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	<title>Ilaria Alpi Archives - InsideOver</title>
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	<title>Ilaria Alpi Archives - InsideOver</title>
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		<title>30 anni fa lo scoop fatale di Ilaria Alpi</title>
		<link>https://it.insideover.com/criminalita/nellultima-intervista-di-ilaria-alpi-la-chiave-del-mistero-della-sua-morte.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Zanella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2024 06:42:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca nera]]></category>
		<category><![CDATA[servizi segreti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1200" height="883" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8-600x442.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8-300x221.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8-1024x753.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8-768x565.jpg 768w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>Il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio, Somalia, è un giorno di ordinaria follia. Le truppe italiane, integrate nell’operazione a guida delle Nazioni Unite Restore Hope, stanno infatti smobilitando, così come anche quelle americane, belghe, francesi e svedesi, lasciando il terreno libero a bande armate e criminali fino a quel momento rimaste a margine dopo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/criminalita/nellultima-intervista-di-ilaria-alpi-la-chiave-del-mistero-della-sua-morte.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/criminalita/nellultima-intervista-di-ilaria-alpi-la-chiave-del-mistero-della-sua-morte.html">30 anni fa lo scoop fatale di Ilaria Alpi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="883" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8-600x442.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8-300x221.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8-1024x753.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240319153230967_a41e7767fc55fadb54e53152810c80b8-768x565.jpg 768w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>Il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio, Somalia, è un giorno di ordinaria follia. Le truppe italiane, integrate nell’operazione a guida delle Nazioni Unite <em><strong>Restore Hope</strong>,</em> stanno infatti smobilitando, così come anche quelle americane, belghe, francesi e svedesi, lasciando il terreno libero a<strong> bande armate e criminali</strong> fino a quel momento rimaste a margine dopo l’intervento a gamba tesa dell’occidente volto a stroncare la <strong>guerra civile</strong> scoppiata dopo la caduta del dittatore<strong> Siad Barre</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;agguato dalle dinamiche mai chiarite</strong></h2>



<p>In questo contesto di fuggi fuggi generale, una jeep sfreccia diretta a Mogadiscio, di ritorno dal porto di Bosaso, città costiera in quel momento controllata dal “sultano” Abdullahi Moussa Bogor. Su quella Jeep, oltre all’autista e a un uomo armato di scorta, ci sono la giornalista Rai<strong> Ilaria Alpi</strong> e l’operatore <strong>Miran Hrovatin</strong>. A Bosaso hanno fatto un’intervista proprio a lui, il sultano, capo dei ribelli migiurtini. Due ore di registrazione, stando alla testimonianza resa anni dopo dallo stesso Bogor. Ci torneremo. Ilaria e Miran stanno rientrando in albergo per lavorare il materiale che, come anticipato da Ilaria in una delle sue ultime comunicazioni con la redazione, è esplosivo. Purtroppo non arriveranno mai a destinazione.</p>



<p>Quanto accaduto nei pressi dell’ambasciata italiana di Mogadiscio, a pochi metri dall’hotel Hamana, è da trent’anni un mistero che né i processi, né una commissione parlamentare d’inchiesta sono riusciti a dipanare. <strong>Un mistero alimentato da false testimonianze, depistaggi, menzogne</strong> alimentate da personaggi che di volta in volta si sono presi la scena per recitare la loro commedia, insensibili verso la tragedia di una madre e un padre che fino alla fine dei loro giorni si sono battuti invano per la verità.</p>



<p><strong>Un agguato</strong>. Di certo si sa solo questo. I colpi di arma da fuoco sparati non si capisce da dove, se da lontano, come stabilito in una prima fase di indagini, o se a distanza ravvicinata, tipo<strong> un’esecuzione</strong>, come stabilito da un’autopsia sul corpo di Ilaria disposta solo dopo due anni dall’omicidio. L’altra cosa certa di questa storia è che alla redazione di Rai Tre giunsero solamente circa 13 minuti di girato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il mistero delle registrazioni manipolate</strong></h2>



<p>Le cassette con il girato ripreso a Bosaso giunsero a Roma insieme ai corpi di Ilaria e Miran, chiuse in un borsone sigillato che, però, fu ritrovato aperto. A togliere i sigilli, un giornalista della Rai che spiegò di aver ricevuto preciso incarico dal direttore generale, anche se poi, in sede di Commissione, il suo racconto mutò sensibilmente e si riempì di &#8220;non ricordo&#8221;. </p>



<p>Del <strong>contenuto esplosivo</strong> annunciato da Ilaria qualche giorno prima della morte, restano appena 13 minuti. Possibile fosse tutto qui? Difficile da credere, soprattutto perché di questi 13 minuti, quelli davvero interessanti non sono più di cinque. Ad aggiungere mistero sull&#8217;integrità di questi filmati anche la testimonianza &#8211; per quanto controversa &#8211; di Abdullahi Moussa Bogor, che, sentito in Commissione Alpi nel 2006, affermò che l&#8217;intervista rilasciata alla giornalista uccisa superava abbondantemente le due ore. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il porto dei misteri</strong></h2>



