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	<title>Ismail haniyeh Archives - InsideOver</title>
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	<title>Ismail haniyeh Archives - InsideOver</title>
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		<title>Chi è (e che cosa ha fatto) Khalil al-Hayya, il nuovo leader politico di Hamas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 12:47:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1337" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Hamas" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-300x209.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-1024x713.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-768x535.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-1536x1070.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-600x418.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Hamas ha scelto come leader politico un negoziatore ma questo non significa che il movimento abbia scelto anche la pace.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1337" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Hamas" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-300x209.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-1024x713.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-768x535.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-1536x1070.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/khalil-al-hayya-600x418.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Hamas ha scelto <strong>Khalil al-Hayya </strong>come nuovo capo del proprio ufficio politico. Succede a <strong>Yahya Sinwar,</strong> ucciso nell’ottobre 2024 durante uno scontro con le forze israeliane nella Striscia di Gaza, e conclude almeno formalmente la fase della direzione collegiale istituita dopo l’eliminazione dei principali dirigenti del movimento. La nomina non è soltanto una questione organizzativa. <strong>Al-Hayya eredita un movimento decimato nei vertici, indebolito militarmente, espulso in larga parte dalle strutture di governo della Striscia e sottoposto a una pressione regionale senza precedenti.</strong> Ma eredita anche una rete politica e militare che, nonostante le perdite, conserva capacità operative, legami internazionali e una presenza radicata nella società palestinese.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla Fratellanza musulmana ai vertici di Hamas</h2>



<p>Nato a Gaza nel 1960, al-Hayya appartiene alla generazione che precedette la nascita ufficiale di Hamas. <strong>Nei primi anni Ottanta aderì alla Fratellanza musulmana</strong> insieme a figure come Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar. Entrò poi nel movimento islamista palestinese fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1987 durante la prima rivolta palestinese.</p>



<p>La sua formazione è religiosa e politica. <strong>Ha studiato all’Università islamica di Gaza </strong>e ha svolto attività nelle organizzazioni studentesche e sindacali. Nel 2006 venne eletto nel Consiglio legislativo palestinese, durante le elezioni vinte da Hamas, e dal 2017 ricoprì l’incarico di vice responsabile dell’ufficio politico del movimento nella Striscia.</p>



<p>A differenza di Sinwar, identificato soprattutto con l’apparato militare e di sicurezza, al-Hayya ha costruito la propria influenza attraverso l’organizzazione politica, i rapporti internazionali e le trattative indirette con Israele. Non è tuttavia un moderato nel significato occidentale del termine. <strong>Ha sempre difeso la lotta armata, rivendicato l’attacco del 7 ottobre 2023 </strong>come un punto di svolta per la causa palestinese e sostenuto che Hamas non possa rinunciare alle armi senza una soluzione politica complessiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il volto dei negoziati</h2>



<p>Negli ultimi anni al-Hayya è diventato il principale negoziatore di Hamas nei colloqui mediati da Qatar ed Egitto. Aveva già partecipato agli accordi che contribuirono a concludere la guerra del 2014 ed è stato al centro delle trattative successive per le tregue, gli scambi di prigionieri e il cessate il fuoco a Gaza.</p>



<p>La sua nomina segnala quindi che Hamas vuole affidarsi a una figura capace di parlare contemporaneamente con l’ala militare, con Teheran e con i mediatori arabi. <strong>Al-Hayya conosce il linguaggio della diplomazia regionale, ma la utilizza come prosecuzione della lotta politica. </strong>Per lui il negoziato non sostituisce la resistenza armata: serve a consolidarne i risultati, ottenere la liberazione dei detenuti palestinesi e garantire la sopravvivenza dell’organizzazione.</p>



<p>Questa doppia funzione, militante e negoziale, spiega perché abbia prevalso su <strong>Khaled Meshaal,</strong> esponente storico della direzione estera. La competizione tra i due rappresentava anche un confronto fra due sensibilità: da una parte una linea più legata a Gaza, all’Iran e alle conseguenze della guerra; dall’altra una direzione maggiormente radicata nella diaspora e più prudente nei rapporti con le monarchie arabe.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rapporto con l’Iran</h2>



<p>Al-Hayya è considerato <strong>uno dei dirigenti di Hamas con i rapporti più solidi con la Repubblica islamica iraniana, </strong>principale fonte di sostegno finanziario, militare e tecnologico per il movimento. Nel 2022 guidò inoltre una delegazione a Damasco per ricucire i rapporti con il governo siriano, interrotti dopo che Hamas aveva sostenuto la rivolta contro Bashar al-Assad. La riconciliazione con Damasco serviva a ricostruire l’asse regionale sostenuto da Teheran e comprendente Hezbollah, la Siria e altri gruppi armati.</p>



