Ucraina 1991: il “discorso del pollo” di Bush e la sterzata delle relazioni Washington-Kiev
Alle origini del ri-orientamento Usa nei confronti dell'Ucraina in occasione dell'indipendenza dall'Unione Sovietica.
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La storia è di quelle degne di un film di spionaggio: siamo nel lontano 2006 (ma neanche troppo). George W. Bush fa lo sceriffo. E in quanto tale, quando non c’è da menare le mani (vedi Iraq o Afghanistan), c’è...
Come la strategia di Washington del pivot to Asia sta creando una rete di alleanze per affrontare la minaccia cinese
Gli "agenti di disturbo" sono sempre più frequenti nella corsa alla Casa Bianca e possono decidere l'esito delle elezioni
La vice presidente Kamala Harris non è ancora riuscita a ritagliarsi un ruolo definito alla Casa Bianca e adesso la presidenza Biden rischia
Dopo l’11 settembre sia l’americano medio che il colletto bianco riscoprirono l’identità patriottica nazionale. Sacrario di quella ferita e di quella rinascita, ciò che restava del World Trade Center, passato in pochi minuti da simbolo di New York a cimitero...
L'eredità atlantista del quattro volte presidente del Consiglio italiano, dai rapporti con Bush ai paragoni con Donald Trump
La storia delle armi chimiche in Iraq: dalla guerra con l'Iran (1980-1988) alla fine del regime di Saddam Hussein
Alle prime luci del mattino del 20 marzo 2003 le operazioni di shock and wave della “coalizione di volenterosi” guidata dagli Stati Uniti davano inizio alla Seconda guerra del Golfo. La veloce preparazione dell’attacco aveva dato modo al presidente George W. Bush di predire una guerra lampo, e il tempo gli diede in parte ragione. Appena tre settimane dopo, i militari americani facevano il loro ingresso nel palazzo presidenziale di Saddam Hussein. A meno di un mese e mezzo dall’inizio del conflitto, gli americani guardavano alla televisione il loro presidente sul ponte della portaerei USS Lincoln assicurare “mission accomplished”, missione compiuta. Non sapevano che ci sarebbero voluti altri otto lunghi e sanguinosi anni per lasciare l’Iraq, né che il conflitto scatenato da politiche sprovvedute e mal informate si sarebbe presto trasformato in un’insurrezione contro gli invasori e nel pantano di una guerra settaria che avrebbe dato vita allo Stato Islamico e causato innumerevoli danni economici e sociali.Ad un anno e mezzo dagli attacchi alle Torri Gemelle, l’obiettivo americano era il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, considerato un rischio non più tollerabile a causa del suo presunto arsenale di armi di distruzione di massa chimiche e biologiche e per i legami e la protezione fornita al terrorismo islamico. Lo sgretolamento dell’“asse del male” che schierava Iraq, Iran e Corea del Nord contro gli Stati Uniti doveva cominciare dal primo della lista. A smuovere il tentennamento della Nazioni Unite sull’autorizzazione alle operazioni militari ci pensò l’allora segretario di Stato Colin Powell, sventolando davanti al Consiglio di Sicurezza Onu quelle che dovevano essere le prove delle armi di distruzione di massa di cui Baghdad disponeva. Un anno più tardi un rapporto del Senato stesso ammetteva che gli elementi presentati da Powell erano ampiamente “ingigantiti, fuorvianti e sbagliati” e che gli ispettori mandati dal governo non avevano trovato riscontro di tali accuse.Inizialmente, le truppe britanniche e americane ebbero gioco facile contro il debole e disorganizzato esercito del Rais, ed entrarono con facilità a Baghdad. Le condizioni di sicurezza però si deteriorarono presto tra le decine di attentati e attacchi armati che si consumavano ogni giorno contro le forze d’occupazione. L’ambiente urbano ostile mise in particolare difficoltà la coalizione a Fallujah, dove ebbe luogo lo scontro più sanguinoso della campagna.
Sono passati 20 anni dall'invasione dell'Iraq da parte di Stati Uniti e Regno Unito. Ecco come andò quella guerra e cosa resta di quel conflitto
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