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	<title>Bashar al Assad Archives - InsideOver</title>
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	<title>Bashar al Assad Archives - InsideOver</title>
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		<title>La Siria post-Assad è nel caos e ora ritorna anche l&#8217;Isis</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/la-siria-post-assad-e-nel-caos-e-ora-ritorna-anche-lisis.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Oct 2025 01:36:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="siria" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p> Lo Stato islamico cerca di rinascere con nuove tattiche nelle zone cruciali per le infrastrutture energetiche della Siria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/la-siria-post-assad-e-nel-caos-e-ora-ritorna-anche-lisis.html">La Siria post-Assad è nel caos e ora ritorna anche l&#8217;Isis</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="siria" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/siria-1-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Quando il potere si ritira, qualcun altro si affaccia alla porta. È una regola costante nella geopolitica e in Siria si sta ripetendo con inquietante precisione. La riduzione della presenza militare americana e la<a href="https://it.insideover.com/politica/siria-al-jolani-azzera-il-paese-e-si-proclama-presidente.html"> caduta del governo di Bashar al-Assad, avvenuta a dicembre 2024</a>, hanno creato <strong>un vuoto di potere che lo Stato Islamico si sta affrettando a colmare.</strong> Quello che era stato presentato come un colosso in frantumi dopo la sconfitta a Raqqa nel 2017, oggi torna a mostrare i muscoli: non con la grandeur del passato, ma con la pericolosa astuzia di chi ha imparato a sopravvivere nella clandestinità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ombra lunga del ritiro americano</h2>



<p>Dal ritiro di circa 500 soldati statunitensi, iniziato nell’aprile 2025, la situazione è precipitata rapidamente. Washington aveva ancora 2.000 uomini sul terreno, un dispositivo che garantiva la sorveglianza dei corridoi strategici nella Siria nordorientale. <strong>Cedendo basi e responsabilità alle Syrian Democratic Forces (SDF)</strong>, si è aperto uno spazio operativo che i militanti jihadisti hanno immediatamente sfruttato. In assenza di un deterrente credibile, cellule armate leggere, mobili e decentralizzate hanno ripreso a colpire pattuglie e convogli, scegliendo bersagli facili e sfruttando l’effetto sorpresa.</p>



<p><strong>Il ritorno dell’ISIS non è avvenuto attraverso battaglie campali</strong>, ma con imboscate e attacchi mirati. La tattica è semplice e letale: piccoli gruppi su motociclette, abiti civili, fuoco improvviso. A ottobre 2025 sono stati 117 gli attacchi solo nel nord-est siriano, più dell’intero 2024. È la dimostrazione che un movimento anche numericamente limitato, ma radicato nel territorio e privo di vincoli logistici pesanti, può destabilizzare vaste aree con costi minimi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Deir ez-Zor, il cuore di una nuova insorgenza</h2>



<p>L’epicentro di questa rinascita è ancora una volta la provincia di Deir ez-Zor. Già roccaforte jihadista negli anni post-Raqqa, <strong>oggi ospita circa 3.000 combattenti, secondo stime diffuse da al-Naba,</strong> la pubblicazione settimanale dell’organizzazione. Gli attacchi si concentrano lungo le vie di comunicazione e contro le strutture delle SDF: 29 operazioni in due mesi soltanto nella provincia, 5 a Raqqa e 4 ad al-Hasakah. Una geografia precisa che riflette il disegno strategico del gruppo: <strong>minare la capacità delle forze curde di controllare il territorio</strong> e, contemporaneamente, seminare terrore tra la popolazione civile.</p>



<p>L’arresto, il 23 ottobre, di <strong>Ahmed Khalaf al-Hussein</strong>, dirigente specializzato nella costruzione di autobombe, segnala due aspetti: da un lato l’efficacia dei raid mirati della coalizione internazionale, dall’altro la capacità dell’ISIS di mantenere una struttura logistica autonoma, con filiere per reperire materiali e assemblare ordigni. È il segno che l’organizzazione non è un’ombra dispersa, ma una rete flessibile e resiliente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il collasso di Damasco e il fattore curdo</h2>



