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	<title>Evgenij Prigožin Archives - InsideOver</title>
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	<title>Evgenij Prigožin Archives - InsideOver</title>
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		<title>Russia e Ucraina, più si avvicina il negoziato più la guerra si fa feroce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 23:52:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1300" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia e ucraina" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-1024x693.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-768x520.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-1536x1040.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-600x406.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nella storia delle guerre moderne, combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1300" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia e ucraina" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-1024x693.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-768x520.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-1536x1040.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-600x406.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A oltre quattro anni dall&#8217;inizio dell&#8217;invasione russa del febbraio 2022, <strong>il conflitto ucraino è ormai entrato nella sua terza trasformazione operativa. </strong>Dopo la fase iniziale caratterizzata dall&#8217;offensiva russa su più direttrici e dal tentativo di conquistare rapidamente Kiev per imporre un cambio di governo, è seguita la stagione delle controffensive ucraine, culminata con il recupero di importanti territori tra il 2022 e il 2023. Oggi prevale invece una lunga fase di logoramento, nella quale nessuno dei due contendenti appare in grado di conseguire una vittoria decisiva sul campo in maniera rapida.</p>



<p>La domanda cruciale non è tanto se la guerra continuerà, quanto <strong>quale funzione abbiano oggi le operazioni militari. </strong>Le forze ucraine cercano realmente di rompere lo stallo attraverso una serie di successi capaci di modificare radicalmente gli equilibri strategici? Oppure le offensive e gli attacchi in profondità costituiscono soprattutto strumenti per migliorare la propria posizione in vista di un futuro negoziato?</p>



<p>Le due ipotesi non si escludono. Nella storia delle guerre moderne, <strong>combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari.</strong> Clausewitz ricordava che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi; altrettanto vero è che la politica continua durante la guerra. I canali diplomatici raramente si interrompono completamente, anche nei conflitti più duri. Cambiano intensità, interlocutori e obiettivi, ma continuano a esistere.</p>



<p>Paradossalmente, <strong>quanto più si avvicina la prospettiva di un negoziato, tanto più la guerra tende a intensificarsi. </strong>Le parti cercano di strappare gli ultimi vantaggi militari utili a rafforzare la propria posizione negoziale, nella consapevolezza che il rapporto di forza sul campo condizionerà inevitabilmente il compromesso diplomatico. È spesso alla vigilia della pace che la guerra mostra il suo volto più feroce.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli effetti del conflitto oltre il fronte</h2>



<p>L&#8217;errore più frequente consiste nell&#8217;osservare la guerra esclusivamente attraverso il confronto tra Mosca e Kiev. In realtà <strong>il teatro ucraino è inserito in una rete di rapporti molto più ampia, </strong>nella quale ogni attore combatte anche per obiettivi differenti da quelli immediatamente militari. Gli interessi di Washington, delle principali capitali europee, della Turchia, della Cina, dell&#8217;Iran e delle monarchie del Golfo contribuiscono a definire il quadro strategico almeno quanto le decisioni prese al Cremlino o a Bankova.</p>



<p>Da questo punto di vista, la guerra ha rappresentato per gli Stati Uniti uno strumento utile per provare parzialmente a riaffermare la centralità della NATO e consolidare la propria leadership sugli alleati europei dopo anni di crescenti divergenze. All&#8217;interno di alcune interpretazioni geopolitiche, inoltre, il conflitto viene letto anche come <strong>un fattore che ha accelerato il distacco energetico tra Germania e Russia,</strong> riducendo una forma di interdipendenza considerata potenzialmente problematica per la coesione del blocco occidentale. Si tratta di una lettura discussa, ma che evidenzia come il conflitto abbia prodotto effetti ben oltre il fronte militare.</p>



<p>Ciò non significa che Washington persegua necessariamente una sconfitta totale della Federazione Russa. Al contrario, la linea seguita prima dall&#8217;amministrazione Biden e poi, pur con una retorica differente, dall&#8217;amministrazione Trump sembra mantenere una costante: <strong>sostenere l&#8217;Ucraina senza provocare un collasso dello Stato russo.</strong> Una destabilizzazione incontrollata della principale potenza nucleare del pianeta rappresenterebbe infatti un rischio difficilmente gestibile.</p>