<p>La scelta di al-Hayya può quindi essere letta come una riaffermazione dell’appartenenza di Hamas a questo sistema di alleanze. Ma il nuovo leader dovrà evitare che il movimento appaia come un semplice strumento iraniano. La sua sopravvivenza politica dipende anche dal Qatar, che ospita parte della direzione, dall’Egitto, che controlla l’accesso meridionale a Gaza, e dalla Turchia. <strong>Il compito sarà mantenere l’appoggio dell’Iran senza perdere gli interlocutori arabi necessari a qualsiasi accordo.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Una famiglia colpita dalla guerra</h2>



<p>La biografia di al-Hayya è segnata da perdite familiari che ne hanno rafforzato il prestigio negli ambienti di Hamas. Nel 2007 un bombardamento israeliano contro la sua abitazione nel quartiere di Shujaiya uccise diversi parenti. <strong>Durante la guerra del 2014, un altro attacco provocò la morte del figlio maggiore Osama, della moglie di quest’ultimo e di tre loro figli.</strong></p>



<p>Nel settembre 2025 al-Hayya fu inoltre tra i dirigenti presi di mira in un attacco israeliano a Doha. La delegazione impegnata nei negoziati sopravvisse, ma l’episodio mostrò che nemmeno il territorio qatariota garantiva più una protezione assoluta alla dirigenza di Hamas. Questa storia personale gli consente di presentarsi non come un dirigente lontano dalla popolazione, ma come un uomo direttamente colpito dallo stesso conflitto che ha devastato Gaza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La ricostruzione impossibile senza una scelta politica</h2>



<p>La prima sfida di al-Hayya sarà <strong>stabilire quale Hamas dovrà sopravvivere alla guerra. </strong>Il movimento può tentare di conservare una struttura militare clandestina, mantenendo il controllo indiretto di una parte della Striscia, oppure accettare una progressiva separazione tra ala politica, amministrazione civile e apparato armato. La rinuncia formale al governo di Gaza potrebbe permettere la nascita di un’amministrazione tecnica sostenuta dai Paesi arabi. Tuttavia, nessuna ricostruzione sarà realmente possibile finché resteranno irrisolti il disarmo, il ritiro israeliano, la liberazione degli ostaggi e il futuro politico della Striscia.</p>



<p>Al-Hayya potrebbe mostrarsi più flessibile sulle forme del potere, ma difficilmente accetterà la dissoluzione dell’organizzazione. La sua strategia potrebbe essere quella di cedere l’amministrazione quotidiana, conservando però la rete politica, sociale e militare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una successione che non cambia il conflitto</h2>



<p>Israele considererà la nuova nomina come la sostituzione di un bersaglio con un altro. L’eliminazione di Haniyeh e Sinwar non ha determinato la fine di Hamas, ma ha modificato la sua direzione, rendendola più dispersa e prudente.</p>



<p><strong>La scelta di un negoziatore non significa dunque che il movimento abbia scelto la pace.</strong> Significa che Hamas cerca una figura capace di garantire la continuità politica dopo la distruzione materiale di Gaza e la perdita di gran parte della vecchia dirigenza. Al-Hayya dovrà tenere insieme l’ala militare, i dirigenti all’estero, l’Iran, i mediatori arabi e una popolazione palestinese che ha pagato un prezzo immenso. È un equilibrio quasi impossibile. Ma proprio questa capacità di muoversi tra guerra e negoziato spiega perché Hamas abbia affidato a lui la propria sopravvivenza.</p>
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		<title>7 ottobre, un anno dopo &#8211; Hamas ora è allo sbando ma le sue stragi hanno fatto il gioco di Netanyahu</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/7-ottobre-un-anno-dopo-hamas-ora-e-allo-sbando-ma-le-sue-stragi-hanno-fatto-il-gioco-di-netanyahu.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 10:52:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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<p>La strage organizzata da Hamas il 7 ottobre 2023 ha offerto a Netanyahu l'occasione di arrivare alla tanto attesa resa dei conti con l'Iran. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/7-ottobre-un-anno-dopo-hamas-ora-e-allo-sbando-ma-le-sue-stragi-hanno-fatto-il-gioco-di-netanyahu.html">7 ottobre, un anno dopo &#8211; Hamas ora è allo sbando ma le sue stragi hanno fatto il gioco di Netanyahu</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Un anno fa, i miliziani di <strong>Hamas</strong> mettevano a segno il loro colpo più violento e sanguinoso, attaccando a sorpresa (ma mica poi tanto, <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/7-ottobre-un-anno-dopo-dalla-disfatta-con-hamas-allattacco-a-hezbollah-la-guerra-delle-spie-di-israele.html">ne parla in questa pagine Andrea Muratore</a>) dalla Striscia di Gaza, uccidendo 1.200 cittadini israeliani in grandissima parte civili e portando via centinaia di ostaggi. Ieri i generali israeliani hanno annunciata la totale sconfitta dell&#8217;ala militare del movimento palestinese. È certo possibile che, nell&#8217;anniversario delle stragi terroristiche del 7 ottobre 2023, le autorità dello Stato ebraico aggiungano un pizzico di retorica e di ottimismo all&#8217;emozione collettiva. Ma è indubbio che, <strong>al prezzo di infinite distruzioni e di una intollerabile e ingiustificabile strage di innocenti</strong>, l&#8217;esercito di Hamas (che è un&#8217;organizzazione terroristica per Usa, Ue, Israele, Canada, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Giappone ma non per l&#8217;Onu) oggi sia prossimo allo sbando.</p>



