8217;incubo sovietico divenne anche il nostro</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/chernobyl-40-anni-dopo-quando-lincubo-sovietico-divenne-anche-il-nostro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 15:35:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1283" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Chernobyl" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-600x401.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'esplosione del quarto reattore della centrale, il 26 aprile del 1986, preannunciò la fine dell'Urss e spinse a cambiare idea sul nucleare. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/chernobyl-40-anni-dopo-quando-lincubo-sovietico-divenne-anche-il-nostro.html">Chernobyl 40 anni dopo: quando l&#8217;incubo sovietico divenne anche il nostro</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1283" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Chernobyl" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-600x401.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In anni in cui il cancelliere tedesco <strong>Friedrich Merz </strong>rimpiange la decisione di <strong>Angela Merkel </strong>di chiudere le centrali nucleari e il presidente francese <strong>Emmanuel Macron</strong> si fa forte delle sue, ricordare i quarant&#8217;anni trascorsi dal disastro nucleare di Chernobyl, l&#8217;allarme mondiale, lo spavento, le radiazioni, le verdure non più mangiate, le immagini tristi di quei <em>likvidatory</em> mandati allo sbaraglio e incaricati di intervenire sull&#8217;olocausto nucleare con attrezzature quando andava bene da pompieri, ci danno come prima cosa la sensazione di quanto tempo sia passato e di quanto sia cambiato il mondo. Oggi, forse, i tre quesiti referendari del 1987 che di fatto bloccarono lo sviluppo del nucleare in Italia (quando avevamo tre centrali attive, a Caorso, Latina e Trino Vercellese, più una disattivata nel 1982, quella di Sessa Aurunca) sarebbero respinti, chissà&#8230;</p>



<p>Ma il 1986 era il 1986. E quando, durante un test di spegnimento che doveva essere di routine ma che andò male e fu gestito peggio, all&#8217;1,23 del 26 aprile esplose il reattore numero 4, uno dei due (su quattro totali) costruito solo tre anni prima, le reazioni furono quelle adeguate ai tempi. I sovietici tacquero il più possibile, sperando fino all&#8217;ultimo di poter nascondere tutto sotto il tappeto. <strong>Mikhail Gorbaciov,</strong> ch&#8217;era diventato segretario generale del Pcus appena un anno prima, <strong>parlò apertamente dell&#8217;incidente solo 14 giorni dopo.</strong> La <em>glasnost&#8217; </em>(trasparenza) era ancora solo un proposito. Purtroppo per lui se n&#8217;erano già accorti i tecnici della centrale nucleare svedese di Forsmark, che avevano rilevato alti livelli di radiazioni, avevano sospettato un guasto interno e infine avevano capito che il pericolo arrivava appunto da Cernobyl, portato dai venti.</p>



<p><strong>Forsmark dista da Chernobyl 1.100 chilometri,</strong> il che dà l&#8217;idea di quanta strada in poco tempo riuscirono a fare le nubi tossiche. Passammo giorni, allora, a studiarne il percorso, piuttosto inutilmente. &#8220;Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va&#8221; (Giovanni, 3,8). Più prosaicamente, mi permetto qui un modestissimo aneddoto personale. Si era in Val Gardena con la figlia di tre anni colpita da pertosse e per questo portata in montagna, e mia moglie incinta. Fuga precipitosa per non farci sorprendere dalla nube in arrivo da Est salvo scoprire, una volta arrivati a Milano, che la nube si era spostata con noi. Anzi, sopra di noi. </p>



<p>Noi ci spaventavamo, ci dicevamo &#8220;nucleare mai più&#8221; e cominciavamo a fare i conti con eventuali aumenti delle sindromi tumorali. Negli anni, i diversi organismi scientifici che se ne sono occupati non sono riusciti a trovare un accordo, partendo da conclusioni anche molto lontane tra loro. Secondo il <strong>Chernobyl Forum</strong>, tavolo istituzionale promosso dall&#8217;Onu con la partecipazione tra gli altri di OMS, UNSCEAR (istituto dell&#8217;Onu incaricato di valutare gli effetti delle radiazioni), l&#8217;Agenzia internazionale per l&#8217;energia atomica, gli Istituti superiori di Sanità di Russia, Ucraina e Bielorussia, le vittime certe furono 65, senza evidenze epidemiologiche che denunciassero un particolare aumento di tumori e leucemie tra i l<em>ikvidatory</em> (ne parliamo tra poco) nella popolazione civile. All&#8217;oppposto <strong>il rapporto di Greenpeace,</strong> che ha invece parlato di un numero di vittime tra 100 e 270 mila. In mezzo, tante altre valutazioni più o meno affidabili.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">I pompieri e i <em>likvidatory</em></h2>