<p>Allo stesso tempo, una Russia percepita come una minaccia continua a svolgere una funzione politica nei confronti dell&#8217;Europa orientale, contribuendo a mantenere <strong>la centralità della presenza americana sul continente</strong> e, più in generale, la leadership statunitense all&#8217;interno della NATO, anche nei confronti della Germania.</p>



<p>In questa chiave di lettura utile ricordare anche il tentativo di rivolta guidato da <strong>Evgenij Prigožin </strong>nel giugno 2023. In quei giorni Washington invitò gli alleati a non sfruttare la crisi interna russa e a evitare qualsiasi iniziativa che potesse essere interpretata come un coinvolgimento diretto negli eventi, segnalando come l&#8217;obiettivo non fosse favorire un collasso del potere statale russo.</p>



<p>Del resto, pur essendo stati rivali per gran parte dell&#8217;ultimo secolo, Stati Uniti e Russia hanno sempre evitato uno scontro militare diretto tra le rispettive forze armate. Anche durante le fasi di massima tensione della Guerra fredda, entrambe le potenze hanno privilegiato il confronto indiretto, nella consapevolezza che era utile per entrambe tenere la Germania divisa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Che cosa serve per un compromesso</h2>



<p>La Russia, inoltre, continua a non costituire da sola il principale competitore sistemico degli Stati Uniti. I limiti economici della Federazione ne riducono la capacità di sostenere una competizione globale di lungo periodo. <strong>Il vero confronto strutturale di Washington rimane quello con la Cina. </strong>Anche per questo motivo appare eccessivo interpretare l&#8217;attuale convergenza russo-cinese come un&#8217;alleanza priva di contraddizioni. La crescente penetrazione economica di Pechino nello spazio centroasiatico interessa infatti aree che Mosca considera tradizionalmente parte della propria sfera d&#8217;influenza, aprendo inevitabili elementi di competizione.</p>



<p>La prosecuzione della guerra dipenderà quindi anche dal modo in cui gli Stati Uniti ridefiniranno il proprio calcolo strategico. <strong>Se il conflitto continuerà a produrre benefici geopolitici superiori ai costi, Washington manterrà probabilmente il sostegno a Kiev. </strong>Se invece tali costi dovessero aumentare oppure l&#8217;attenzione americana dovesse concentrarsi prioritariamente sull&#8217;Indo-Pacifico, potrebbero rafforzarsi le pressioni per una soluzione negoziale.</p>



<p>Una simile soluzione, tuttavia, non dipenderebbe esclusivamente dalla volontà americana. Sarebbe necessario il formarsi di un equilibrio internazionale sufficientemente ampio da indurre tanto Mosca quanto Kiev ad accettare un compromesso. In altre parole, occorrerebbe una convergenza tra le principali potenze interessate affinché nessuna delle parti percepisca maggiori vantaggi nella prosecuzione della guerra.</p>



<p>Anche gli episodi apparentemente periferici confermano la natura sistemica del conflitto. I recenti segnali di riavvicinamento diplomatico tra Kiev e Teheran mostrano come <strong>persino due Paesi collocati su fronti opposti possano mantenere margini di dialogo quando ciò risponde ai rispettivi interessi. </strong>L&#8217;Iran occupa una posizione geografica decisiva: controlla uno spazio che collega il Golfo Persico al Mar Caspio, proiettandosi verso il Caucaso, l&#8217;Asia centrale, l&#8217;Afghanistan e il Pakistan. Si tratta di uno dei principali snodi energetici e geopolitici dell&#8217;Eurasia. Anche per questo motivo nessun attore internazionale può permettersi di ignorarne la stabilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La coesione interna</h2>



<p>La stessa guerra evidenzia inoltre come nessuna società impegnata in un conflitto di lunga durata rimanga perfettamente coesa. L&#8217;Ucraina continua a mostrare un elevato grado di mobilitazione nazionale, ma le tensioni legate alla leva, alla gestione dei coscritti e alla distribuzione dei sacrifici stanno assumendo un peso crescente nel dibattito interno. Le recenti modifiche ai vertici politici e militari riflettono anche queste difficoltà. Fenomeni analoghi interessano la Russia, dove le modalità di reclutamento mettono in luce profonde differenze territoriali e sociali. In entrambi i casi, tuttavia, <strong>tali contraddizioni non sembrano ancora mettere in discussione la prosecuzione dello sforzo bellico.</strong></p>