<p>La caduta del regime di Assad ha accelerato un processo già in corso: il disfacimento dell’autorità centrale. Senza un potere statale che controlli i confini e le infrastrutture strategiche, <strong>la Siria si è trasformata in un mosaico di zone grigie</strong>, controllate da milizie, forze curde e gruppi armati. Le SDF, benché sostenute dalla United States Central Command, non hanno la massa critica né la legittimità politica per governare stabilmente ampie aree arabe. Questo crea una frattura tra potere di fatto e consenso reale: un terreno ideale per la penetrazione jihadista.</p>



<p>Sul piano strategico, <strong>Washington ha voluto ridurre i costi militari e politici di un impegno diretto in Siria</strong>, ma così facendo ha consegnato ai jihadisti un margine di manovra che in passato era stato faticosamente eroso. Per molti attori regionali — in primis la Türkiye e l’Islamic Revolutionary Guard Corps iraniano — il vuoto aperto dal crollo di Damasco e dalla ritirata americana rappresenta un’occasione per rafforzare la propria influenza. La Siria rischia di diventare nuovamente un campo di battaglia tra potenze regionali e gruppi armati transnazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Geoeconomia di un conflitto senza fine</h2>



<p>La rinascita dell’ISIS ha anche un riflesso economico. <strong>Le aree oggi più colpite corrispondono a regioni chiave per le infrastrutture energetiche siriane</strong> — in particolare pozzi di gas e petrolio di Deir ez-Zor — che diventano strumenti di finanziamento per gruppi armati attraverso contrabbando e tassazione illegale. La frammentazione territoriale aumenta i costi di sicurezza per qualunque attore economico voglia operare nell’area e scoraggia ogni ricostruzione. Inoltre, la <strong>riemersione jihadista alimenta indirettamente i flussi di profughi e migranti</strong>, con ripercussioni sui Paesi confinanti e sull’Europa.</p>



<p>La stabilità della Siria non è più solo una questione militare: è diventata un nodo strategico delle catene energetiche e logistiche regionali. In assenza di un attore forte che controlli il territorio, l’ISIS può garantirsi flussi di denaro attraverso estorsioni, sequestri, tassazioni parallele e traffici clandestini.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Uno scenario di instabilità prolungata</h2>



<p>Non è la prima volta che l’ISIS risorge dalle proprie macerie. La sua forza non risiede nella capacità di conquistare territori, <strong>ma nella sua natura reticolare</strong>, capace di mutare forma e di adattarsi ai contesti di fragilità politica. L’attuale rinascita jihadista non significa la ricostituzione del califfato territoriale del 2014, ma la creazione di una <strong>“zona di instabilità persistente”</strong>, difficile da estirpare e facile da sfruttare.</p>



<p>Gli Stati Uniti, oggi meno presenti, e gli attori locali come le SDF si trovano a fronteggiare un nemico che non si mostra ma colpisce, non dichiara ma mina le fondamenta di qualunque autorità. La caduta di Assad ha aperto una stagione incerta, in cui la Siria potrebbe diventare ancora una volta un laboratorio di guerre per procura.</p>
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		<title>La delusione di Zelensky: anche lui nella lista dei sedotti e abbandonati dagli Usa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-delusione-di-zelensky-anche-lui-nella-lista-dei-sedotti-e-abbandonati-dagli-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Feb 2025 17:42:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1270" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Zelensky" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-600x397.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-1024x677.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-768x508.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-1536x1016.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>E quindi anche Donald Trump, almeno stando alle convinzione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, &#8220;vive in una bolla di disinformazione russa&#8221;. Il che aumenta la quota della popolazione mondiale che si fa fregare dalla propaganda del Cremlino: Trump è l&#8217;ultimo arrivato in un gruppo che comprende tutti gli americani che lo elessero nel 2016 (gli &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-delusione-di-zelensky-anche-lui-nella-lista-dei-sedotti-e-abbandonati-dagli-usa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1270" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Zelensky" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-600x397.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-1024x677.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-768x508.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/02/zelensky-1536x1016.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>E quindi anche Donald Trump, almeno stando alle convinzione del presidente ucraino <strong>Volodymyr Zelensky</strong>, &#8220;vive in una bolla di disinformazione russa&#8221;. Il che aumenta la quota della popolazione mondiale che si fa fregare dalla propaganda del Cremlino: Trump è l&#8217;ultimo arrivato in un gruppo che comprende tutti gli americani che lo elessero nel 2016 (gli hacker russi, giusto?), tutti gli europei che in un modo o nell&#8217;altro avrebbero preferito la pace, tutti quelli che dubitavano della vittoria finale ucraina. Insomma, tutti quelli che non erano gli illuminati analisti delle nostre Tv e dei giornali, i seguaci di Biden, il Parlamento europeo e Carlo Calenda.</p>