<p>Nonostante una certezza su come siano davvero andate le cose quel giorno di trent&#8217;anni fa non c&#8217;è, è molto probabile che la causa dell&#8217;uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vada ricercata in quell&#8217;ultima intervista raccolta a Bosaso, cittadina nel nord della Somalia, piuttosto defilata rispetto alla ben più centrale e caotica Mogadiscio. Un luogo di mare dove Ilaria non è capitata per caso. </p>



<p>Bosaso era probabilmente <strong>uno dei centri nevralgici dei traffici di armi e rifiuti </strong>su cui da tempo la giornalista stava indagando, supportata da un fiuto investigativo invidiabile e avvalendosi di fonti di primissima mano. Ormai è accertato un collegamento tra Ilaria e<strong> l&#8217;agente segreto Vincenzo Li Causi</strong>, ucciso proprio in Somalia pochi mesi prima, anche lui in circostanze mai del tutto chiarite. Sono in tanti a ritenere che Li Causi avesse indirizzato Ilaria sulla pista giusta da seguire. Una pista che potrebbe averla portata fino al &#8220;sultano&#8221; Bogor. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le navi Shifco</strong></h2>



<p>Il video dell&#8217;intervista, o meglio, del frammento superstite, è reperibile facilmente in rete. Ilaria è di spalle, l&#8217;obiettivo di Miran riprende in primo piano Abdullahi Moussa Bogor, che sembra a suo agio nel rispondere in un italiano pressoché perfetto a domande di carattere generale sulle condizioni di vita in quella regione della Somalia. I due sono in sintonia, scherzano, il clima è disteso. Poi Ilaria trova il varco in cui infilarsi: &#8220;Senta, cambio completamente argomento, parlano di questo scandalo di questo proprietario somalo con passaporto italiano, si chiama Mugne, che avrebbe preso queste navi che erano proprietà dello Stato e le avrebbe usate per uso privato&#8221;. </p>



<p>Ilaria si sta riferendo a <strong>Omar Said Mugne</strong>, un nome che torna spesso in molte vicende torbide. Su di lui, per esempio, stava indagando anche <strong>Mario Ferraro</strong>, altro 007 del Sismi morto in circostanze a dir poco dubbie nel 1995. Lo scandalo di cui parla &#8211; uno scandalo a dire il vero non così noto in Italia, almeno in quel momento &#8211; riguarda la flotta di pescherecci riconducibili alla società <strong><a href="https://it.insideover.com/criminalita/scorie-radioattive-e-navi-a-perdere-nellitalia-degli-anni-novanta.html">Shifco</a></strong>, di cui Mugne era amministratore, ma il cui socio di maggioranza era italiano: Paolo Malavasi.</p>



<p>L&#8217;uso privato cui allude Ilaria, vedeva questi pescherecci, donati dal governo italiano a quello somalo negli anni Ottanta, trasportare non pesce, ma armi e rifiuti. </p>



<p>Nel sentire questa domanda, Bogor sembra colto di sorpresa. Guarda velocemente in camera e poi, riferendosi a Mugne, risponde con una domanda: &#8220;Lui? Lui solo?&#8221;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La società italiana</strong></h2>



<p>Ilaria ride e specifica &#8220;Beh, lui con altre persone, le chiedo di spiegarmi cosa è successo&#8221;. Il sultano comincia il suo racconto. Dice che Omar Said Mugne era a capo della flotta Shifco già prima di quello che chiama il &#8220;collasso&#8221;, ovvero la caduta di Siad Barre e l&#8217;inizio della guerra civile: &#8220;Quando è venuto il collasso, si è preso le navi, ha fatto scendere gli equipaggi somali in Tanzania e se l&#8217;è squagliata con le navi in Italia&#8221;. Poi aggiunge un dettaglio: &#8220;Parte di questa proprietà apparteneva ad una società italiana [&#8230;] Mugne non era niente e non è niente tutt&#8217;ora.. è la società che manovra&#8221;. </p>



<p>Ilaria chiede il nome della società, che evidentemente è qualcosa di diverso rispetto alla Shifco, di cui è a conoscenza. Il somalo ride &#8220;tu lo sai il nome&#8221;, le dice. Ilaria insiste, ma il sultano la prende in giro, le dice che allora lo deve scoprire da sola, che deve guadagnarsi il pane. Anche sullo sfondo si sentono delle persone ridere divertite dal siparietto che si è venuto a creare. Tuttavia, all&#8217;improvviso, Bogor si fa serio: &#8220;Non posso, sai, queste società hanno..&#8221; fa un gesto con le mani, quasi a voler indicare i tentacoli di una piovra, poi termina la frase: &#8220;Hanno dovunque dei lacché&#8221;. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La nave ostaggio</strong></h2>



