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		<title>Vigilanza Rai, quel pasticciaccio brutto delle dimissioni di massa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessio Mannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 08:49:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>A un anno dalle elezioni, le forze politiche usano anche l’organismo di controllo su Viale Mazzini per il proprio tornaconto.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/vigilanza-rai-quel-pasticciaccio-brutto-delle-dimissioni-di-massa.html">Vigilanza Rai, quel pasticciaccio brutto delle dimissioni di massa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Dal lontano 1975, anno della sua istituzione, non era mai accaduto che l’intera Commissione di Vigilanza sulla Rai <strong>si dimettesse in blocco.</strong> È successo il 2 luglio scorso, giorno in cui i parlamentari delle opposizioni, in testa la presidente dell’organo bicamerale <strong>Barbara Floridia </strong>(M5S), hanno deciso di lasciare, seguiti a ruota dai colleghi della maggioranza di centrodestra. Una figuraccia? Solo per chi dovesse ancora ostinarsi a pensare che la politica romana, quando si mette in bocca la retorica della <strong>“sacralità delle istituzioni”</strong>, creda sul serio a quel che dice. Ai partiti, tutti senza eccezione, preme molto di più, quando si tratta dell’azienda radiotelevisiva di Stato, presidiare i propri <strong>interessi di bottega.</strong> Poiché la Rai è ancora e sempre considerata bottino di spartizione di quella che una volta si chiamava <strong>partitocrazia</strong>. E la tempistica del fattaccio lo conferma: <strong>a un anno dalle elezioni,</strong> le forze politiche usano anche l’organismo di controllo su Viale Mazzini per il proprio tornaconto. Così va il mondo, a Palazzo. Cioè male, malissimo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lega contro Fdi e Forza Italia</h2>



<p>L’uno-due di dimissioni in massa è avvenuto in poche ore, ma è figlio di uno stallo che dura da un anno e mezzo. È dal 26 settembre 2024 che la tv pubblica è <strong>senza presidente. </strong>Chi la presiedeva, ovvero <strong>Roberto Sergio</strong>, è poi passato alla direzione generale, e nel frattempo il centrodestra non è riuscito a strappare il sì di conferma della Commissione a <strong>Simona Agnes</strong>, candidata prescelta dal ministro dell’economia <strong>Giancarlo Giorgetti</strong> (Lega) e promossa da <strong>Maurizio Gasparri </strong>(Forza Italia). Su nomine come la presidenza, infatti, in Vigilanza non è sufficiente la maggioranza semplice: serve quella qualificata. E il centrodestra non ha l’una e nemmeno l’altra, perché in realtà, sulla Rai, è già diviso internamente di suo. Se poi si aggiungono, sempre su questo fronte, le divisioni che hanno finora lacerato anche il <strong>centrosinistra</strong>, si spiega come mai si è giunti alla <em>debacle</em> finale. La coalizione di governo vede infatti la Lega aver proposto una riforma della Rai completamente differente da quella elaborata dalla Meloni: <strong>basta nomine governative, </strong>il CdA diventerebbe espressione di Camera, Senato, Conferenza Stato-Regioni, Anci e dipendenti aziendali, e via la figura dell’amministratore delegato (oggi occupata da <strong>Giampaolo Rossi</strong>, in quota Fratelli d’Italia).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Carroccio diviso</h2>



<p>Ma giusto per capirci, perfino lo stesso Giorgetti, che è leghista, non vuole saperne di rinunciare al potere ministeriale di mettere la firma sui vertici Rai. E, bisogna dire, anche per ragioni tecniche: alla <strong>Corte di Giustizia Ue</strong> pende un ricorso (non italiano) sul conflitto fra il principio d’indipendenza sul servizio pubblico dettato dall’<strong>Emfa, la nuova normativa europea</strong>, e il diritto dell’azionista di partecipare al governo dei media statali. Tecnicalità a parte, la rivalità che arde sotto la cenere, nel centrodestra, è esplosa di recente, allorché Sergio, almeno stando a un retroscena di<em>Repubblica</em>, sarebbe arrivato allo scontro, condito da <strong>parole grosse, </strong>contro il presidente facente funzioni, il consigliere d’amministrazione <strong>Antonio Marano</strong>. Il bello è che i due sono ritenuti entrambi vicini, pure loro, alla Lega. Ricapitolando: la Lega ha cercato fin qui di contrastare il più possibile lo strapotere del blocco Fratelli d’Italia-Forza Italia, sfruttando un peso politico che fra l’altro, dall’anno prossimo, causa <strong>Vannacci in ascesa, </strong>presumibilmente non avrà più.  Ma è a sua volta alle prese con un Marano considerato un po’ troppo autonomo e con un Giorgetti allineato più con i soci meloniani e berlusconiani che non con il proprio partito.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Aventino a orologeria</h2>