<p>L&#8217;uscita di Zelensky, però, si spiega in un altro modo, quello vero, sintetizzabile in due parole: disillusione e disperazione. A differenza del santino che da tre anni i media occidentali hanno cercato di imporre, Zelensky non è senza macchia né senza paura. <strong>Non è un cavaliere immacolato, non è un uomo semplice arrivato alla politica per caso</strong>, non ha avuto una vita priva di scandali e compromissioni e non gestisce il potere in un modo che si possa definire pienamente democratico. Posso dirlo, avendolo studiato per anni e avendogli da poco dedicato un libro (&#8220;Zelens&#8217;kyj, l&#8217;uomo e la maschera&#8221;, Meltemi) pieno di fatti difficilmente contestabili.</p>



<p>Però, al punto in cui stanno le cose, mi ritrovo solidale con lui. È chiaro ed evidente che Trump ha deciso di liquidarlo. Le ultime dichiarazioni, quelle in cui il presidente Usa gli attribuisce la responsabilità della guerra e gli attribuisce un consenso in patria del 4%, più le esternazioni social in cui Trump lo definisce &#8220;un dittatore senza elezioni&#8221; e lo accusa di essere più interessato alla &#8220;miniera d&#8217;oro&#8221; degli aiuti che alla pace per il suo Paese, parlano chiaro in proposito.  Ne è nata una discussione accanita: quasi tutti hanno sostenuto che quel 4% non risponde a verità, citando un fresco sondaggio del <strong>Kyiv International Institute of Sociology (KIIS)</strong>, che registra invece <strong>un 57% di fiducia in Zelensky</strong> (il 37% invece non si fida più).       </p>



<h2 class="wp-block-heading">Le prospettive di Trump</h2>



<p>Si potrebbe discutere se la fiducia in Zelensky adesso, con la trattativa tra Usa e Russia che desta tante perplessità (eufemismo) tra gli ucraini, corrisponda alla volontà di riaverlo alla presidenza quando eventualmente si andrà a votare con un cessate il fuoco alle spalle. Ma non è questo il punto. Ciò che conta è che Trump manifesta <strong>l&#8217;evidente desiderio di sbarazzarsi di Zelensky</strong>, ormai considerato solo un impiccio rispetto alle prospettive di un accordo sistemico con la Russia e, forse, di una triangolazione comprendente la Cina. </p>



<p>È brutto? No, è orrendo. Zelensky, e con lui tutti gli ucraini, da tre anni combattono una guerra che li ha investiti a causa dell&#8217;attacco portato dalla Russia nel 2022 ma che ha radici lontane e complesse. Nell&#8217;espansionismo verso Est della Nato, che pure ben sapeva che due &#8220;confini&#8221; la Russia considerava invalicabili dall&#8217;Alleanza Atlantica: <strong>la Georgia e appunto l&#8217;Ucraina</strong>. Nell&#8217;Euromaidan sfruttato dagli Usa e dalla Ue non come espressione dell&#8217;europeismo degli ucraini (che infatti nella Ue non sono stati ancora accolti) ma come testa d&#8217;ariete contro la Russia, presentando le proteste come una sola gigantesca rivoluzione (mentre l&#8217;Ucraina in proposito era profondamente divisa) e, gli Usa, usando le destre radicali per portare i propri uomini al potere (ricordate Victoria Nuland e l&#8217;ambasciatore Usa a Kiev che discutono di chi debba essere il nuovo primo ministro), nonostante che tra l&#8217;impresentabile presidente <strong>Viktor Yanukovich</strong> e i rappresentanti della protesta fosse stato trovato un accordo che accoglieva tutte le richieste della piazza. Nei lunghi anni della crisi del Donbass, in cui Francia e Germania avrebbero dovuto fare da garanti della presenza pacificatrice della Ue. Putin ha tante colpe ma qualche responsabilità ce la vorremo pur prendere, o no?</p>