<p>L&#8217;uomo spiega che tra questa società e l&#8217;ex dittatore Siad Barre c&#8217;era un accordo. Accordo non rinnovato con il successore Ali Mahdi. Ilaria gli chiede dove si trovino ora le navi della Shifco, se in Somalia o in Italia, ed è a questo punto che il sultano cala l&#8217;asso: dice che da qualche giorno una delle navi della Shifco è nelle sue mani, equipaggio compreso. La giornalista sembra stupita, Bogor le chiede se è perché ha qualche parente nell&#8217;equipaggio. Lei sta al gioco, ma poi chiede di poter vedere la nave. </p>



<p>Il sultano aggrotta la fronte, è sorpreso dall&#8217;intraprendenza della giornalista: &#8220;Perché la devi vedere? Prendi informazioni e basta&#8221;. Ne nasce un botta e risposta serrato. L&#8217;uomo le dice che se vuole vedere la nave deve usare un satellite poi, dopo un po&#8217;, la conversazione stagna. Il somalo indica con un cenno la telecamera, Ilaria si volta per l&#8217;unica volta verso la macchina, ne scorgiamo il profilo, e lo rassicura non un&#8217;alzata di spalle. Poi un leggero stacco fa intuire che il video sia stato probabilmente tagliato. Pochi secondi, perché la conversazione sembra comunque proseguire comprensibile. Cosa si siano detti in quei secondi è ad oggi un mistero. </p>



<p>Probabilmente, ma questa è solo un&#8217;ipotesi, peraltro nemmeno originale, Ilaria riuscì a convincere Bogor a farsi accompagnare alla nave, che si chiamava<strong> Faraax Omar</strong>. Una volta lì, probabilmente avrà insistito per entrare a vedere e per parlare con l&#8217;equipaggio. Ecco, se tutto questo fosse realmente accaduto, allora sì, sarebbe giustificata quella telefonata alla Rai in cui Ilaria diceva di avere tra le mani qualcosa di eccezionale. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Lo scoop fatale</strong></h2>



<p>Infine, ci sia concessa una riflessione sul contenuto di questo frammento superstite e, in particolare, sugli ultimi minuti: considerando quello che si è innescato dopo la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin &#8211; i depistaggi già richiamati, le indagini controverse,<a href="https://it.insideover.com/criminalita/ilaria-alpi-unaltra-strana-morte-in-somalia-riapre-la-pista-italiana.html"> l&#8217;ingiusta detenzione di un capro espiatorio</a> -, è davvero possibile che se la manipolazione del video c&#8217;è stata, sia rimasto intatto un frammento che probabilmente è il cuore pulsante dell&#8217;intervista al &#8220;sultano&#8221;? Possibile che chi ha proceduto alla censura del girato &#8211; sicuramente su indicazione di qualcuno &#8211; abbia mantenuto i minuti in cui si parla della Shifco, con tutto ciò che ne è conseguito, soprattutto in termini di inchieste giornalistiche? </p>



<p>Se si da credito all&#8217;ipotesi della manipolazione, allora si ha l&#8217;impressione che, nel togliere, si sia consapevolmente dato risalto a un dettaglio che ancora oggi viene tenuto in grande considerazione ma che forse è uno specchietto per le allodole. Evidentemente c&#8217;era ben altro da nascondere, qualcosa di ben più compromettente che ha giustificato il &#8220;sacrificio&#8221; della Shifco. Se così non fosse, significherebbe che chi ha tagliato il filmato si sia sbagliato, lasciando la parte compromettente. </p>