<p>Ad aggravare un quadro da <strong>guerra di tutti contro tutti</strong> è poi, si diceva, il centrosinistra, che fino a poco tempo era, anche qua, spaccato: da una parte il Pd, che si era addirittura ritirato dal consiglio d’amministrazione su una specie di Aventino contro <strong>“TeleMeloni”,</strong> in questo modo auto-escludendosi dalla distribuzione dei nomi nei palinsesti (di qui la progressiva colonizzazione di destra di Rai 3, rete storicamente di sinistra); dall’altra il <strong>Movimento 5 Stelle e Avs,</strong> che per tutta la prima parte della legislatura, a dispetto delle pubbliche dichiarazioni, si erano mostrati più disponibili, ottenendone in cambio due posti in cda, tuttavia senza cavarne granché nella programmazione. Soltanto adesso, con l’approssimarsi del periodo pre-elettorale, le opposizioni (compresi i renziani di Italia Viva) hanno ritrovato unità, decidendo di <strong>aventinizzarsi tutti quanti </strong>nell&#8217;abbandonare la Vigilanza al suo destino. E non è parso vero, agli “avversari” di centrodestra, approfittare della mossa, pur di <strong>congelare la situazione </strong>impantanasi fra i veti incrociati, e così rimandare ogni decisione al 2027.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Palinsesto elettorale</h2>



<p>E perché l’auto-affondamento si è verificato il 2 luglio? Perché il giorno successivo la Rai presentava, <strong>guarda caso</strong>, i programmi della <strong>prossima stagione</strong>, politicamente delicatissima poiché coincidente in pieno con la campagna elettorale. Il “campo largo”, o come si chiamerà, potrà affermare con gran squilli di trombe e fanfare che la Rai è totalmente occupata dal governo e loro ne sono le vittime (vedasi il taglio di quattro puntate a <em>Report </em>di <strong>Sigfrido Ranucci</strong>). E il governo potrà sostenere che è stato il centrosinistra a dare il primo calcio dell’asino alla Commissione, addossandogli la colpa della <strong>mancata riforma della Rai</strong>. Nel frattempo, però, è stato confermato un flop come <em>Filorosso</em> di <strong>Antonino Monteleone</strong>, che assieme alla striscia quotidiana del direttore del <em>Giornale</em>, <strong>Tommaso Cerno</strong>, e all’inamovibile Bruno Vespa, rappresenta la punta di diamante della linea editoriale by Meloni. A leccarsi le ferite è la Lega, che tanto ha fatto e tanto ha detto, e oggi si ritrova con un volto amico in meno a “mamma Rai”, dopo il passaggio a Mediaset di <strong>Milo Infante,</strong> star delle trasmissioni di cronaca e vicedirettore degli Approfondimenti. Scelta fatta, ha detto lui stesso, “non per soldi”. Ogni riferimento ai rapporti aziendali interni è, con tutta evidenza, puramente voluto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Mattarella ignorato</h2>



<p>A gennaio, il presidente della Repubblica <strong>Sergio Mattarella</strong> aveva definito «inaccettabile» la paralisi della Commissione Vigilanza. Ma neanche il Capo dello Stato, sommo faro dell’ipocrisia trasversale, si sono filati di striscio. Quanto a noi, spettatori paganti canone, prepariamoci già al non appassionante <strong>toto-nomi sulla Rai post-elezioni c</strong>he i retroscenisti sforneranno a spron battuto mano a mano che le fatidiche urne si avvicineranno. È l’unica vera preoccupazione dei nostri politici, che non appena ne sentono l’odore e, in questo caso, non sanno più come uscire da un<em>impasse</em>, arrivano, senza nemmeno tanti patemi d’animo, ad <strong>abbassare la saracinesca</strong> di una struttura del Parlamento, cuore della declamata democrazia, come fosse il negozio di un salumiere.</p>
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