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	<title>Nelson Mandela Archives - InsideOver</title>
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	<title>Nelson Mandela Archives - InsideOver</title>
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		<title>La storia (per nulla segreta) del nucleare israeliano</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/la-storia-per-nulla-segreta-del-nucleare-israeliano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Arigotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 11:54:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Le prove del nucleare israeliano, il segreto di Pulcinella che tutti fanno finta di ignorare, con fatti noti da decine di anni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Abbiamo ampiamente <a href="https://it.insideover.com/guerra/diplomazia-tattica-e-danni-reali-liran-e-il-nucleare-dopo-la-guerra-dei-12-giorni.html">documentato</a> la querelle sul nucleare iraniano: tra l’altro nei giorni scorsi diverse nazioni europee hanno reso pubblica la decisione di reintrodurre <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2025/09/28/tornano-in-vigore-sanzioni-dellonu-alliran-dopo-10-anni_6e6f83d5-25c2-4c58-b5b2-b8288ab59bb1.html">sanzioni</a> contro la Repubblica Islamica, nonostante nel recente <a href="https://www.youtube.com/watch?v=KchtPpnxXvQ">discorso</a> dinanzi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il presidente <strong>Masoud Pezeshkian</strong> abbia ribadito come il suo Paese non abbia alcuna mira in tal senso.</p>



<p>In Medio Oriente, però, c’è un altro Stato che non ha mai ammesso ufficialmente, salvo alcune <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/01/24/bomba-atomica-su-gaza-il-ministro-israeliano-eliyahu-evoca-di-nuovo-un-attacco-nucleare-sulla-striscia/7421297/">dichiarazioni</a> “sfuggite” nel corso degli anni, il possesso di armamenti nucleari: stiamo parlando di Israele. Si è detto, a questo riguardo, di una politica di <a href="https://ilmanifesto.it/in-medio-oriente-un-nucleare-civile-diventato-bomba-ce-gia-quello-di-tel-aviv">ambiguità strategica</a> da parte di Tel Aviv, che ha così ottenuto di non soggiacere agli obblighi prescritti dal Trattato di Non Proliferazione (<a href="https://www.disarmo.org/rete/a/10563.html">TNP</a>), al quale giova ricordarlo, non hanno mai aderito neanche India, Pakistan e Corea del Nord. Lo Stato ebraico ha sempre giustificato la sua scelta con ragioni securitarie.</p>



<p>In realtà, quello del nucleare israeliano è il classico segreto di Pulcinella. Fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, grazie al sostegno cruciale della Francia e della <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2015-05-12/merkel-defends-arms-sales-to-israel-as-obligation-for-nazi-past?embedded-checkout=true">Germania</a>, fu possibile realizzare nel deserto del Negev il reattore di Dimona, ufficialmente dedicato alla ricerca scientifica. E non è l’unico elemento, visto che nel 1986 divenne di pubblico dominio la testimonianza di <strong>Mordechai Vanunu</strong>, ex tecnico nucleare, che <a href="https://www.theguardian.com/world/2018/mar/28/mordechai-vanunu-israel-spying-nuclear-1988">rivelò</a> al Sunday Times che lo Stato ebraico possedeva decine, se non centinaia, di testate nucleari. Per la verità esistono alcune <a href="Manlio%20Dinucci,%20Il%20potere%20nucleare.%20Fazi%20editore,%202015%20(pag.%2056)">analisi</a>, stando alle quali <strong>già nel 1967 Tel Aviv sarebbe stata in possesso di alcune bombe atomiche</strong>. Per la cronaca lo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mordechai_Vanunu">scienziato</a> venne successivamente rapito e incarcerato in Israele. Condannato a 18 anni di reclusione, dopo il rilascio ha continuato a essere oggetto di misure restrittive e pronunce giudiziarie, oltre a limitazioni per l’accesso ai social e i contatti con la stampa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le altre testimonianze</h2>



<p>La voce di Vanunu non è isolata. In un’intervista rilasciata all’Observer nel 2003, <strong>Martin Van Creveld</strong>, docente israeliano di Storia militare, rivelò il possesso di armamenti nucleari da parte di Tel Aviv, mentre nel 2006 fu il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, <strong>Robert Gates</strong>, a parlane nel corso di un’audizione al Senato; nel 2015 lo stesso governo federale declassò alcuni documenti risalenti agli anni Ottanta che parlavano apertamente di laboratori nucleari israeliani, mentre nel 2006 il primo ministro dello stato ebraico, <strong>Ehud Olmert</strong>, si era lasciato sfuggire alcune indiscrezioni nel corso di un programma andato in onda su un’emittente tedesca<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>



<p>Nel suo saggio <em><a href="Edito%20da%20Arianna%20editrice%20(2017),%20pagg.%2075%20e%20seguenti">Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza</a></em>, l’analista Giacomo Gabellini ricorda l’ostilità dell’allora amministrazione Kennedy alle mire nucleari israeliane, un orientamento che però sarebbe mutato col suo successore <strong>Lyndon Johnson</strong>. Nello stesso volume, Gabellini ricorda le manovre dei servizi segreti israeliani per bloccare le velleità nucleari dell’Egitto di Nasser, che si sarebbero sostanziate persino nell’impiego di ex ufficiali nazisti (tra gli altri si fa il nome di <strong>Otto Skorzeny</strong>, il liberatore di Mussolini dal Gran Sasso) per bloccare, ricorrendo persino ad alcuni omicidi, la collaborazione instaurata col Cairo da parte di alcuni scienziati tedeschi (cosiddetta <a href="https://storiainpodcast.focus.it/loperazione-damocle/">Operazione Damocle</a>).</p>



<h2 class="wp-block-heading">La guerra dello Yom Kippur</h2>



<p>Al contempo, però, Israele proseguiva nella politica nucleare, che ebbe un’accelerazione dopo la guerra dello Yom Kippur (1973), che accrebbe la sindrome di accerchiamento e la ricerca della bomba quale efficace deterrente. In tal senso, si sarebbe rivelata determinante la collaborazione col <a href="https://www.youtube.com/watch?v=DSylVPh_Bvs">Sudafrica</a> dell’apartheid, attuata tramite uno scambio tra assistenza tecnica e fornitura di centinaia di tonnellate di uranio da parte di Pretoria. La fine del regime segregazionista comportò la fine della cooperazione –<strong> il Sudafrica dismise gli ordigni in suo possesso</strong> – mentre il nuovo governo guidato da <strong>Nelson Mandela</strong> rese pubblici una serie di documenti che provavano tale collaborazione, circa i quali furono pubblicate interessanti <a href="https://www.theguardian.com/world/2010/may/23/israel-apartheid-south-africa-nuclear-warheads">inchieste giornalistiche</a>, il tutto ovviamente con grande disappunto di Tel Aviv.</p>



<p>Ora, senza entrare nel merito dei doppi standard che quando si parla di Israele sembrano toccare punte ai limiti dell’incredibile, è chiaro che la tacita accettazione di una situazione di fatto, senza sottoporsi a quei meccanismi di controllo di cui si pretende il rispetto da altri, sollevi non poche perplessità sulla credibilità complessiva di un impianto, quello del trattato sulla non proliferazione, che come si legge nel <a href="https://www.disarmo.org/rete/a/10563.html">testo</a>, <strong>impegna le potenze nucleari a non supportare gli Stati che non possiedano tali armamenti</strong>, con l’obbligo per questi ultimi di non ricercarne il possesso. A vigilare sul rispetto delle prescrizioni l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, sottolineando che l’accordo non preclude lo sviluppo e l’utilizzo della tecnologia nucleare per scopi non militari.</p>