<p>Una risposta, allo stato attuale, è impossibile fornirla. Gli unici a poter venire in nostro soccorso sarebbero proprio loro, Ilaria e Miran, lei con le domande, lui con le immagini. Se mai quella parte tagliata dell&#8217;intervista sbucasse fuori da qualche archivio blindato, allora sì, conosceremmo molto probabilmente lo scoop che ha determinato la morte di entrambi. E dopo trent&#8217;anni sarebbe una magra consolazione. </p>
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		<title>Il rapporto tra i media e la giustizia? Complicato e non sempre corretto</title>
		<link>https://it.insideover.com/academy/il-rapporto-tra-i-media-e-la-giustizia-complicato-e-non-sempre-corretto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Zanella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2022 08:17:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Academy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1306" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-300x204.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-1024x696.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-768x522.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-1536x1044.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-2048x1393.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Spesso si parla del rapporto tra i media e casi di cronaca, interrogandosi su come i primi possano influenzare – in modo tanto positivo quanto negativo – i secondi. Certamente non è un tema semplice, le sfaccettature sono molte e non è possibile delineare uno schema preciso. Ne abbiamo parlato a lungo con tre interlocutori &#8230; <a href="https://it.insideover.com/academy/il-rapporto-tra-i-media-e-la-giustizia-complicato-e-non-sempre-corretto.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/il-rapporto-tra-i-media-e-la-giustizia-complicato-e-non-sempre-corretto.html">Il rapporto tra i media e la giustizia? Complicato e non sempre corretto</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1306" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-300x204.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-1024x696.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-768x522.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-1536x1044.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/09/ilgiornale2_20220920101626281_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_962121-2048x1393.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Spesso si parla del rapporto tra i media e casi di cronaca, interrogandosi su come i primi possano influenzare – in modo tanto positivo quanto negativo – i secondi. Certamente non è un tema semplice, le sfaccettature sono molte e non è possibile delineare uno schema preciso. Ne abbiamo parlato a lungo con tre interlocutori molto particolari, tutti prossimamente ospiti del corso di <strong>giornalismo d’inchiesta</strong> della <strong>Newsroom Academy</strong> di <em>InsideOver</em>: Giada Bocellari, avvocato di Alberto Stasi [in carcere con l’accusa di aver ucciso la sua fidanzata, Chiara Poggi, <em>ndr</em>], Gabriele Bardazza, consulente che da 25 anni ricostruisce eventi catastrofici per consulenze tecniche in ambito penale e civile [disastro del <strong>Moby Prince</strong>, incendio del <strong>Norman Atlantic</strong>, ecc, ndr] e Massimiliano Gabrielli, avvocato cassazionista del foro di Roma, specializzato in difesa di parte civile in processi sui disastri e <em>mass tort</em> [protagonista, tra gli altri, nel processo penale sulla <strong>Costa Concordia</strong>, Rigopiano, torre piloti di Genova e <strong>Strage di Viareggio</strong>, <em>ndr</em>].</p>
<p>Punti di vista spesso convergenti, ma con significative differenze. In ogni caso, molto interessanti per capire come il mestiere del giornalista venga interpretato da attori fondamentali all’interno di un’inchiesta da sviluppare. La prima domanda l’abbiamo posta all’avvocato Bocellari, chiedendole se, dal suo punto di vista, ci sono stati casi in cui i media hanno indirizzato negativamente l’andamento di un processo:  “Si. Il <strong>delitto di Cogne</strong> [l’uccisione del piccolo Samuele per cui è stata poi condannata sua madre, Annamaria Franzoni, <em>ndr</em>] è stato il primo caso che a livello di avvocatura si è studiato in questo senso. È stato il primo caso mediatico per come lo intendiamo oggi, seguito poi dal <strong>delitto di Novi Ligure</strong> [Il massacro di una donna e di suo figlio da parte degli allora adolescenti Erica e Omar, <em>ndr</em>]. Da lì si è iniziato a capire che certe tematiche potevano interessare il pubblico. Invece che leggere il giallo c’era il caso di cronaca nera da seguire passo dopo passo, soltanto che il problema, secondo la mia personalissima opinione, è che non si riesce a distinguere la cronaca giudiziaria da qualcosa che invece non è cronaca, ma è fiction”.</p>