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<p>Parliamo di esercito non per caso. Si tratta (o si trattava, per meglio dire) di circa 30 mila uomini divisi in sei reggimenti, ognuno dei quali composto da cinque battaglioni, bene armati e ben finanziati. Il vanto di Hamas, che lo aveva più volte messo in mostra facendolo sfilare per le strade di Gaza City. Con un settore artiglieria specializzato nell&#8217;uso dei razzi e Unità di commando dedite alle infiltrazioni in territorio israeliano, ma con una inconfondibile spina dorsale: il Genio, ovvero <strong>gli addetti alla logistica, alla produzione di armi e soprattutto alla realizzazione dei tunnel e all&#8217;organizzazione della vita sotterranea</strong>, unico polmone per i miliziani in una Striscia completamente circondata da Israele e in pratica isolata dal mondo.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="has-medium-font-size"><strong><a href="https://it.insideover.com/topic/7-ottobre-un-anno-dopo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">7 OTTOBRE, UN ANNO DOPO &#8211; LEGGI LO SPECIALE DI INSIDEOVER</a></strong></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p> È impossibile, nella totale assenza di fonti imparziali di informazione dalla Striscia, fare un&#8217;eventuale tara alle affermazioni dei generali di Israele o anche solo arrivare a una decente valutazione approssimativa delle perdite subite da Hamas (o di quelle dell&#8217;esercito israeliano). <strong>Mesi fa, le solite comunicazioni dei portavoce israeliani avevano parlato di 17 mila miliziani eliminati</strong> ma, appunto, si tratta di affermazioni prive di conferma e di opinabile credibilità essendo così palesemente di parte. Di certo, i bombardamenti indiscriminati, l&#8217;occupazione militare della Striscia, l&#8217;interruzione di gran parte dei collegamenti tra Hamas e l&#8217;esterno, la pressione militare esercitata da Israele sul Libano e sull&#8217;Iran e la collaborazione (forse più con gli Usa che con Israele stesso) dei Paesi sunniti ormai lontani dalla causa palestinese e ancor più lontani dalle sue forme estreme hanno spuntato la forza militare di Hamas e hanno cambiato la sua natura politica.</p>



<p>l passaggio decisivo, da questo punto di vista, è stato l&#8217;assassinio del capo politico del movimento, <strong>Ismail Haniyeh</strong>, ucciso a Teheran il 31 luglio scorso. Haniyeh era praticamente &#8220;nato&#8221; come dirigente di Hamas, essendo stato ancora giovanissimo il braccio destro dello <strong>sceicco Ahmad Yassin</strong>, fondatore del movimento nel 1987. Era un politico. Nel magma contraddittorio e tatticismo dell&#8217;ideologia di Hamas (a tratti movimento islamista e a tratti movimento di liberazione, a volte pronto ad accettare l&#8217;esistenza di Israele e più spesso intenzionato a distruggerlo), assolutamente disposto ad accettare anche forme estreme di violenza per poi trattare da una posizione di forza. Il nuovo leader, <strong>Yahya Sinwar</strong>, forse ancora vivo e forse no, comunque costretto a vivere nascosto mentre i servizi segreti israeliani cercano di eliminarlo, è un soldato e un killer. Un coetaneo di Haniyeh (entrambi nati nel 1962) che nel 1989, mentre l&#8217;altro organizzava l&#8217;ala politica del movimento accanto allo sceicco Yassin, rapiva due soldati israeliani e quattro palestinesi accusati di essere spie e li uccideva.</p>