<p>In tutto questo si inserisce un ulteriore <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/04/israele-export-armi-record-ue-principale-mercato/8013820/">dato</a> che fa riflettere: Israele, stando ai report 2024 del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), <strong>è tra i primi dieci esportatori mondiali di armamenti</strong>, toccando lo scorso anno un vero e proprio record storico; un comparto, quello bellico, che incide notevolmente sul PIL, e per la cronaca oltre la metà dei contratti sono stati siglati con Paesi membri dell’Unione Europea.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Giacomo Gabellini, op. cit., pag. 83.</p>
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		<title>Sudafrica: dimenticare quello di Mandela per farne nascere uno moderno</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/sudafrica-dimenticare-quello-di-mandela-per-farne-nascere-uno-moderno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2024 15:04:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Brics]]></category>
		<category><![CDATA[Disuguaglianze]]></category>
		<category><![CDATA[economia africana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_10228213.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>30 anni fa il primo voto a suffragio universale. Ma il 29 maggio il partito di Mandela potrebbe perdere la maggioranza e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/LP_10228213.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p><em>Nkosi sikelel&#8217; iAfrika</em>: Dio protegga l&#8217;Africa. È questa la prima frase dell<strong>&#8216;inno nazionale del Sudafrica</strong>, quello adottato ufficialmente nel 1997 e realizzato grazie alla &#8220;fusione&#8221; tra un vecchio canto religioso in lingua xhosa e il precedente inno in vigore nell&#8217;era dell&#8217;apartheid. E già proprio da qui è possibile inquadrare la <strong>complessità dell&#8217;attuale Sudafrica</strong>, l&#8217;unico Paese in cui l&#8217;inno è formato da strofe contenenti <strong>cinque lingue diverse</strong>: la parte iniziale è in <strong>xhosa</strong>, la seconda frase è in <strong>zulu</strong>, poi in mezzo ci sta una parte del brano in <strong>seshoto</strong> denominata &#8220;morena boloka&#8221; e infine la chiusura con il vecchio inno in afrikaans e inglese.</p>



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<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Katlego Maboe - Nkosi Sikelel iAfrica" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/Kw3YZ2R4o_E?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_Kw3YZ2R4o_E");</script>
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<p>Non è un caso se esattamente trent&#8217;anni fa, quando il Sudafrica è andato per la prima volta al voto con suffragio universale, è stato coniato il termine &#8220;<strong>Paese arcobaleno&#8221;</strong>, prendendo spunto da una frase pronunciata anni prima dall&#8217;arcivescovo <strong>Desmond Tutu</strong>. Oggi di quanto accaduto nel 1994, di quelle elezioni che hanno visto<strong> la nascita del nuovo Sudafrica guidato da Nelson Mandela</strong>, c&#8217;è ben poca voglia di parlare. Ma non soltanto per le noti tristi vicende che stanno scandagliando da anni la fragile società della prima economia africana (a pari merito, da qualche tempo, con la Nigeria). Il punto focale è che, rispetto a trent&#8217;anni fa,<strong> il Paese ha subito ulteriori e drastici cambiamenti</strong>. Molti in negativo, da un lato: disoccupazione, povertà diffusa, criminalità, perdita di autorità da parte delle forze dell&#8217;ordine, indietreggiamento sul fronte sanitario e infrastrutturale. Ma non tutto è da gettare via: &#8220;Vedo ad esempio &#8211; è la testimonianza, resa su InsideOver, di un impegnato italiano di un un&#8217;azienda che si occupa di energia nella Western Cape &#8211; che le attuali difficoltà stanno contribuendo anche a una<strong> maggiore solidarietà </strong>nella popolazione e c&#8217;è un certo <strong>dinamismo politico e intellettuale</strong>&#8220;.</p>



<p>Il Sudafrica a breve andrà di nuovo al voto e, oltre ai <strong>bilanci</strong> di trent&#8217;anni difficili, è anche tempo di guardare al <strong>futuro</strong>. L&#8217;<em>African National Congress</em> (<strong>Anc</strong>), il partito guida della popolazione di colore e un tempo presieduto da Mandela, ora è in crisi di consenso e potrebbe scendere sotto il 50%. Per governare quindi, dovrà formare una <strong>coalizione</strong> e cedere parte di un potere tenuto in modo stretto negli ultimi decenni: forse un passo, alimentato dalle difficoltà, che potrebbe guidare il Sudafrica verso una <strong>democrazia più matura </strong>e non regolata in base a semplici dinamiche etniche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La fine del &#8220;partito degli africani&#8221;</h2>



<p>Il Paese andrà alle urne il 29 maggio e, comunque andrà, uscirà completamente diverso. Ne è convinta la folta comunità italiana, residente soprattutto nella <strong>Western Cape</strong>, la provincia il cui capoluogo è<strong> Città del Capo</strong>. La metropoli cioè &#8220;più europea&#8221; nell&#8217;aspetto, nell&#8217;urbanistica dei quartieri centrali e nella suddivisione della popolazione: qui sono infatti concentrati i principali investimenti provenienti dal Vecchio Continente e qui vive una parte significativa di <strong>afrikaner</strong>. Coloro cioè che parlano l&#8217;<strong>afrikaans</strong>, la lingua collegabile all&#8217;olandese e quindi ai primi coloni giunti qui dai Paesi Bassi. Non è certo un caso se Città del Capo da quasi un decennio è amministrata dall&#8217;Alleanza Democratica (<em>Da</em>), il principale partito di opposizione al governo trentennale dell&#8217;Anc.</p>



<p>&#8220;Qui è possibile toccare con mano il fallimento dell&#8217;Anc &#8211; ha dichiarato uno dei rappresentanti degli italiani nella Western Cape &#8211; non solo perché qui il partito è stato scavalcato dal Da, ma anche perché su molti aspetti la <strong>qualità della vita è andata progressivamente peggiorando</strong>&#8220;. In alcuni quartieri, quelli della sempre più ridotta classe media, manca a volte anche l&#8217;elettricità. In altre zone invece, le <strong>township</strong> abitate da una massa sempre più povera della popolazione hanno guadagnato terreno in modo disordinato e al loro interno <strong>i gruppi della droga hanno inesorabilmente preso il sopravvento</strong>: &#8220;Provare a uscire di casa in certi orari è difficile &#8211; ha aggiunto il lavoratore italiano &#8211; in Italia c&#8217;è stato un coprifuoco tre anni fa per via del Covid, qui a Città del Capo invece non serve nemmeno mettere leggi che proibiscano di uscire e non serve aspettare una pandemia: la gente semplicemente evita di stare fuori casa la sera, diversamente si rischia molto in termini di sicurezza&#8221;.</p>



<p>Per questo in tanti da anni, anche tra la popolazione di colore, non si affida più all&#8217;Anc: &#8220;Quando sono arrivato qui &#8211; ha spiegato ancora il nostro connazionale &#8211; era il 2005 e il partito di Mandela rappresentava tutti i cittadini delle varie comunità bantu, mentre il Da era solitamente votato soltanto dalla popolazione di origine europea. Oggi non è più così, <strong>il voto è trasversale</strong>: tra molti elettori di origine bantu non prevale più l&#8217;idea secondo cui se sei di colore allora devi votare per gli eredi di Mandela. Tutti hanno problemi e tutti hanno iniziato a votare per quel partito che più poteva garantire la risoluzione dei problemi, a prescindere se si trattava dell&#8217;Anc o meno&#8221;.</p>



<p>In questo senso, si inizia a vedere<strong> la fine del modello di Anc quale partito africano</strong>. La formazione guida delle<strong> lotte contro l&#8217;apartheid</strong> è oggi solo una delle possibili scelte di un popolo sempre più disilluso, oltre che sempre più povero: &#8220;Chissà se da questi problemi &#8211; ha concluso il lavoratore italiano ascoltato da InsideOver &#8211; possa sorgere un Paese paradossalmente meno diviso, dove magari si vota per opinione e non per una questione di appartenenza etnica&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Verso una &#8220;reale&#8221; democrazia multipartitica </h2>



<p>Il presidente uscente è <strong>Cyril Ramaphosa</strong>, veterano delle lotte di Mandela e a capo del Paese dal 2018. Il sistema politico sudafricano ha una particolarità: il presidente è sì capo di Stato e capo dell&#8217;esecutivo, ma non viene eletto direttamente bensì scelto dal partito che ottiene la maggioranza in parlamento. L&#8217;Anc, al potere dal 1994, ha espresso da allora quattro presidenti: <strong>Mandela, Mbeki, Zuma</strong> e quindi l&#8217;attuale <strong>Ramaphosa</strong>. Ma per la prima volta in trent&#8217;anni, il partito potrebbe scendere sotto la soglia del 50%. E pensare che fino a dieci fa, alla vigilia delle elezioni del 2014, l&#8217;unico vero dilemma riguardava l&#8217;ampiezza della vittoria della formazione che fu di Mandela e se, in particolare, l&#8217;Anc avesse raggiunto o meno una maggioranza dei due terzi del parlamento.</p>