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<p>Un’esperienza, la sua, vissuta in prima persona, da quando – prima lavorando per lo Studio Giarda, poi in autonomia – ha iniziato a occuparsi dell’<strong>omicidio di Garlasco</strong>. Da quel momento, suo malgrado, anche l’avvocato Bocellari si è vista più volte sotto i riflettori: “Ci sono programmi televisivi, per esempio, che non fanno cronaca giudiziaria, ma qualcosa di diverso. Programmi che hanno iniziato a fare un processo parallelo, pubblico, che è molto più veloce di un vero processo. I tempi della giustizia, che tu faccia l’abbreviato o che tu vada in Corte d’assise, comunque richiedono mesi. Il <strong>processo mediatico</strong> è immediato, perché innanzitutto i concetti vengono banalizzati, vengono depurati da tutte le questioni che sono tipiche del processo penale. A me è capitato più di una volta di parlare con dei giornalisti e dire “scusate, ma dal punto di vista tecnico quello che dite non è corretto. La risposta è “ma questo la gente non lo capirebbe”. Se tu fai un processo parallelo a quello penale, togliendo però tutte le garanzie che l’imputato può avere, non spiegando i tecnicismi che invece dovresti spiegare, allora cosa stai facendo?”.</p>
<p>“Il tema è molto complesso”, aggiunge l’avvocato Bocellari, “e richiederebbe una tavola rotonda vera, seria e tra più competenze. Parto dal presupposto che io sono profondamente convinta dell’importanza del giornalismo in generale e soprattutto della cronaca. È fondamentale, è un diritto di tutti quello di essere informati di quello che accade nelle aule. Il problema è più etico. I giornalisti dovrebbero capire dove finisce la cronaca e dove inizia qualcosa che è tutt’altro. Mi ricordo che parlando con esponenti di un noto programma televisivo, che è in un certo senso l’emblema della deriva di cui sto parlando, dissi “vi rendete conto che voi di fatto consentite che delle persone vengano condannate ancora prima di essere processate?” la risposta è stata “con il nostro <em>share</em> teniamo in piedi la rete”. Come a dire: dei diritti del tuo assistito non ce ne frega niente. Il problema è informare o tenere alto lo <em>share</em>? Siamo su due piani diversi”.</p>
<p>Sul tema del rapporto media/verità è molto interessante il punto di vista di Gabriele Bardazza che, tra le varie attività di cui è stato importante attore, ha fatto parte dell’ultima <a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronache/moby-prince-verit-che-non-conviene-nessuno-2066951.html">Commissione d’inchiesta</a> sul disastro del Moby Prince, fornendo, assieme agli altri membri, un contributo fondamentale per il raggiungimento di una verità reclamata dai parenti delle vittime per 31 anni: “La narrazione dei fatti”, ci dice Bardazza, “qualche volta diventa una <strong>narrazione tossica</strong>, ovvero una narrazione che introduce degli elementi che – proprio per l’abilità del giornalista – risultano poi essere estremamente suggestivi e che magari in qualche misura possono anche essere veri, ma che poi distolgono da quella che è la verità”.</p>
<p>Si sta parlando, in questo caso, dell’eventualità che un convincimento del giornalista possa influire sul suo lavoro di divulgazione. Una trappola in cui è molto facile cadere e da cui è invece difficile uscire, se non a costo di mettere in discussione il proprio lavoro e fare <em>mea culpa</em>. Gabriele Bardazza porta come esempio proprio quello della narrazione sul disastro del Moby Prince: “Nell’immaginario collettivo, ancora oggi, si è trattato di un evento determinato dalla presenza di nebbia e per la distrazione dell’equipaggio intento a guardare una partita di calcio. Questi due elementi &#8211; il primo entrato in qualche misura nel processo, il secondo neanche mai comparso su un documento – hanno influito pesantemente nell’accertamento della verità”.</p>
<p>Soffermandoci su questo punto specifico, abbiamo chiesto al dott. Bardazza se, dal suo punto di vista, certe notizie “depistanti” [e si sottolineano le virgolette, <em>ndr</em>] nascano per caso o se talvolta emerga il sospetto che il/la giornalista di turno si sia prestato a un <strong>gioco perverso</strong> con consapevolezza: “È un bel tema. Io penso che in alcuni casi possano essere somministrate delle false notizie. Ma nel caso del Moby Prince credo si sia trattato solo di una leggerezza. Nello specifico, il giorno dopo il disastro, un giornalista del Tg1, in chiusura del servizio, disse che al momento della collisione tra il traghetto e la petroliera Agip Abruzzo era in corso una partita di calcio. E pose in forma dubitativa il fatto che, forse, l’equipaggio potesse essersi distratto. Questa supposizione cristallizzò nella mente dell’uditorio un fatto in realtà indimostrabile e del tutto fuorviante rispetto poi all’accertamento dei fatti”.</p>
<p>Ricordiamo, infatti, che il lavoro dell’ultima Commissione d’inchiesta ha stabilito in modo lapidario che a determinare il disastro non è stata né la nebbia né tantomeno la distrazione dell’equipaggio, bensì una <strong>manovra disperata</strong> per evitare la collisione con un terzo naviglio, al momento ancora non identificato, che il Moby Prince ha trovato improvvisamente sulla sua rotta di navigazione.</p>
<p>“Ci sono tanti altri casi”, aggiunge Bardazza, “in cui la narrazione di alcuni fatti assolutamente veri ha poi oggettivamente allontanato o fatto focus su una verità che in realtà non aveva niente a che fare con la verità vera”.</p>
<p>Anche lui – che del caso si è occupato – cita a esempio il delitto di Garlasco: “Pensiamo alla questione delle impronte latenti delle scarpe di Alberto Stasi nella villetta in cui si è consumato il delitto: Il 5 settembre 2007 [l’omicidio avviene il 13 agosto precedente, <em>ndr</em>] vengono fatti i rilievi sul pavimento per trovare le impronte latenti di Alberto Stasi. Nel momento in cui emerge il fatto che su quel pavimento le impronte non sono visibili, sui giornali la notizia che passa è “non ci sono le impronte di Alberto Stasi”. Sembra un dettaglio, ma cono due concetti profondamente diversi. 1) non le vedo 2) non ci sono. La conclusione che ne viene data è immediata: quindi Stasi non è mai entrato da scopritore in quella casa, ha mentito. Questo passaggio segna il processo in maniera significativa”.</p>