<p>Anche l&#8217;evoluzione delle operazioni militari appare coerente con questa logica. Gli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche, impianti industriali e nodi logistici della Federazione Russa non puntano soltanto a ridurre le capacità materiali dell&#8217;avversario. Essi cercano anche di aumentare il costo economico della guerra, coinvolgendo <strong>segmenti della società russa finora relativamente protetti dagli effetti diretti del conflitto. </strong>Colpire interessi economici, filiere produttive e gruppi imprenditoriali significa introdurre nuove variabili nella formazione del consenso interno, esercitando pressioni differenti rispetto a quelle derivanti dalle perdite sul campo.</p>



<p>Da parte russa permane invece l&#8217;obiettivo di logorare progressivamente la capacità militare, economica e demografica dell&#8217;Ucraina, mantenendo l&#8217;iniziativa strategica senza assumere rischi tali da compromettere la stabilità interna della Federazione.</p>



<p>La guerra resta dunque sospesa tra due logiche. Da un lato il tentativo di modificare gli equilibri sul terreno; dall&#8217;altro la costruzione delle condizioni politiche per una futura trattativa. È probabile che nessuna delle due dimensioni prevalga completamente sull&#8217;altra. <strong>Ogni offensiva, ogni attacco in profondità, ogni negoziato riservato rappresentano tasselli di un medesimo processo.</strong></p>



<p>La Russia, inoltre, non sembra intenzionata a concentrare tutte le proprie risorse militari sul fronte ucraino. Mosca deve infatti tenere conto della possibilità, per quanto non ritenuta imminente, che possano aprirsi nuove aree di crisi o ulteriori fronti di confronto. Per questa ragione è costretta a preservare una quota significativa delle proprie capacità militari come riserva strategica, evitando di impegnare integralmente uomini e mezzi nel teatro ucraino. La gestione del conflitto, dunque, risponde non solo alle esigenze operative del fronte, ma anche alla necessità di mantenere margini di flessibilità rispetto a possibili sviluppi del quadro internazionale.</p>
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		<title>Più controlli e più divieti: il Cremlino blindato e la paura che arriva dall’interno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 11:48:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1252" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/putin.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/putin.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/putin-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/putin-1024x668.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/putin-768x501.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/putin-1536x1002.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/putin-600x391.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Putin chiede protezione rafforzata e partono voci di golpe. Il quadro di un potere ancora forte, ma meno sicuro di sé.</p>
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<p>La notizia non è soltanto che <strong>Vladimir Putin</strong> avrebbe rafforzato in modo drastico la propria sicurezza personale. La notizia vera è che il potere russo, dopo quattro anni di guerra in Ucraina, sembra cominciare a temere non solo il nemico esterno, ma anche le crepe interne del proprio sistema. Secondo un rapporto di un servizio d’intelligence europeo ottenuto dalla Cnn, il Cremlino avrebbe introdotto nuove misure di protezione intorno al presidente russo: <strong>controlli doppi per chi deve incontrarlo, limitazioni agli spostamenti dei collaboratori più vicini, divieto per cuochi, fotografi e guardie del corpo di usare i mezzi pubblici,</strong> telefoni senza accesso a Internet per chi lavora a stretto contatto con lui, sistemi di sorveglianza installati perfino nelle abitazioni di alcuni membri dello staff.</p>



<p>Sono dettagli che, presi uno per uno, potrebbero sembrare parte della normale paranoia di ogni potere accerchiato. Ma messi insieme raccontano altro: un clima di sospetto, un senso di vulnerabilità, una paura crescente che la guerra non resti confinata al fronte ucraino ma entri nel cuore del sistema russo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Droni, attentati e vertici militari sotto pressione</h2>



<p>Il punto di svolta sarebbe arrivato dopo una serie di eliminazioni mirate di figure militari russe, in particolare dopo l’uccisione a Mosca, nel dicembre 2025, d<strong>el generale Fanil Sarvarov, attribuita con ogni probabilità ad agenti ucraini.</strong> L’episodio avrebbe provocato una riunione durissima ai vertici dello Stato russo, con il capo di Stato maggiore Valerij Gerasimov pronto ad accusare i servizi di sicurezza di non aver protetto adeguatamente gli ufficiali più esposti.</p>