<p>Cinque anni fa, il partito è sceso sotto il 60%, adesso lo spettro di dover governare in coalizione con altri è sempre più vicino. Anche perché l&#8217;opposizione a questo giro si è organizzata per bene: la Da ha messo su una <strong>coalizione</strong> con altri piccoli partiti ed è accreditata del 33% dei consensi. Forse, ipotizzano molti media sudafricani, è possibile la creazione di una grande coalizione proprio tra i due storici principali rivali. Il tutto per fronteggiare nemici comuni come, tra tutti l&#8217;<strong>Eff di Julius Malema</strong>: quest&#8217;ultimo, accreditato dell&#8217;11%, porta avanti una narrazione definita populista che preoccupa tanto l&#8217;Anc, timorosa di perdere consenso tra gli strati più poveri della popolazione, quanto la Da per via degli annunci relativi alla possibilità di <strong>espropriare le terre</strong> agli agricoltori di origine europea.</p>



<p>C&#8217;è poi un altro importante nemico comune, rappresentato da <strong>Jacob Zuma</strong>. L&#8217;ex presidente, costretto alle dimissioni nel 2018 per gravi accuse di corruzione, ha ancora molto seguito soprattutto nella provincia di<strong> Kwa-Zulu</strong>, di cui è originario. Nei mesi scorsi ha fondato un suo partito denominato<em> uMukhonto we Sizwe </em>(&#8220;La lancia della nazione&#8221; in lingua zulu e noto con l&#8217;acronimo <strong>Mk</strong>), nelle ultime ore accusato di aver raccolto firme false per presentarsi. Zuma, oggi 81enne, potrebbe intercettare altri voti all&#8217;Anc. Ma, così come sottolineato dagli stessi analisti sudafricani, è anche consapevole di dover raccogliere consenso tra gli afrikaneer per entrare in parlamento e dunque anche il suo partito potrebbe racimolare consenso in modo trasversale. Anche la sua retorica, di recente, è sembrata più conciliante e di sicuro più lontana dai propositi di requisire le terre agli agricoltori di origine boera.</p>



<p>In generale, considerando anche la presenza di altri partiti a carattere locale, come la formazione nota con il nome di <strong>Inkata</strong> (radicata tra gli elettori di origine zulu), pur tra molti limiti il Sudafrica sembra avviarsi verso una più <strong>sistemica e strutturata democrazia multipartitica</strong>. Dove non ci sarà soltanto un partito in grado di controllare ogni aspetto della vita politica ma, al contrario, una competizione su base non sempre settaria. Del resto, trent&#8217;anni di governo in solitaria hanno trasformato l&#8217;Anc in una torre colma di interessi corruttivi e di personaggi accusati di lucrare sulla vita politica: un potere condiviso e la consapevolezza di dover adesso guadagnarsi una maggioranza, forse potrebbero contribuire a rinfrescare e rigenerare le stanze dei bottoni sia a <strong>Pretoria</strong>, dove ha sede il governo, così come a<strong> Città del Capo</strong>, dove invece si trova il parlamento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Uno Stato da ridisegnare </h2>



<p>C&#8217;è stato quindi un Sudafrica dell&#8217;apartheid, poi c&#8217;è stato il Sudafrica dell&#8217;Anc. Il 29 maggio potrebbe sorgere un &#8220;<strong>terzo Sudafrica</strong>&#8220;, quello più multipartitico ma con sulle spalle i fardelli ereditati dai periodi passati. La <strong>disuguaglianza</strong>, figlia della segregazione dell&#8217;apartheid e mai realmente combattuta dal partito di Mandela, è la principale piaga. E oggi non interessa solo i cittadini di origine bantu, ma anche molti sudafricani di origine boera. Il divario economico tra le varie classi sociali e i vari strati della popolazione, stanno lacerando sempre di più il Paese. Se n&#8217;è avuta una drammatica dimostrazione nello scorso mese di agosto, quando un incendio ha divorato un vecchio edifici del centro di <strong>Johannesburg</strong>, la capitale economica sudafricana: all&#8217;interno di quello stabile, situato in una via un tempo cuore industriale della metropoli, c&#8217;erano decine di persone senza casa che avevano trovato un precario rifugio. A cause delle fiamme, almeno in 70 hanno perso la vita. Una <strong>strage della miseria e della povertà </strong>che, ancora una volta in modo drammatico, ha portato alla ribalta i gravi problemi di oggi.</p>



<p>Mancano infatti le <strong>case</strong>, manca un <strong>tetto sicuro</strong> per migliaia di persone, manca il lavoro e manca una vera <strong>prospettiva</strong>. Per questo in tanti si rifugiano nella droga, mercato che invece non sta conoscendo crisi. Anzi, in tutte le metropoli decine di bande più o meno organizzate si contendono ogni giorno intere piazze di spaccio e questo spiega<strong> l&#8217;impennata del tasso di omicidi </strong>registrati negli ultimi anni. Le ultime statistiche del ministero dell&#8217;Interno, parlano di almeno 86 persone uccise al giorno per le vie delle città sudafricane. Rispetto agli anni precedenti, la crescita è nell&#8217;ordine del 40%.</p>



<p>Una circostanza quest&#8217;ultima che si ricollega a un altro punto chiave, quello della <strong>sicurezza</strong>. Ne ha parlato, come sottolineato in precedenza, il lavoratore italiano ascoltato ai nostri microfoni. Per dare meglio l&#8217;idea, arrivano in soccorso altri dati diffusi dai media sudafricani: si stima in particolare che, in tutto il Paese, mezzo milione di persone lavorino nel settore della <strong>sicurezza privata</strong>. Vuol dire quindi che i cittadini oramai affidano le loro vite più alle guardie giurate e alle società esterne piuttosto che alla polizia, i cui uomini e mezzi faticano anche ad entrare nelle township di Città del Capo, Johannesburg e delle altre metropoli. Non è raro, camminando per le grandi città, vedere appartamenti e ville circondati da muri invasivi in cui fanno capolino torri di guardia, camere di videosorveglianza e filo spinato. Una sensazione di <strong>perenne stato d&#8217;assedio </strong>e di <strong>precarietà</strong> destinata a incidere nell&#8217;animo e nei meandri della società.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ancoraggio ai Brics</h2>