<p>E mentre noi ci preoccupavamo, a Chernobyl e dintorni si moriva sul serio. Le prime a intervenire, pochi minuti dopo l&#8217;esplosione furono due squadra di semplici pompieri, una interna alla centrale e l&#8217;altra assegnata alla città di Pryp&#8217;jat (di cui parleremo). Furono mandati allo sbaraglio, con l&#8217;unico intento di domare l&#8217;incendio che fin da subito fu visibile a molti chilometri di distanza. La prima squadra ad arrivare sul posto era comandata dal tenente <strong>Vladimir Previk,</strong> che morì l&#8217;11 maggio. La seconda era invece comandata dal tenente <strong>Viktor Kibenok</strong>, che morì il 14 maggio. La sorte che, nel giro di poche settimane, toccò anche a tutti i loro colleghi, che avevano assorbito dosi micidiali di radiazioni e maneggiato in pratica a mani nude le grafite radioattiva uscita dalla breccia del rettore numero 4. Negli anni successivi, soprattutto nel 1986 e nel 1987 ma comunque fino al 1990, toccò, come anticipato prima, ai <strong><em>likvidatory</em>, circa 600 mila persone in totale reclutate tra i militari e personale specializzato nelle operazioni di bonifica, </strong>incaricate non solo della &#8220;pulizia&#8221; del sito ma anche della costruzione  del primo sarcofago destinato a ingabbiare le radiazioni ancora in uscita dal reattore distrutto.</p>



<p>Per quindici lunghissimi anni, cioè fino all&#8217;incidente della centrale giapponese di Fukushima (l&#8217;unico altro a essere classificato al livello 7, cioè il massimo della scala INES), dell&#8217;11 marzo 2011, Chernobyl è stato l&#8217;emblema di tutti i peggiori incubi nucleari e per noi europei lo è tuttora. Negli anni, al netto degli aspetti sanitari, <strong>è diventato agli occhi di molti persino una causa della rovina finale dell&#8217;Urss</strong>, soprattutto se accoppiato al ritiro dell&#8217;Armata Rossa dall&#8217;Afghanistan nel 1989.  In realtà, l&#8217;incidente e la sua gestione furono, più che una causa del crollo, <strong>una conferma che il sistema non funzionava più, che tra Mosca e le &#8220;periferie&#8221; la relazione era ormai troppo blanda e confusa per essere efficace.</strong> Sistema che, con Chernobyl, dovette mostrare al mondo la sua realtà concreta, quella che missili e cannoni avevano fin lì mascherato. Anche se il disastro è &#8220;intitolato&#8221; alla città di Chernobyl, che in realtà dista dalla centrale una ventina dai chilometri, le immagini spettrali degli edifici vuoti, l&#8217;asilo con i giocattoli ancora sugli scaffali, la ruota del luna park immobile e arrugginita, note in tutto il mondo, <strong>vengono da Pryp&#8217;jat,</strong> il piccolo centro costruito a pochi passi dai reattori.</p>



<p>Chi scrive ci è stato tre volte e ogni volta è rimasto sconvolto dal panorama: qui un impianto nucleare; lì, a distanza di meno di una passeggiata, le case, le scuole, la mensa, i giardinetti. Un assetto che peraltro si riscontrava in tutti i grandi centri industriali dell&#8217;Urss, per esempio anche nelle grandi città siderurgiche del Donbass, dove le ciminiere facevano ombra ai balconcini delle <em>khruscioby</em>, i condomini tirati sù in tutta fretta all&#8217;epoca di <strong>Nikita Khrusciov</strong> per provare a risolvere la cronica carenza di appartamenti. Tutto pareva affermare: tu sei ciò che lavori. L&#8217;uomo a una dimensione, per dirla con Marcuse, che di lì a poco avrebbe fatto capire a Mosca di averne abbastanza. </p>
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