<p>Il capo del servizio federale di sicurezza, <strong>Aleksandr Bortnikov,</strong> avrebbe risposto lamentando carenze di uomini e risorse. Una scena rara, se confermata: non il monolite russo che spesso viene rappresentato dall’esterno, ma una macchina di potere attraversata da tensioni, recriminazioni e accuse reciproche.</p>



<p>Da quel momento, la protezione del Servizio federale di protezione sarebbe stata estesa ad altri dieci alti comandanti. In parallelo, sarebbero state rafforzate anche le misure intorno a Putin. Il presidente avrebbe ridotto drasticamente i luoghi frequentati abitualmente, evitando residenze tradizionali come quelle nella regione di Mosca o a Valdaj. Avrebbe inoltre limitato visite a installazioni militari e trascorso lunghi periodi in strutture protette, comprese basi sotterranee rinnovate nella regione di Krasnodar, vicino al Mar Nero.</p>



<p>Il dato strategico è evidente: la minaccia dei droni ucraini, ormai capaci di colpire in profondità nel territorio russo, ha cambiato la grammatica della sicurezza. Non esiste più soltanto il fronte. Esiste una retrovia vulnerabile. <strong>E quando la retrovia coincide con Mosca, il messaggio politico diventa pesante.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il fantasma del colpo di Stato</h2>



<p>L’elemento più delicato del rapporto riguarda <strong>Sergej Shoigu</strong>, ex ministro della Difesa e oggi segretario del Consiglio di sicurezza. Per anni uomo vicinissimo a Putin, Shoigu viene indicato come figura associata al rischio di un possibile colpo di mano, perché conserverebbe influenza significativa nell’alto comando militare.</p>



<p>Il rapporto collega questa tensione anche all’arresto, il 5 marzo 2026, di <strong>Ruslan Tsalikov,</strong> ex vice di Shoigu e suo stretto collaboratore, accusato di appropriazione indebita, riciclaggio e corruzione. In Russia le inchieste per corruzione ai vertici militari non sono una novità. Ma quando colpiscono uomini collegati a una figura di primo piano come Shoigu assumono un significato politico: non sono più soltanto procedimenti giudiziari, diventano strumenti di riequilibrio interno.</p>



<p>Qui serve cautela. Il rapporto non offre prove definitive contro Shoigu e la sua diffusione potrebbe avere anche una funzione di guerra psicologica: alimentare diffidenze, sospetti e divisioni dentro il Cremlino. Tuttavia il fatto stesso che un servizio europeo ritenga utile far emergere queste informazioni indica quanto la stabilità interna russa sia oggi considerata un terreno decisivo della guerra.</p>



<p>Dopo la marcia fallita di <strong>Evgenij Prigožin </strong>su Mosca nel giugno 2023, nessuno può più fingere che il sistema putiniano sia immune da fratture. Quella crisi fu superata, ma mostrò una verità semplice: il potere russo può apparire granitico finché nessuno lo sfida apertamente. Quando qualcuno lo fa, la reazione può essere rapida, ma la ferita resta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La guerra che pesa sull’economia e sulla società urbana</h2>



<p>La pressione militare si somma a quella economica. <strong>Le stime occidentali parlano di circa trentamila tra morti e feriti russi al mese, a fronte di guadagni territoriali limitati.</strong> Anche se le cifre vanno sempre lette con prudenza, il quadro resta pesante: la guerra consuma uomini, mezzi, bilancio pubblico e stabilità sociale.</p>



<p>Per lungo tempo il Cremlino è riuscito a mantenere la popolazione urbana, soprattutto i ceti medi delle grandi città, relativamente distante dagli effetti diretti del conflitto. Ma questa separazione si sta incrinando. Gli attacchi con droni, i disagi nelle comunicazioni, le interruzioni dei dati mobili nelle grandi città e l’aumento dei costi economici rendono la guerra meno astratta anche per quella borghesia patriottica o rassegnata che finora aveva preferito non vedere.</p>