<p><strong>Parlare di Sudafrica, vuol dire parlare di Africa</strong>. Pur immerso nel profondo delle sue tante contraddizioni, il Paese ad oggi rappresenta l&#8217;economia più industrializzata del continente. Nonché l&#8217;unica potenza in grado di far parlare di Africa a livello internazionale. Pretoria fa parte dei <strong>Brics</strong>, l&#8217;organizzazione delle potenze emergenti che racchiude anche Russia, Cina, India e Brasile. Di recente, il governo di Ramaphosa ha destato clamore per l&#8217;azione giudiziaria contro Israele intentata al tribunale internazionale a proposito degli eventi di Gaza. In poche parole, nel bene e nel male, ogni voce che esce dal Sudafrica è una voce destinata a incidere sul futuro dell&#8217;Africa. Osservare le dinamiche del Paese oggi vuol dire, in prospettiva futura, osservare buona parte delle dinamiche <a href="https://it.insideover.com/politica/macron-da-lula-alla-ricerca-di-un-nuovo-ponte-per-lafrica.html">dell&#8217;Africa</a> che verrà.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/sudafrica-dimenticare-quello-di-mandela-per-farne-nascere-uno-moderno.html">Sudafrica: dimenticare quello di Mandela per farne nascere uno moderno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Cos’è stato l’apartheid: le violenze, la lotta e l’eredità di Desmond Tutu</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/cose-stato-lapartheid-le-violenze-la-lotta-leredita-di-desmond-tutu.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Dec 2021 07:55:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Colonialismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-2048x1363.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Con la morte dell’arcivescovo anglicano Desmond Tutu si chiude in Sudafrica un’era costellata da una generazione che ha lottato contro l’apartheid e il colonialismo per quasi un secolo. Appena un mese fa si era spento anche Frederik de Klerk, l&#8217;ultimo presidente bianco del Sudafrica che scarcerò Nelson Mandela e con lui condivise il premio Nobel &#8230; <a href="https://it.insideover.com/storia/cose-stato-lapartheid-le-violenze-la-lotta-leredita-di-desmond-tutu.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/AX32bDZzIj3gUzpW7qdU_ANSA-2048x1363.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Con la <a href="https://www.ilgiornale.it/news/mondo/morto-desmond-tutu-larcivescovo-simbolo-lotta-allapartheid-1998228.html">morte dell’arcivescovo anglicano <strong>Desmond Tutu</strong></a> si chiude in Sudafrica un’era costellata da una generazione che ha lottato contro l’<strong>apartheid</strong> e il colonialismo per quasi un secolo. Appena un mese fa si era spento anche <strong>Frederik de Klerk</strong>, l&#8217;ultimo presidente bianco del Sudafrica che scarcerò Nelson Mandela e con lui condivise il premio Nobel per la Pace nel 1993.</p>
<h2>Alle origini dell&#8217;<em>apartheid</em></h2>
<p>Anche se, tecnicamente, la grande stagione dell’apartheid si colloca nel range temporale 1948-1994, la storia della segregazione razziale in Sudafrica ha inizio ben prima, a partire dal Seicento, con l’arrivo dei primi coloni olandesi. Da questo momento, lentamente, e poi con il grande <em>Trek</em> verso l’interno, il meticciato iniziò ad essere poco tollerato. La svolta verso sistemi di segregazione legalizzati, perpetrati attraverso <em>pass</em> e limitazioni del diritto di voto, fu solo questione di tempo. L’idea di base era quella di ritribalizzare i neri, segregandoli di fatto, estendendo il sistema dei <em>pass </em>anche la popolazione di origine indiana. Con il <strong>Black Land Act</strong> del 1913 venne vietato anche l’acquisto di terra da parte dei <em>bantu</em>: l’obiettivo era privare i nativi del diritto al suolo e, dunque, alla nazionalità. La segregazione arrivò presto anche nelle aree urbane e su alcuni luoghi di lavoro. Il cosiddetto “sviluppo separato” venne promosso a partire dagli anni Cinquanta attraverso il sistema dei <strong><em>bantustan</em></strong>, ovvero riserve trasformate in nazioni separate dal Sudafrica, tentando di relegare qui l’80% della popolazione in appena il 13% del territorio totale.</p>
<p>All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, nel 1948, il governo sudafricano (con il Partito Nazionale) con a capo Daniel Malam, inasprirà il regime separatista, avendo come obiettivo di lungo termine quello di eliminare la cittadinanza dei neri. Entro il 1950 la separazione residenziale diventò assoluta, soprattutto nelle città, e la maggior parte della popolazione povera si ritrovò così lontano dai luoghi di lavoro e senza infrastrutture. Nel 1953 la segregazione arrivò anche nel mondo dell’istruzione, e per non mettere in pericolo la posizione professionale privilegiata dei bianchi vennero create delle scuole ove si trasformavano i neri in mera manodopera, con programmi volutamente sottoqualificati. I matrimoni misti e le relazioni sessuali fra etnie diverse furono messi al bando.</p>
<p>Mentre il sistema dei bantustan diveniva un fallimento politico, oltre che eticamente abietto, il Sudafrica bianco viveva, tra gli anni Cinquanta e Settanta, una vera <em>golden age</em>, figlia di un’economia autarchica. L’apartheid, politicamente, rappresentava la messa in pratica degli ideali etno-nazionalisti coltivati dagli afrikaneer: la <strong>Chiesa riformata olandese</strong> ne sarà lo strumento culturale privilegiato, applicando la segregazione nelle scuole e nelle parrocchie, lavorando a braccetto con il regime al fine di sviluppare una teologia del segregazionismo.  Anche il contesto internazionale della Guerra Fredda fu fondamentale per giustificare questo sistema: i nazionalisti africani avallarono, infatti, l’apartheid come sistema per resistere all’avanzata del comunismo. Il mondo bantu, tuttavia, non restò mai a guardare. I primi fenomeni di resistenza possono essere datati già nel corso del Settecento, quando rivolte schiavili furono represse nel sangue dai coloni olandesi. Ma il Sudafrica poté godere anche del passaggio di un’icona del calibro di Gandhi, che in quegli anni visse proprio in Sudafrica mettendo in pratica le sue teorie sulla non violenza.</p>
<h2>La nascita del <em>National Congress</em></h2>
<p>Nel 1912, invece, venne fondato il <strong><em>South African Native National Congress</em></strong>, dall’approccio tendenzialmente moderato ma con il chiaro intento di abbattere il segregazionismo. Negli anni Quaranta, l’attivismo di una serie di giovani intellettuali neri portò ad uno scontro più dirompente con il governo sudafricano. Se Robert Sobukwe divenne il portavoce della posizione africanista, la frangia facente capo ad un altro “giovane”, <strong>Nelson Mandela</strong>, sarà invece più aperta a soluzioni multirazziali e comunicherà efficacemente con il Partito Comunista Sudafricano. La nuova leadership giovane del <em>Congress</em>, con gli anni Cinquanta, porterà lo scontro a un livello superiore. Iniziarono campagne di proteste attive nelle città e nei bantustan: il bersaglio saranno i nuovi istituti dell’apartheid come le scuole, la polizia o la tassazione. Nel 1955 nascerà la <strong><em>Congress Alliance</em></strong>, unione di una serie di partiti sudafricani (anche non neri) per scrivere la Freedom Charter, il piano per il futuro Sudafrica con soluzione multirazziale. Questo indispettì la frangia africanista del Partito, che se ne distaccò formando il <strong><em>Pan Africanist Congress</em></strong>, portando avanti nuove campagne anti-pass all’inizio degli anni Sessanta represse tutte nel sangue come nel caso del massacro di Sharpeville il 21 marzo del 1960. Dopo Sharpeville inizierà un’emorragia di rifugiati politici all’estero, mentre la lotta in patria diventerà armata, attaccando le infrastrutture: nasceranno numerosi gruppi armati clandestini, che presero di mira più che i bianchi, i neri collaborazionisti.</p>
<p>Tra il 1963 e il 1964 quasi tutta la leadership anti-apartheid verrà arrestata: Nelson Mandela, condannato al carcere a vita, diventò il simbolo della resistenza contro la segregazione, uscendo dalla lotta attiva, formalmente tagliato fuori dalla leadership del <em>Congress</em>. Il vero leader, nel frattempo, diventò Oliver Tambo, che iniziò a girare il mondo cercando sostegno di vario tipo alla lotta nera sudafricana. In Sudafrica iniziò a svilupparsi il nuovo movimento della <strong><em>black consciousness</em></strong>, che si ispirava al panafricanismo più radicale, conquistando gli studenti la cui resistenza si accese drammaticamente nel celebre <em>Soweto uprising</em> del 1976, soppresso nel sangue.</p>
<h2>Il lavoro di Desmond Tutu e il concetto di &#8220;ubuntu&#8221;</h2>