<p>Bardazza però non demonizza la stampa e, nello specifico, il giornalismo d’inchiesta. Tutto il contrario. E per dimostrare quanto esso sia importante talvolta per il disvelamento della verità in casi controversi, cita un altro famoso caso: “Pensiamo alla vicenda di <a href="https://it.insideover.com/criminalita/ilaria-alpi-unaltra-strana-morte-in-somalia-riapre-la-pista-italiana.html?utm_source=ilGiornale&amp;utm_medium=article&amp;utm_campaign=article_redirect&amp;_ga=2.258617871.489570385.1663421350-782215281.1627472583&amp;_gl=1*ffucvo*_ga*MTE1MzUyNzE3LjE2NjM0MjEzNTA.*_ga_ENZ2GEXW4Y*MTY2MzQyMTM0OS4xLjEuMTY2MzQyMTU0NC4wLjAuMA..">Hashi Hassan</a>, incarcerato per l’uccisione di <strong>Ilaria Alpi</strong> e <strong>Miran Hrovatin</strong> e scagionato grazie a un’inchiesta di Chiara Cazzaniga, che ha svolto una vera e propria attività investigativa, ha messo in fila gli elementi, si è accorta che qualcosa non tornava ed ha approfondito. Ecco, quando il giornalista ha acquisito tutto il materiale su un caso e ha avuto modo di studiarlo, quando dietro un servizio giornalistico c’è un lavoro rigoroso, serio, che non punta al sensazionalismo&#8230;  allora sì che si può parlare di vero giornalismo d’inchiesta”.</p>
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<p>Diventa ancora più interessante, a questo punto, ascoltare cosa pensa l’avvocato Massimiliano Gabrielli sul tema. Interessante perché, nel panorama giudiziario italiano, Gabrielli rappresenta per certi versi un <em>unicum</em>, certamente il precursore di un certo modo di intendere il mestiere di avvocato. Al centro di grossi casi in qualità di avvocato di parte civile, confrontandosi spesso con veri e propri colossi e mettendo in atto non solo una difesa verso i più deboli, ma quasi una battaglia ideologica per punire questi colossi con l’unico linguaggio che conoscono – quello del denaro – Massimiliano Gabrielli ha sperimentato in tempi non sospetti un metodo per unire al mestiere da avvocato nella sua veste classica un’appendice mediatica che, negli anni, gli ha conferito non solo una certa notorietà, ma gli ha permesso di raggiungere dei risultati assolutamente non scontati. “Ho sempre creduto nello sviluppo di nuove forme di comunicazione”, ci racconta, “anche attraverso <strong>canali alternativi</strong> a quelli troppo spesso addomesticati, e credo che l&#8217;allargamento della platea degli addetti all’informazione sia un beneficio per contribuire allo spirito di civiltà che rende più vicina e comprensibile la Giustizia”.</p>
<p>L’avvocato Gabrielli fa riferimento alla creazione di tre blog che, nel corso di altrettanti processi [quello per i disastri della Costa Concordia e della torre piloti di Genova e quello per l’incendio del traghetto Norman Atlantic, <em>ndr</em>], gli hanno consentito di raccontare in presa diretta, ovviamente dal suo punto di vista, cosa accadeva udienza dopo udienza, con un linguaggio semplice e accessibile a tutti. Un attivismo, il suo, più volte censurato dagli stessi colleghi e, in un caso, anche da una procura, ma che nessuno ha mai potuto definire deontologicamente scorretto.</p>
<p>Come intende il rapporto con i media un professionista che in prima persona ha compreso quando la pressione mediatica possa influire sugli esiti di un processo? “Se parlate con un avvocato di parte civile come me, vi confermerà che le cause si fanno e si vincono dentro ma anche, o soprattutto, fuori dalle aule. Questa è la mia esperienza. Il caso Costa Concordia aveva un’attenzione mediatica straordinaria, che ha influenzato a favore nostro anche i tempi del processo. In tutti i casi di cui mi sono occupato in cui c’è stata <strong>pressione mediatica</strong>, a me ha sempre giovato. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con i giornalisti e credo che, nello specifico, il giornalismo d’inchiesta – se fatto bene ed entro i limiti della correttezza &#8211; può contribuire ad accendere i riflettori della giustizia su un <em>cold case</em>, come anche a svegliare la coscienza sociale e l&#8217;attenzione degli investigatori su prassi e condotte illecite che rischiano di passare inosservate come se tutto fosse nella normalità: un caso tra i tanti è <strong>Mafia capitale</strong> scaturito anche grazie all&#8217;inchiesta di Lirio Abbate”.</p>
<p>In particolare, l’avvocato Gabrielli ritiene importante il ruolo della stampa nei casi di <em>mass tort</em>, ancor più in particolare quando l’attenzione viene focalizzata sulle parti deboli di questo tipo di processi: le vittime.</p>