<p>Quindi in un certo senso è vero quanto diciamo da anni: Zelensky e gli ucraini hanno combattuto &#8220;per noi&#8221;. E soprattutto, dall&#8217;attentato contro il gasdotto Nord Stream a tanti altri episodi, hanno combattuto per gli Usa. E adesso, è il lamento collettivo, gli Usa li mollano, gettano a mare Zelensky e pure in malo modo. </p>



<p>Zelensky lo si può capire. Ancor più di lui gli ucraini che soffrono e muoiono ogni giorni da tre anni. Ma gli altri? Davvero fanno finta di essere sorpresi? Davvero scoprono oggi che e potenze non hanno ideali ma solo interessi?</p>



<h2 class="wp-block-heading">La lista dei leader abbandonati</h2>



<p>Un esempio recente: la Russia e <strong>Bashar al Assad</strong>. Dal 2015, per anni, i russi hanno appoggiato il Presidente siriano, salvandogli lo scranno e forse anche la vita. Ma l&#8217;altroieri, quando ha capito il gioco della Turchia e dei Paesi arabi, di cui ha bisogno, Vladimir Putin non ha più alzato un dito per salvarlo. Giusto lo ha accolto a Mosca, forse in un appartamento accanto a quello dell&#8217;ex presidente ucraino Yanukovich.</p>



<p>Ma vogliamo un piccolo, incompleto elenco di altri leader sedotti e abbandonati dagli Usa? <strong>Saddam Hussein</strong>: alleato prezioso quando si trattava di fargli combattere l&#8217;Iran di Khomeini, tiranno insopportabile nel 2003 con la presidenza neocon di George Bush. Il generale Gheddafi? Sdoganato nelle capitali europee e subito dopo, nel 2011, abbattuto dalla Nato a guida Usa (e 150 miliardi di fondi libici intascati dalle loro banche). Afghanistan: il presidente <strong>Ashraf Ghani</strong>, già insegnante a Berkeley e alla Johns Hopkins, master a Harvard, costretto a scappare come un ladro nel 2021, quando gli Usa decidono di lasciare il Paese ai talebani 2.0. Georgia 2008: il presidente <strong>Mikheil Saakashvili</strong> vuole entrare nella Nato e ravviva il contrasto con Mosca. George Bush lo incita, siamo con te. Poi i carri armati russi arrivano a venti chilometri da Tbilisi e di Bush non c&#8217;è più traccia. Altro scenario, Panama: <strong>Manuel Noriega</strong>, il militare che di fatto prende il potere nel 1983. viene sempre supportato dalla Cia, che da lui ottiene l&#8217;installazione di posti d&#8217;ascolto e spionaggio a dispetto del Trattato del canale, il rifugio offerto allo Shhh di Persia e tanti altri favoriti simili. Poi, di colpo, nel1987, gli Usa scoprono che Noriega traffica droga, e sappiamo come finì: invasione delle truppe americane e giuramento del nuovo presidente Guillermo Endara Galimany in una base militare Usa.</p>



<p>Ecco, la sensazione è che, purtroppo, anche Zelensky stia per trovar posto in questa lista. D&#8217;altra parte questo è il rischio che corrono tutti i leader e tutti i Paesi che, per necessità, devono abbracciare troppo strettamente gli Usa o una potenza di quel rango. O quelli che lo fanno per scelta, come la Ue.</p>
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