<p>Ed è con gli anni Ottanta che, con <a href="https://www.youtube.com/watch?v=hNpfJu1CVyc">Mandela</a> assurto a santone del movimento anti-apartheid, anche grazie al faro che l’opinione pubblica (e la musica) mondiale puntò sul Sudafrica, emerse la figura di <strong>Desmond Tutu</strong>. Originario del Transvaal, Tutu aveva insegnato a lungo nelle scuole bantu che abbandonò in segno di disprezzo verso la segregazione scolastica ed educativa: per questa ragione divenne cappellano dell&#8217;Università di Fort Hare, una culla di dissenso e una delle poche università di qualità per gli studenti neri nella parte meridionale del Sudafrica. Un continuo vai e vieni da Londra, cedette poi il passo ad impegno sempre maggiore acuitosi dopo i fatti di Soweto: in breve diventò la star della <strong>Regina Mundi</strong> di Soweto, atteso all’esterno dai blindati della polizia. Divenuto segretario generale del Consiglio Sudafricano delle Chiese nel 1978, da questa posizione fu in grado di portare avanti il suo lavoro contro l&#8217;apartheid.</p>
<p>Felice fusione tra <strong>anglicanesimo progressista</strong> e <strong>panafricanismo</strong>, Tutu fu cultore del concetto di <strong><em>ubuntu</em></strong>, la filosofia africana che sostiene come il senso profondo dell&#8217;essere umani sgiunga solo attraverso l&#8217;umanità degli altri. Si tratta di un&#8217;espressione in lingua bantu che indica &#8220;benevolenza verso il prossimo&#8221;, una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell&#8217;altro appellandosi all’adagio <em>Umuntu ngumuntu ngabantu</em>, &#8220;io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo&#8221;. Da qui il lavoro su due binari paralleli, quello cristiano, al fine di smontare la teologia segregazionista della Chiesa riformata olandese connivente con il regime, e quello politico, in collaborazione con i grandi leader d’Africa e del Mondo. Ma pur essendo diventato un simbolo, tanto da ricevere il <strong>premio Nobel per la Pace</strong> nel 1984, non fu mai compiacente con compagni e simpatizzanti che cedettero ai linciaggi e alla violenza contro i bianchi: promuovendo l’ideale della <strong><em>rainbow nation</em></strong>, rifuggì sempre dall’idea di una riscossa unicamente bantu che mettesse alla gogna i bianchi.</p>
<h2>La fine dell&#8217;<em>apartheid</em></h2>
<p>Una serie di fattori interni e internazionali decretò la fine dell’apartheid, almeno quello di Stato, complice una forte crisi economica che decreterà l’insostenibilità del sistema: nel 1986 venne approvato lo stato d’emergenza quando la polizia non riuscirà più a controllare le <em>township</em> in rivolta. Il governo, messo alle strette, dovrà iniziare ad aprire al dialogo: nel 1990 il presidente <strong>Frederik de Klerke</strong> avvierà i colloqui di pace che porteranno alle elezioni del 1994 e che videro la vittoria di Mandela, finalmente libero. In questa delicata transizione Tutu si rivelò ancora più prezioso: ideò e presiedette la <strong>Commissione per la Verità e la Riconciliazione</strong>, creata nel 1995, che in un doloroso e drammatico processo di pacificazione fra le due parti della società sudafricana, mise in luce la verità sulle atrocità commesse durante i decenni di repressione da parte dei bianchi per superarla non solo per legge ma per riconciliare realmente vittime e carnefici, oppressori ed oppressi. Il perdono fu accordato a chi, fra i responsabili di quelle atrocità commesse avesse pienamente confessato: una forma di riparazione morale anche nei confronti dei familiari delle vittime.</p>
<p>Anche dopo la fine del mandato dell’amico Madiba, Tutu non smise mai di combattere per un Sudafrica più democratico, denunciando tutte le derive dei successori di Mandela a cominciare dalla corruzione e dal nepotismo degli ex liberatori e di quei suoi stessi compagni che non ne hanno saputo farne una nazione giusta. Arrivò ad annunciare pubblicamente che non avrebbe più votato per l’<em>African National Congress</em>, quando <strong>Jacob Zuma</strong>, presidente dal 2009 al 2018, aveva cominciato a depredare sistematicamente il Paese. Zuma, oggi rischia il carcere per corruzione, ha finito per sporcare l’eredità della lotta di liberazione di un Paese eternamente sospeso tra i mali d’Africa e quelli d’Occidente.</p>
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		<item>
		<title>Medici sudafricani danno un&#8217;identità ai desaparecidos dell&#8217;apartheid</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/medici-sudafricani-danno-unidentita-ai-desaparecidos-dellapartheid.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Bellocchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 06:34:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nazionalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1456" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid-300x228.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid-768x583.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid-1024x777.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Kholisile Dyakala, un ex membro dell&#8217;UDF (United Democratic Front), il fronte sudafricano anti-segregazionista, aveva 35 anni e cinque figli quando, nel 1985, venne arrestato dalle forze di sicurezza del regime di Pretoria, prelevato dalla sua abitazione, tradotto nel carcere di Kgosi Mampuru, e poi fatto sparire. Sipho Mahala, nel 1988, aveva invece 21 anni il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/medici-sudafricani-danno-unidentita-ai-desaparecidos-dellapartheid.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1456" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid-300x228.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid-768x583.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/apartheid-1024x777.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Kholisile Dyakala, un ex membro dell&#8217;UDF (United Democratic Front), il fronte sudafricano anti-segregazionista, aveva 35 anni e cinque figli quando, nel 1985, venne arrestato dalle forze di sicurezza del regime di Pretoria, prelevato dalla sua abitazione, tradotto nel carcere di Kgosi Mampuru, e poi fatto sparire. Sipho Mahala, nel 1988, aveva invece 21 anni il giorno in cui venne prelevato da casa sua con l&#8217;accusa di aver partecipato a una sommossa a Port Elizabeth. Da quel momento di lui non si seppe più nulla. E sorte analoga toccò anche a Mangena Jeffrey Boesman, Tsepo Letsoara, Raymond Gwebushe‚ Ndumiso Siphenuka e centinaia di altri ragazzi sudafricani, arrestati, torturati e poi fatti sparire dagli agenti del governo razzista in anonime fosse comuni disseminate nella campagna del Sudafrica. Come il dramma dei desaparecidos ha insanguinato e sconvolto l&#8217;Argentina della giunta militare, lo stesso fenomeno , anche se meno conosciuto, ha investito e sconvolto anche il Paese africano durante gli anni dell&#8217;<a href="https://www.theglobeandmail.com/news/world/south-african-families-seek-closure-for-loved-ones-abducted-during-apartheid/article29504241/">apartheid</a>. Si calcola infatti che dal 1960 al 1994 le forze di sicurezza segregazioniste abbiano fatto scomparire oltre duemila persone perchè sospettate o accusate, spesso infondatamente, di supportare la lotta e la guerriglia dell&#8217; ANC, l&#8217;African National Congress, il partito di Nelson Mandela.</p>
<p>Oggi però, in Sudafrica, un team composto da anatomopatologi e medici legali locali ha creato il <a href="https://twitter.com/MissingPersonZA">Missing Person Task Team</a>, una squadra di specialisti che, dissotterrando le ossa di centinaia di uomini e donne fatti sparire nelle fosse comuni dagli uomini del regime sudafricano, cercano, attraverso studi e analisi sul DNA, di dare un&#8217;identità alle vittime, comprendere le verità dietro la loro morte e restituire i resti alle famiglie che, a distanza di trenta, quarant&#8217;anni dalla scomparsa dei propri cari, attendono ancora che venga fatta giustizia e pregano di poter finalmente dare ai propri figli, ai propri mariti e ai propri padri una degna sepoltura. Il Mssing Person Task Team è nato in seno alla <a href="https://www.justice.gov.za/trc/">Commissione per la verità e la riconciliazione</a>, l&#8217;organismo istituito nel 1994 in seguito alla vittoria elettorale di Nelson Mandela, che ha come obiettivo quello di far luce sui crimini perpetrati dal governo segregazionista con l&#8217;obiettivo di riallacciare i fili della memoria, fare i conti con il passato e costruire un percorso di pace e riconciliazione.<br />
Negli anni il Missing Person Task Team ha fatto chiarezza su decine di casi, anche grazie alla preziosa collaborazione con l&#8217;Ong ICMP (Commissione Internazionale sulle Persone Scomparse), e lo sforzo congiunto delle due organizzazioni ha permesso, tra le altre cose, l&#8217;identificazione di tre membri dell&#8217;ANC scomparsi nel 1983, di un membro del Congresso studentesco di Soweto che è stato ucciso con altri due attivisti nel 1989 , di un attivista di Alexandra Township ucciso nel 1986 e di un uomo assassinato nel 1982 durante i raid armati a Maseru, in Lesotho.</p>