<p>Si è così riprodotta, in forma riveduta e aggiornata ai tempi, quella divisione che in passato si notava anche tra Yasser Arafat e, appunto, il più radicale sceicco Yassin. È comprensibile che Hamas, schiacciato dall&#8217;offensiva israeliana, nell&#8217;emergenza si affidi a un uomo d&#8217;arme come Sinwar. Per il movimento è ormai una pura questione di sopravvivenza. Questo però significa affidarsi a una fazione che, in una prospettiva più ampia, ha fatto il gioco di <strong>Benjamin Netanyahu</strong>.</p>



<p>Da lungo tempo, infatti, il premier israeliano voleva arrivare alla resa dei conti con quello che considera<strong> il più pericoloso nemico di Israele, ovvero l&#8217;Iran.</strong> E l&#8217;azione terroristica lanciata da Hamas il 7 ottobre del 2023 gli ha dato la ragione e la scusa buona. La ragione perché Hamas non poteva più essere tollerato. La scusa, invece, sotto un duplice aspetto. <strong>Da un lato Netanyahu ha potuto applicare indisturbato una tattica di guerra molto vicina alla decimazione</strong>: 42 mila morti (tra i quali 11 mila bambini e 6 mila donne) per eliminare (come dicono gli israeliani) 17 mila miliziani sono a loro volta il frutto di un terrorismo di Stato, reso accettabile agli occhi delle cancellerie occidentali, di solito così perbene e pulitine, proprio dal massacro di israeliani innocenti operato da Hamas. L&#8217;altro aspetto è che Netanyahu ha &#8220;usato&#8221; l&#8217;inaccettabile provocazione di Hamas per risalire tutta la filiera: da Gaza all&#8217;Hezbollah libanese fino, come ora vediamo, allo scontro diretto con l&#8217;Iran. Nella convinzione, peraltro perfettamente giustificata, che <a href="https://it.insideover.com/guerra/7-ottobre-un-anno-dopo-da-gaza-a-kiev-la-guerra-mondiale-non-e-piu-a-pezzetti.html">al dunque gli Usa si sarebbero schierati con lui.</a></p>



<p><strong>Chi parla di Hamas come di un &#8220;movimento di liberazione&#8221;</strong>, dal presidente turco Erdogan agli esaltati nostrani, dice una cosa falsa (Erdogan) o prende un colossale abbaglio (i nostrani): Hamas non ha liberato i palestinesi di Gaza, anzi, li ha costretti a vivere in un limbo a metà tra il socialismo reale e lo Stato islamico; e ha fatto il gioco di Netanyahu, scatenando un conflitto che, come tutti gli altri scontri armati tra palestinesi e israeliani, si è rivolto contro gli interessi dei palestinesi. Anche questa volta i palestinesi hanno perso territori, spazi di libertà, agibilità e credibilità politica. E Israele ne ha guadagnati, questa volta come solo nel 1948.</p>



<p>Com&#8217;è ovvio, anche se si arrivasse alla liquidazione completa di Hamas, resterebbe da risolvere il problema palestinese. <strong>Che cosa vuole Netanyahu è chiaro: la sparizione dei palestinesi, in un modo o nell&#8217;altro.</strong> Figuriamoci un loro Stato, come ripetono tutti, da Washington a Bruxelles, in un coro che definire ipocrita è poco. Un solo esempio: nell&#8217;anno che ha preceduto il 7 ottobre del 2023, il numero dei palestinesi uccisi dai coloni o dall&#8217;esercito di Israele in Cisgiordania è stato il più alto dalla seconda intifada, quella durata più o meno dal 2000 al 2005. Vi risulta che ci sia stato un qualche intervento di Biden o della Von Der Leyen? Che qualche politico europeo abbia speso una parola su quei fatti? Se siamo alle soglie di una grande guerra mediorientale o, peggio, di una terza guerra mondiale come temono alcuni, la responsabilità non è solo di Hamas o di Netanyahu, ma anche di quei silenzi. Chi tace (come chi dice &#8220;sto con Israele ma non con Netanyahu&#8221;, come se oggi non fosse la stessa cosa) acconsente. Sempre. A tutto.</p>



<p>Fulvio Scaglione</p>



<p></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/7-ottobre-un-anno-dopo-hamas-ora-e-allo-sbando-ma-le-sue-stragi-hanno-fatto-il-gioco-di-netanyahu.html">7 ottobre, un anno dopo &#8211; Hamas ora è allo sbando ma le sue stragi hanno fatto il gioco di Netanyahu</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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