<p>“Alla base dei grandi disastri come quello dell’hotel Rigopiano, della discoteca di Corinaldo, della stazione di Viareggio, giusto per citarne alcuni, c’è una questione di denaro. Le grandi società spesso risparmiano sui livelli di sicurezza a vantaggio dell’utile, creando il terreno fertile per il verificarsi degli incidenti. Le Procure, spesso, perseguono l&#8217;obiettivo più immediato e certo, esercitando l&#8217;azione penale sui responsabili in prima linea, evitando di guardare verso l&#8217;altro, ai vertici societari. Ed è qui che entrano in gioco gli avvocati di parte civile, nel ruolo di spinta ed allargamento delle visuali, vicariando il lavoro del Pubblico Ministero. Ma per fare ciò bisogna interpretare questo ruolo come quello di accusa privata, in modo attivo e senza limitarsi ad andare in scia al pm restando nelle retrovie delle aule, in attesa della sentenza. Nel processo penale purtroppo però le parti civili sono ancora oggi viste come ospiti scomodi, e spesso un fastidio se interferiscono con l&#8217;andamento del processo condotto da giudici e pm contrapposti ai difensori degli imputati. Per avere giustizia vera e completa le parti civili non devono stare nel mezzo, ma sopra le altre parti, la visione delle parti offese e del lato umano della vicenda, in questo tipo di processi, non solo è fondamentale, ma è soprattutto il modo di garantire che si ricordi sempre che alle spalle del fatto reato e delle responsabilità penali, c&#8217;è la morte di persone innocenti e oltre il processo resta la sofferenza delle famiglie delle vittime. E nel 99% delle volte, a consentire questa visione è proprio il giornalismo”.</p>
<p>Cosa possiamo dire in conclusione? Certamente emerge – tanto in positivo, quanto in negativo – l’importanza dei media, il peso che possono avere sull’opinione pubblica, ma anche sugli attori dei processi, su chi deve decidere se una persona meriti o meno il carcere o su chi deve decidere se punire un colosso societario per la morte di persone innocenti. Tutto questo dovrebbe far riflettere e non sarebbe insensato aprire una discussione sull’opportunità o meno di regolamentare – e magari porre un freno – alla <strong>spettacolarizzazione</strong> fine a sé stessa. Di certo ne gioverebbe il giornalismo. Quello vero.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/academy/il-rapporto-tra-i-media-e-la-giustizia-complicato-e-non-sempre-corretto.html">Il rapporto tra i media e la giustizia? Complicato e non sempre corretto</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Ilaria Alpi, un&#8217;altra strana morte in Somalia riapre la pista italiana</title>
		<link>https://it.insideover.com/criminalita/ilaria-alpi-unaltra-strana-morte-in-somalia-riapre-la-pista-italiana.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Zanella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jul 2022 10:46:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Al Shabaab]]></category>
		<category><![CDATA[Corno d'Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="1633" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan-300x239.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan-1024x817.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan-768x612.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan-1536x1225.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Una bomba sotto il sedile della sua macchina. Termina così l’esistenza travagliata di Hashi Omar Hassan. Travagliata perché il somalo, imprenditore in una terra a dir poco difficile, nel 1998 venne prelevato dal suo Paese, portato in Italia prima come testimone delle violenze perpetrate dai militari italiani durante la missione &#8220;Restore Hope&#8221; in Somalia, trasformandosi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/criminalita/ilaria-alpi-unaltra-strana-morte-in-somalia-riapre-la-pista-italiana.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/criminalita/ilaria-alpi-unaltra-strana-morte-in-somalia-riapre-la-pista-italiana.html">Ilaria Alpi, un&#8217;altra strana morte in Somalia riapre la pista italiana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1633" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan-300x239.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan-1024x817.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan-768x612.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Hashi-Omar-Hassan-1536x1225.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p><p>Una bomba sotto il sedile della sua macchina. Termina così l’esistenza travagliata di <strong>Hashi Omar Hassan</strong>. Travagliata perché il somalo, imprenditore in una terra a dir poco difficile, nel 1998 venne prelevato dal suo Paese, portato in Italia prima come testimone delle violenze perpetrate dai militari italiani durante la missione &#8220;<strong>Restore Hope</strong>&#8221; in Somalia, trasformandosi in un battito di ciglia nel principale indiziato per l’uccisione della giornalista <strong>Ilaria Alpi</strong> e dell’operatore <strong>Miran Hrovatin</strong>, datata 1994.</p>
<p>Il somalo venne condannato in Cassazione a 24 anni di carcere a seguito delle accuse mossegli da Ahmed Ali Raghe, detto Gelle, un suo connazionale che, come scoprirà Chiara Cazzaniga per la trasmissione <em>Chi l’ha visto?</em>, aveva mentito ed era stato pagato per farlo da non meglio specificate autorità italiane. Hassan usciva così di galera dopo 16 anni, ottenendo dallo Stato italiano un risarcimento di tre milioni e 181mila euro. <span style="font-size: 1rem;">Sarebbe proprio questa improvvisa disponibilità di denaro alla base della sua uccisione</span></p>
<p>Stando a fonti locali, infatti, Hashi Omar Hassan avrebbe ricevuto diverse richieste di pagamento del pizzo da parte di esponenti dell’organizzazione terroristico/criminale <strong>Al Shabaab</strong>. All’ennesimo rifiuto di piegarsi, la letale rappresaglia. Ma il dubbio che il movente di questa uccisione sia riconducibile solo ed esclusivamente a un questione di denaro non può essere escluso.</p>