<p>&#8221;Uno Stato libero e democratico non ha paura di riaprire le pagine più dolorose della sua storia &#8211; ha raccontato alla rivista <a href="https://www.africarivista.it/wp-content/uploads/2020/02/AFRICA-marzo-aprile-2020.pdf">Africa </a>Madeleine Fullard, la responsabile del Missing Persons Task Team che proseguendo nell&#8217;intervista ha aggiunto &#8211; Quando troviamo dei resti di cui ignoriamo l&#8217;identità procediamo effettuando analisi del Dna e confrontiamo i risultati con i dati in nostro possesso che ci sono stati forniti dai parenti delle persone scomparse e cerchiamo così di dare un nome e un cognome alle vittime della segregazione&#8221;. La responsabile ha spiegato poi che il lavoro che fanno, oltre ad avere un ruolo estremamente prezioso per quel che concerne la memoria storica e la necessità di fare giustizia e chiarezza sugli aspetti più oscuri e orrorifici dell&#8217;apartheid, ha un&#8217;enorme importanza anche da un punto di vista legale dal momento che ci sono eredità e titoli di proprietà appartenuti alle vittime e soltanto una reale rapporto di quello che è avvenuto può permettere che questi contenziosi vengano risolti. In conclusione Madeleine Fullard ha poi chiosato: &#8221;Il nostro obiettivo, dal momento che a venticinque anni dalla fine dell&#8217;apartheid ci sono ancora famiglie che aspettano di sapere qual è stata la sorte dei loro cari, è dare risposte, fornire verità su queste storie e offrire una tomba su cui piangere. Solo facendo i conti con il nostro passato potremo avere pace e riconciliazione&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/medici-sudafricani-danno-unidentita-ai-desaparecidos-dellapartheid.html">Medici sudafricani danno un&#8217;identità ai desaparecidos dell&#8217;apartheid</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Sudafrica, l’Anc vince ma non riesce a sfondare</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/sudafrica-lanc-vince-ma-non-riesce-a-sfondare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 May 2019 13:41:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1620" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9678654-1620x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9678654-1620x1080.jpg 1620w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9678654-1620x1080-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9678654-1620x1080-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9678654-1620x1080-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1620px) 100vw, 1620px" /></p>
<p>In Sudafrica procede un po’ a rilento lo spoglio delle schede, i dati arrivano con un deciso ritardo e forse anche questo è un po’ il segno della situazione che il paese sta vivendo in questi anni difficili sotto un profilo tanto economico quanto sociale. Ma è comunque possibile, a più di 24 ore dalla chiusura delle &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/sudafrica-lanc-vince-ma-non-riesce-a-sfondare.html">[...]</a></p>
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<h2>I risultati delle elezioni parlamentari</h2>
<p>Ad essere rinnovate con il voto di mercoledì sono le due camere del parlamento con sede a Città del Capo (mentre il governo è stanziato a Pretoria). Si tratta, in particolare, di nuovi 400 deputati da eleggere per la Camera Bassa, la più importante all’interno del bicameralismo sudafricano, e 90 invece per la Camera Alta, la quale invece viene composta dai rappresentanti delle nove province in cui è diviso il territorio nazionale ed i cui parlamenti locali sono rinnovati nello stesso giorno delle elezioni generali. Dunque gli occhi sono soprattutto puntati sui risultati che riguardano la Camera Bassa, l’assemblea che determina l’andamento politico del paese per i prossimi cinque anni. La legge elettorale si basa grossomodo su un proporzionale semplice, in cui però 200 deputati sono eletti dalle liste nazionali e 200 invece da circoscrizioni locali.</p>
<p>A distanza di quasi due giorni dal voto, lo spoglio ufficialmente raggiunge il 75% delle schede complessive totali. I risultati quindi non sono definitivi, ma allo stesso tempo sembrano incanalarsi verso un responso definitivo già rintracciabile. L’Anc, l’African National Congress fondato da Nelson Mandela, è in testa con il 57% dei consensi. Si tratta di un dato che consegna al partito ancora una volta la maggioranza assoluta in parlamento, ma al tempo stesso come detto in precedenza è la prima volta che la formazione politica scende sotto il 60%. Nel 2014 l’Anc ottiene il 62% dei voti, che consentono di occupare i due terzi della Camera Bassa in mano ed avere quindi la possibilità di attuare riforme costituzionali. Adesso il partito dovrebbe avere sì la maggioranza assoluta, governando dunque da solo, ma non quella dei due terzi. Ed in un Sudafrica che da 25 anni vede un solo vero partito al potere ininterrottamente, questo è già un elemento di significativa novità.</p>
<p>Al secondo posto, come prevedibile, si piazza l’Alleanza Democratica e dunque il partito tradizionalmente più vicino alla popolazione di origine europea ed ai boeri in particolare, ma che si rivolge anche ai neri delusi dall’Anc. La formazione ottiene, in base agli attuali dati, il 22% dei voti confermando lo stesso dato del 2014. Dunque non si assiste ad un vero avanzamento da parte di Alleanza Democratica, i delusi dell’Anc sembrano invece aver scelto l’Eff, l’Economic Freedom Fighters guidato da Julius Malema. Quest’ultimo partito, che preme per un ritorno ai valori fondanti dell’Anc e per un’economia di ispirazione socialista, passa dal 6% del 2014 al 10% attuale. Percentuali tra l’1 ed il 2% per le altre formazioni politiche.</p>
<p>Per quanto riguarda le elezioni provinciali, che incidono sulla composizione della Camera Alta, otto delle nove province dovrebbero andare facilmente all’Anc, che ottiene percentuali oltre il 60% nelle sue roccaforti principali rappresentante dalle regioni più rurali ma che arriva a maggioranze risicate in altre dove hanno invece sede grandi città. Nel Gauteng ad esempio, abitato in maggioranza da persone di colore e dove si trovano Johannesburg e Pretoria, l’Anc ottiene il 52%. L’unica provincia fuori dall’orbita Anc è quella del Western Cape, dove si trova Città del Capo e dove la maggioranza della popolazione parla l’Afrikaans, la lingua della popolazione di origine europea. Già roccaforte di Allenza Democratica, tale partito riesce ad ottenere il 55% dei consensi e ad avere la maggioranza nel parlamento locale.</p>
<h2>Cyril Ramaphosa sarà riconfermato presidente?</h2>
<p><span style="font-size: 1rem;">Secondo la Costituzione del Sudafrica ad eleggere il presidente della Repubblica, che ha il potere esecutivo ed è dunque anche leader del governo, è la Camera Bassa. Ma, a differenza di altri sistemi parlamentari, in cui la scelta arriva al termine di consultazioni, in questo caso la presidenza va al leader del partito di maggioranza. Ecco perchè da 25 anni a questa parte i presidenti sudafricani sono espressione solamente dell’Anc. Attuale numero uno del partito è l’attuale presidente, ossia Cyril Ramaphosa. Subentrato durante la scorsa legislatura a Jacob Zuma, travolto dagli scandali di corruzione che a loro volta appaiono, assieme alla crisi economica e sociale, responsabili dell’erosione del consenso all’Anc, Ramaphosa a conti fatti ha la maggioranza assoluta dei voti e dunque dovrebbe essere lui ad ottenere il nuovo mandato. </span></p>
<p>Ma non aver raggiunto la “soglia” psicologica del 60%, potrebbe aprire alcune rese dei conti interne all’Anc. In particolare, l’ex moglie di Jacob Zuma, Dlamini Zuma, avrebbe promesso battaglia se il partito avesse dimostrato una certa perdita di consenso. Lei guida una corrente dell’Anc giudicata più “aggressiva” sotto il profilo politico, contrapposta a quella moderata dell’attuale leader. Di certo, per la politica sudafricana potrebbe aprirsi una nuova fase dove l’African National Congress potrebbe non più essere il partito guida, bensì più semplicemente quello della maggioranza assoluta. Una differenza di non poco conto in un paese molto complicato quale quello africano. A prescindere da ogni evoluzione, per l’Anc e per il Sudafrica si aprono cinque anni molto difficili: l’economia è a rotoli, nelle grandi città la criminalità raggiunge livelli molto elevati, la fascia più giovane della popolazione nera è in buona parte delusa e considera l’apartheid in realtà mai terminato. Una situazione che, se nei prossimi anni non registra miglioramenti, rischia di far colare a picco il Sudafrica assieme al partito di Mandela.</p>