<p><strong>Lo Stato russo ha retto grazie a tre pilastri: controllo politico, spesa militare e adattamento economico alle sanzioni. </strong>Ma più la guerra si prolunga, più questi pilastri diventano costosi. La militarizzazione sostiene alcuni settori industriali, ma drena risorse civili. Le sanzioni non hanno distrutto l’economia russa, ma l’hanno resa più dipendente da canali alternativi, dalla Cina, dall’Asia centrale, da reti finanziarie opache e da un crescente intervento statale.</p>



<p>Lo scenario geoeconomico è dunque quello di una Russia che sopravvive, ma al prezzo di un irrigidimento strutturale. Meno flessibilità, meno investimenti produttivi civili, più dipendenza dal complesso militare-industriale. Una potenza che non crolla, ma si restringe intorno alla guerra.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La parata ridotta e il messaggio al mondo</h2>



<p>Anche la decisione di ridimensionare la parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa, senza mezzi pesanti come carri armati e missili, ha valore simbolico. Ufficialmente si tratta di una misura di sicurezza legata alla minaccia terroristica e agli attacchi a lungo raggio ucraini. <strong>Ma sul piano politico comunica altro: persino il rito più solenne della potenza russa deve adattarsi alla vulnerabilità.</strong></p>



<p>La parata della vittoria, da sempre strumento di legittimazione storica e militare, diventa più sobria perché la guerra reale impone prudenza alla rappresentazione della forza. È un paradosso: Mosca continua a presentarsi come potenza assediata ma invincibile, mentre deve proteggere il proprio centro politico da una minaccia che non riesce più a confinare lontano.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Valutazione militare e geopolitica</h2>



<p>Dal punto di vista militare, il dato centrale è la trasformazione della guerra in un conflitto di profondità. L’Ucraina non può competere con la Russia sul piano quantitativo classico, ma cerca di colpire comando, logistica, simboli, industria e psicologia del nemico. <strong>I droni diventano l’arma della compensazione strategica: costano relativamente poco, obbligano Mosca a spendere molto in difesa, </strong>creano incertezza e rendono insicuro ciò che prima era considerato intoccabile.</p>



<p>Dal punto di vista geopolitico, il rapporto europeo si inserisce in una partita più ampia. <strong>L’Europa, mentre teme il disimpegno americano e l’usura ucraina, ha interesse a mostrare che anche la Russia è vulnerabile, stanca, divisa. </strong>È una forma di pressione narrativa e strategica: se il Cremlino vuole convincere l’Occidente che il tempo lavora per Mosca, le intelligence europee provano a suggerire il contrario, cioè che il tempo potrebbe logorare anche Putin.</p>



<p>Ma attendere il collasso interno russo non è una strategia sufficiente. Può essere una speranza, non un piano. La Russia ha già dimostrato una notevole capacità di assorbire perdite, repressione, isolamento e crisi economiche. Il problema, per Mosca, è che questa capacità non è gratuita. Ogni mese di guerra aumenta il prezzo interno del controllo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il potere quando comincia a guardarsi alle spalle</h2>



<p>Il quadro che emerge non è quello di un Cremlino prossimo al crollo. Sarebbe una conclusione affrettata. È piuttosto quello di un potere ancora forte, ma meno sicuro di sé; ancora repressivo, ma più guardingo; ancora capace di comandare, ma costretto a sorvegliare anche i propri uomini. In politica, la paura non è mai solo un sentimento. È un indicatore. <strong>Quando un regime moltiplica i controlli intorno al capo,</strong> restringe i suoi movimenti, limita l’accesso dei collaboratori, teme fughe di notizie e sospetta complotti dall’interno, significa che la guerra è entrata nella stanza del potere.</p>



<p>Putin resta al centro del sistema russo. Ma proprio per questo ogni segnale di vulnerabilità intorno a lui diventa una questione strategica. La Russia può continuare a combattere. Può continuare a colpire. Può continuare a reggere. Ma il prezzo della guerra non si misura soltanto in chilometri conquistati o persi nel Donbass. Si misura anche nel silenzio dei corridoi del Cremlino, nelle accuse tra apparati, nei telefoni senza Internet, nelle residenze abbandonate, nei bunker riaperti. E soprattutto in una domanda che nessun potere autoritario può permettersi di pronunciare ad alta voce: il nemico più pericoloso è ancora fuori dai confini, o comincia a muoversi dentro il palazzo?</p>
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