<p>Non se pensiamo che la vicenda per cui Hassan ha passato da innocente 16 anni di carcere, l’uccisione di Alpi e Hrovatin, è rimasta una ferita aperta della nostra storia recente che, proprio in queste settimane, sta tornando timidamente alla ribalta, al di fuori dai grandi canali di comunicazione.</p>
<blockquote><p>Legata alla vicenda Alpi/Hrovatin c’è infatti una lunga scia di morti</p></blockquote>
<p>Pensiamo agli 007 <strong><a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronache/marco-mandolini-vincenzo-li-causi-e-scia-sangue-che-passa-2036605.html">Vincenzo Li Causi</a></strong> e <strong>Mario Ferraro</strong>, pensiamo ai sette marinai massacrati nel porto algerino di Djen Djen, pensiamo a <strong><a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronache/lista-dellambasciatore-fulci-pista-che-porta-allomicidio-2004169.html">Marco Mandolini</a></strong>, il parà della folgore massacrato a Livorno che, stando alle indagini svolte per conto della famiglia dal criminologo Federico Carbone e dall’avvocato Dino Latini, stava indagando informalmente sulla morte del suo collega e amico Li Causi.</p>
<p>Avuta notizia della morte di Hassan, abbiamo tempestivamente sentito proprio il criminologo Carbone, che conviene con noi su un punto specifico: &#8220;Sicuramente la tempistica è quantomeno sospetta&#8221;. Alla domanda del perché anche lui pensi così, la risposta è chiara: &#8220;È sospetta in particolare in riferimento alla <strong>declassificazione di molti documenti</strong>. E lo è ancora di più considerando i diversi procedimenti in corso che tirano in ballo più o meno indiretta<span style="font-size: 1rem;">mente la vicenda Alpi&#8221;.</span></p>
<p><figure id="attachment_363234" aria-describedby="caption-attachment-363234" style="width: 1024px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-363234 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220708122441165_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_649840-1024x649.jpg" alt="" width="1024" height="649" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220708122441165_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_649840-1024x649.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220708122441165_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_649840-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220708122441165_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_649840-768x487.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220708122441165_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_649840-1536x974.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220708122441165_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_649840-2048x1298.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220708122441165_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_649840-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption id="caption-attachment-363234" class="wp-caption-text">La Toyota pick-up nella quale, il 20 marzo del 1994, furono uccisi a Mogadiscio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (Ansa)</figcaption></figure></p>
<p>Il dottor Carbone si riferisce ovviamente all’attività che sta svolgendo sulla vicenda Mandolini e che sta portando alla luce nuovi dettagli a dir poco sconcertanti, uno dei quali ha deciso di condividere con noi in anteprima: &#8220;In merito alle mie indagini sulla morte di Marco Mandolini, ho avuto modo di parlare con un&#8217;agente dei servizi che ha operato per molti anni a stretto contatto con <strong>apparati d’intelligence americani</strong>, che mi ha rivelato che durante alcune operazioni segrete dell’esercito statunitense in Somalia, hanno più volte rinvenuto intere <strong>montagne di ca</strong><strong style="font-size: 1rem;">daveri</strong><span style="font-size: 1rem;"> posti uno sopra l’altro, con delle <strong>deformazioni</strong> difficilmente riconducibili a qualcosa di noto&#8221;. </span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 1rem;">Il riferimento è all’esposizione con materiale tossico, probabilmente radioattivo</span></p></blockquote>
<p>Per tornare dunque al tempismo della morte di Hassan &#8211; che abbiamo definito sospetto &#8211; gli elementi sono questi. Il lavoro di indagine su vicende variamente collegate tra loro, sembra aver innescato un <strong>effetto domino</strong> imprevedibile. E c’è da chiedersi se il somalo <span style="font-size: 1rem;">saltato<span style="font-size: 1rem;"> in aria non vada ad aggiungersi alla lunga lista di bocche chiuse per sempre a causa di un background di conoscenze comuni. Conoscenze legate ai rapporti tra Italia e Somalia tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta. Rapporti che vedono nel Paese africano un oscuro crocevia di interessi inconfessabili. <strong>Traffico di armi</strong> e di <strong>materiale radioattivo</strong> in primis.</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/criminalita/ilaria-alpi-unaltra-strana-morte-in-somalia-riapre-la-pista-italiana.html">Ilaria Alpi, un&#8217;altra strana morte in Somalia riapre la pista italiana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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