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		<title>Addio &#8220;Nazione Arcobaleno&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/addio-nazione-arcobaleno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2016 08:25:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="359" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Nelson-Mandela-reuters.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Nelson-Mandela-reuters.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Nelson-Mandela-reuters-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Nelson-Mandela-reuters-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Lo straniero che arriva per la prima volta a Città del Capo, una delle città più belle del mondo e si fa poi le classiche gite al capo di Buona Speranza, alla Table Mountain, a Stellenbosh e ai suoi storici vigneti, non si deve fare illusioni: dietro questa splendida vetrina (rimasta tale anche grazie al &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/addio-nazione-arcobaleno.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="359" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Nelson-Mandela-reuters.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Nelson-Mandela-reuters.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Nelson-Mandela-reuters-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Nelson-Mandela-reuters-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p>Lo straniero che arriva per la prima volta a <strong><a style="color: #0000ff" href="https://www.google.it/maps/place/Cape+Town,+South+Africa/@-33.9137169,18.0956097,9z/data=!3m1!4b1!4m2!3m1!1s0x1dcc500f8826eed7:0x687fe1fc2828aa87" target="_blank">Città del Capo</a></strong>, una delle città più belle del mondo e si fa poi le classiche gite al capo di Buona Speranza, alla Table Mountain, a Stellenbosh e ai suoi storici vigneti, non si deve fare illusioni: dietro questa splendida vetrina (rimasta tale anche grazie al fatto che il sindaco è stato fino a poco fa una signora tedesca, Helen Zille, e che la provincia di Western Cape, abitata in maggioranza da bianchi e «colorati», è l&#8217;unica governata dall&#8217;opposizione di Alleanza democratica) c&#8217;è un<strong> Sudafrica disastrato</strong>, povero, per di più sempre più insofferente dell&#8217;incontrastato dominio dell&#8217;Africa National Congress.Un osservatore attento avrebbe cominciato ad accorgersene già lungo la strada che porta dall&#8217;aeroporto alla città, che passa per chilometri accanto a Kayelisha, un &#8220;ghetto&#8221; per neri, che lavoravano a Città del Capo ma non erano autorizzati a viverci, costruito ai tempi dell&#8217;apartheid. In teoria, dopo ventidue anni di governo dell&#8217;Anc, avrebbe dovuto, se non scomparire, almeno ridimensionarsi. Invece, la sua immensa distesa di casupole con tetti di lamiera che si estende fin quasi all&#8217;Oceano ospita oggi 400.000 persone invece delle 200.000 del 1994 e le sue condizioni non sono molto migliori di quelle del resto del Paese: quattro lavoratori su dieci sono disoccupati, solo 1/3 dispone di acqua corrente, uno su quattro non ha servizi igienici e uno su cinque non sa cosa sia la corrente elettrica.Anche in conseguenza di questa situazione, la <strong>criminalità</strong> è una delle più alte del mondo, con un pauroso disprezzo della vita umana, e molti quartieri e molte zone rurali sono vivamente sconsigliate ai visitatori. Le proteste contro questa situazione abitativa, contro la corruzione, talvolta anche contro la brutalità della polizia immutata dai tempi del vecchio regime si moltiplicano, ma ora che l&#8217;apartheid è finita, mancano spesso di un bersaglio preciso e condiviso.Spesso ci vanno di mezzo degli innocenti, come nel recente eccidio di migranti provenienti dallo Zimbabwe, dal Mozambico, dallo Zambia o dal Lesotho, accusati di rubare lavoro ai locali, o in occasione dello sciopero di due anni fa nelle miniere di platino, nella cui repressione 41 lavoratori furono falciati dal fuoco della polizia.Una cosa è certa: del sogno di Nelson Mandela di una &#8220;nazione arcobaleno&#8221; in cui, dopo avere sepolto i conflitti del passato attraverso l&#8217;opera di una &#8220;Commissione di verità e riconciliazione&#8221; presieduta dal Nobel Tutu, cittadini di decine di etnie diverse sarebbero convissuti in pace e armonia<strong> non è rimasto molto</strong>.Certo, il bagno di sangue che molti temevano quando i neri, dopo secoli di oppressione, hanno preso il potere non c&#8217;è stato, e nonostante alcuni segnali inquietanti presumibilmente non ci sarà neppure in futuro. Ma <strong>la politica è un disastro</strong>. L&#8217;Anc, il partito che ha sconfitto l&#8217;apartheid e che ha vinto sia pure con maggioranze sempre decrescenti, dal 69,7% del 2004 al 62,2 del 2014 &#8211; tutte le elezioni successive, si è trasformato non tanto nel classico partito unico africano quanto in una specie di comitato di affari, la cui nomenklatura si è appropriata di un grossa fetta del potere e delle risorse prima riservate ai bianchi e ha arricchito a dismisura le rispettive famiglie allargate.Spesso questi nuovi ricchi quasi a dimostrare il salto di qualità compiuto si sono trasferiti negli eleganti quartieri-fortilizio in cui nella maggior parte delle città <strong>Johannesburg</strong> in testa si sono rifugiati gli ex coloni. Buona parte di queste fortune sono state accumulate grazie alle leggi, come quella nota come &#8220;discriminazione positiva&#8221;, che hanno imposto la cessione ai neri di quote di società e proprietà varie e la loro partecipazione in tutti i consigli di amministrazione delle grandi aziende, sia statali, sia private.Questa specie di occupazione del potere si è svolta in tutti i campi, spesso con risultati disastrosi: la Eskom, l&#8217;azienda che deve fornire energia al Paese, dopo avere liquidato i vecchi tecnici &#8220;afrikaans&#8221;, è finita per esempio nelle mani di dirigenti talmente incompetenti che, in assenza della costruzione di nuove centrali e con l&#8217;aumento dei consumi dovuti alla elettrificazione delle nuove case popolari, i blackout sono ovunque quasi quotidiani; naturalmente fermando miniere, trasporti e attività commerciali e incidendo sul Pil.La maggior parte delle 700 aziende pubbliche ereditate dal vecchio regime (che, per quanto considerato a causa del razzismo di estrema destra, era fondamentalmente dirigista) versa, con poche eccezioni, nelle medesime condizioni. La grande trovata del presidente Zuma per rimediare al problema dell&#8217;<strong>energia elettrica</strong> è stato di ordinare alla Russia una serie di centrali nucleari (al momento ce n&#8217;è una sola, abbastanza obsoleta). Ma a parte il tempo che la loro costruzione richiederebbe, nessuno ha ancora spiegato dove il governo prenderebbe i soldi.Comunque, siccome gli aspiranti a un posto ben remunerato diventano sempre più numerosi nella nuova élite, ormai <strong>un lavoratore su cinque dipende dallo Stato</strong> e il governo comprende ben 75 tra ministri e viceministri, probabilmente un record mondiale. Esso deve rispondere a un Parlamento che, fino a non molto tempo fa, era formato da yes-men, ma che ultimamente si è fatto più agguerrito.A destra, Zuma e i suoi devono rispondere ad Alleanza democratica, un partito originariamente formato soprattutto da bianchi, colorati e asiatici, ma che di recente ha assorbito anche molti neri moderati disgustati dall&#8217;Anc, fino a raggiungere il 25%. A sinistra, deve fare i conti con l&#8217;Eff, una formazione marxista e radicale fondata dall&#8217;ex capo della Organizzazione giovanile dell&#8217;Anc Julius Malema, i cui deputati hanno avuto un paio di mesi fa la sfrontatezza di interrompere e fischiare il presidente Zuma durante l&#8217;annuale discorso per l&#8217;inaugurazione della Camera. È soprattutto l&#8217;ascesa di questo nuovo partito, che si identifica con i diseredati, predica la rivoluzione contro i residui del potere bianco e l&#8217;espropriazione delle terre degli ex coloni a preoccupare i bianchi, con un conseguente aumento dell&#8217;emigrazione soprattutto tra quelli di origine inglese. Ma anche frazioni dell&#8217;Anc, emarginate da Zuma, sono in fermento: l&#8217;ex vice-presidente Mothlanthe è arrivato a dire pubblicamente che il partito ha &#8220;abbandonato i suoi principi democratici&#8221;.È la situazione economica del Paese a rendere la crisi più acuta. Il Sudafrica, che pure è entrato a far parte dei Brics, è membro del G20 e quindi aspira a un ruolo nell&#8217;economia globale, ha fatto un gigantesco passo indietro dopo il crollo dei prezzi delle materie prime, oro, platino e diamanti esclusi, che sono il pilastro portante delle sue esportazioni. In due anni, il rand ha perso circa la metà del suo valore, facendo la felicità dei turisti (secondo uno studio americano Città del Capo è la più a buon mercato delle grandi mete), ma alimentando una<strong> inflazione difficilmente controllabile</strong>. Il debito pubblico è appena un grado sopra il temuto &#8220;livello spazzatura&#8221;.A questo si sono aggiunte le follie del presidente Zuma. Una delle fortune del Sudafrica è stato di avere sempre avuto dei ministri delle Finanze capaci e rigorosi. Il &#8220;colorato&#8221; Trevor Manuel, che ha occupato la carica per dieci anni, era addirittura considerato un mezzo genio (oltre che, eccezione alla regola, un grande galantuomo), ma anche i suoi successori Gordhan e Nene sapevano il fatto loro, erano stimati all&#8217;estero e soprattutto avevano il coraggio di opporsi a un capo di Stato del tutto digiuno di economia. Poi, tre mesi fa, Nene ha commesso l&#8217;imprudenza di mettere il veto a un oscuro affare di acquisto di aerei gestito da un&#8217;amica di Zuma, è stato licenziato in tronco e sostituito da uno sconosciuto deputato di nome Des Van Rooyen. Per fortuna, la reazione dei mercati, delle industrie private e di una stampa tutto sommato ancora abbastanza libera è stata tale, che nel giro di pochi giorni il presidente ha dovuto tornare sui suoi passi e richiamare in servizio Gordhan; e questi, mercoledì 24 febbraio, ha cercato di mettere una pezza alla situazione, promettendo tagli alla spesa e al numero dei dipendenti pubblici, ma senza avere il coraggio di presentare al Parlamento quel bilancio &#8220;lacrime e sangue&#8221; di cui il Paese, dove la crescita è ormai ridotta a un miserevole (per le nazioni cosiddette emergenti) 1 per cento ha bisogno da tempo.Rimangono poi altri handicap, come il <strong>divieto per gli stranieri di possedere terra</strong>, un sostanziale blocco delle privatizzazioni, una corruzione ormai così endemica da essere giudicata da molti osservatori inguaribile e, purtroppo, un graduale decadimento delle eccellenti infrastrutture porti, strade, ferrovie che i bianchi avevano costruito. Un altro disastro è il <strong>sistema scolastico</strong>, minato dalla mancanza di insegnanti validi e da una capillare corruzione, con il risultato che gli studenti neri che arrivano ad accedere alle Università sono del tutto impreparati. Intanto, nonostante l&#8217;epidemia di <strong>Aids</strong> non ancora domata, la popolazione cresce dell&#8217;1,3% l&#8217;anno, molto più rapidamente dei nuovi posti di lavoro.In questo panorama così disastrato, ci sono anche alcune cose positive. Per esempio, finora la coabitazione tra i 40 milioni di neri (divisi in ben 11 etnie, con altrettante lingue ufficiali), i sei milioni di bianchi e i cinque milioni di colorati e indiani, sognata e coltivata da Mandela, ha resistito meglio del previsto, anche se, in pratica, ogni gruppo continua a condurre vita separata. Nessuno ha ancora evocato seriamente la possibilità di modificare la Costituzione liberale voluta da Mandela.Nella magistratura, ci sono ancora uomini retti e preparati, che quando serve fanno scoppiare gli scandali senza timore di scontrarsi con il potere. I giornali, controllati in parte dai grandi gruppi industriali privati, non esitano a criticare il governo, al punto che il Rand Daily Mail, interpretando i sentimenti di buona parte dell&#8217;opinione pubblica, l&#8217;altro giorno ha titolato &#8220;Zuma, te ne devi andare!&#8221;. Ma, come si vedrà nell&#8217;articolo a fianco, questi non ne ha la minima intenzione. Anzi, di recente, al ritorno da un viaggio in altri Paesi africani a regime totalitario, si è lasciato scappare una frase eloquente: &#8220;Ho visto che là nessun presidente risponde al Parlamento. Perché mai dovrei farlo io?&#8221;.Livio Caputo</p>
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		<title>Gli scheletri nell&#8217;armadio</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/gli-scheletri-nellarmadio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2016 07:26:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="450" height="300" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Jacob_Zuma_288.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Jacob_Zuma_288.jpg 450w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Jacob_Zuma_288-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>L&#8217;Africa subsahariana non manca certo di capi di Stato e di governo corrotti e incapaci, ma nessuno si sarebbe immaginato che il Sudafrica, la &#8220;nazione arcobaleno&#8221; di Nelson Mandela e la massima potenza regionale, sarebbe caduto così in basso: il suo presidente, Jacob Zuma, che è quasi arrivato alla fine del suo secondo mandato ma sta &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/gli-scheletri-nellarmadio.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="450" height="300" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Jacob_Zuma_288.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Jacob_Zuma_288.jpg 450w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/03/Jacob_Zuma_288-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p><p>L&#8217;Africa subsahariana non manca certo di capi di Stato e di governo corrotti e incapaci, ma nessuno si sarebbe immaginato che il Sudafrica, la &#8220;nazione arcobaleno&#8221; di Nelson Mandela e la massima potenza regionale, sarebbe caduto così in basso: il suo presidente, <strong>Jacob Zuma</strong>, che è quasi arrivato alla fine del suo secondo mandato ma sta brigando per ottenerne un terzo, si è infatti rivelato <strong>uno dei peggiori leader del continente</strong>: un personaggio che oltre ad affossare le speranze per una vita migliore dei suoi connazionali, ha una biografia quasi incredibile per il capo di un grande Paese, con tanti scheletri da riempire non uno, ma dieci armadi.Nato 74 anni fa a Nkandle, un remoto villaggio del Kwazulu e rimasto orfano di padre a quattro anni, Zuma non è mai andato a scuola e ha imparato a leggere e scrivere da uno zio sindacalista, che lo ha convinto a aderire a soli 17 anni all&#8217;Africa National Congress, l&#8217;organizzazione che già allora guidava la lotta contro l&#8217;apartheid e che oggi è il partito dominante del Paese. Entrato nella sua struttura militare nel &#8217;62, fu quasi subito arrestato dopo un&#8217;azione fallita e condannato a dieci anni di reclusione che, paradossalmente, sono stati la sua fortuna: è stato infatti mandato a scontare la pena a Robben Island, la prigione di<strong> Mandela</strong>, con cui è riuscito a stabilire un robusto sodalizio che gli avrebbe permesso, una volta caduto il regime bianco, di fare una rapida carriera nel partito di governo, fino a conquistarvi la maggioranza quando il successore di Mandela, Mbeki, di cui nel frattempo era diventato il vice, fu sconfessato dal congresso del partito e costretto alle dimissioni.Nel 2009 Zuma fu eletto per la prima volta presidente, nel 2014 è tornato a vincere, ma ora le scabrose vicende del passato, che sembravano superate, stanno tornando a galla minando in maniera forse irreparabile la sua posizione.Tutto cominciò all&#8217;inizio del secolo, quando una squadra anticorruzione creata da Mbeki e denominata &#8220;Gli scorpioni&#8221; lo accusò di avere riscosso una <strong>mega tangente su un acquisto di armi dalla Francia</strong>; e anche se l&#8217;inchiesta si trascinava senza risultati, Mbeki decise di cacciarlo dalla vicepresidenza. Nel 2003 le accuse furono lasciate cadere, ma nel 2005, in seguito alla decisione di un ex consigliere di Zuma di &#8220;collaborare&#8221;, vennero resuscitate e se non hanno ancora portato a una condanna, è solo perché la magistratura è ormai pesantemente infiltratata dall&#8217;Anc.Ma le disavventure giudiziarie del futuro presidente non si fermano qui. Nel 2005 venne <strong>processato per stupro</strong>, per giunta di una lontana parente sua ospite, con il virus dell&#8217;Aids; Zuma, nel sostenere che il rapporto era stato consensuale, spiegò che si era cautelato contro l&#8217;infezione facendo una doccia. Fu prosciolto, ma l&#8217;uscita sulla malattia lo perseguita ancora adesso. Del resto, i rapporti con l&#8217;altro sesso sono un altro dei suoi talloni d&#8217;Achille. Come è costume tra gli Zulu, è poligamo e mantiene quattro mogli, oltre a una quinta che si è suicidata e una sesta da cui ha divorziato ma con cui mantiene un buon rapporto, al punto da volerle affidare la presidenza della Repubblica se non gli riuscisse a cambiare la Costituzione ed essere rieletto. Ufficialmente, ha avuto 21 figli legittimi, tutti ben piazzati in posti ben remunerati, ma si ritiene che ne abbia un&#8217;altra mezza dozzina sparsi per il Paese. Si mormora anche che una parte delle numerose donne arrivate a posti di potere sotto la sua presidenza, tra cui l&#8217;amministratrice delle South Africa Airways, abbia avuto una relazione con lui.L&#8217;ultimo, e forse più dannoso scandalo riguarda i lavori eseguiti dallo Stato nella sua villa di Nkandle, costati ai contribuenti 24 milioni di rand (al cambio attuale, circa 6 milioni di euro). La spiegazione ufficiale era che bisognava migliorare la sicurezza della residenza, ma presto si è scoperto che i soldi pubblici erano serviti anche per costruire una piscina, un anfiteatro e altre opere voluttuarie. Una coraggiosa signora di nome <strong>Thulisile Madonsela</strong>, che occupa la carica di &#8220;pubblica protettrice&#8221; introdotta dalla Costituzione liberale di Mandela, ha fatto scoppiare lo scandalo, che ha assunto dimensioni tali da indurre Zuma a promettere il rimborso di una parte della somma. Ma a stabilirne l&#8217;ammontare sarà un fedelissimo del presidente, il ministro di polizia.Buona parte del successo e della resistenza agli scandali di Zuma è dovuto al fatto che si è sempre presentato come il difensore del popolo, come l&#8217;uomo partito dal nulla che ha conquistato la vetta per difendere i diritti dei più poveri. Infatti, quando divenne presidente con la benedizione del Partito comunista e dei sindacati, si parlò di imminente svolta a sinistra. Questa non si è in realtà materializzata, perché Zuma ha badato più agli interessi suoi e del suo clan che a quelli del popolo, che secondo molte statistiche sta oggi addirittura peggio che ai tempi dell&#8217;apertheid. Tra le masse ancora semianalfabete del Transkei e del Kwa-Zulu, rimane UBaba, il capo.<strong>Ma l&#8217;ora della resa dei conti si avvicina</strong>: le città sono in rivolta, perfino nei suoi feudi elettorali delle campagne la sua popolarità è scesa al 23 per cento e quel che rimane della magistratura indipendente lo aspetta al varco.<strong><em>Livio Caputo</em></strong></p>
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