Il non-candidato Eric Zemmour sorpassa la candidata Marine Le Pen e può aprire un fronte nella destra sovranista e identitaria francese a sei mesi dalle elezioni presidenziali: è quanto rivela il più recente sondaggio Harris Interactive per la rivista Challenges, secondo cui Zemmour sarebbe al 17-18% contro il 15-16% di Marine Le Pen, che mai prima d’ora dal 2016 ad oggi era uscita nelle intenzioni di voto per il primo turno delle presidenziali dai primi due posti. La sfidante di Emmanuel Macron al ballottaggio del 2017 un anno fa era addirittura data poco sotto il 30% e in diversi sondaggi ancora nella prima metà del 2021 era ritenuta in grado di potersi avvicinare a una rivincita rompendo l’accerchiamento del suo Rassemblement National ad opera dei partiti tradizionali.

Colpo alla trasformazione di Le Pen

Il ciclone Zemmour ha colpito il lepenismo tradizionale. E in maniera apparentemente paradossale il calo della candidata del Rassemblement si è avviato proprio mentre la Le Pen ha visto avvicinarsi la possibilità della rivincita e ha cercato di conquistare un approccio più “istituzionale”, aprendo il partito al dibattito culturale su temi mai esplorati prima come la transizione ecologica per sfondare nel voto moderato.

Il Rassemblement ha dimostrato in un certo senso di avere la coperta corta, di dipendere da un elettorato radicale e fortemente schierato contro l’élite politica tradizionale, di saper interpretare un fronte della polarizzazione politica oggi dominante del Paese senza penetrare in quello opposto. Zemmour è radicale, contestatario, un guerriero culturale che porta avanti a tutto campo le battaglie tradizionali della destra nazionalista: identità, teorie complottiste sulla sostituzione etnica, anti-islamismo, opposizione senza quartiere alla globalizzazione, ripresa della tradizione del Regime di Vichy in senso revisionista, opposizione totale al multiculturalismo, denuncia dell’accentramento del potere nell’élite parigina. Discorsi che, scremati della componente più estremista, non mancano nel dibattito promosso dai lepenisti, ma che Zemmour nei suoi libri, nei suoi articoli e nelle sue trasmissioni propone con una virulenza tale da risultare dicotomica.

La non-campagna del tribuno populista assomiglia molto alla discesa in campo come aspirante presidente brasiliano di Jair Bolsonaro, talmente tanto connotata ideologicamente e politicamente da riuscire a fare breccia, sulla scia della diffusione della figura dell’attuale presidente nel dibattito pubblico, anche su un elettorato impolitico o spoliticizzato ma attento alle issues. E questo spiega sia perché la sommattoria dei voti di Zemmour e della Le Pen appaia oggigiorno maggiore di qualsiasi punteggio elettorale la candidata dell’ex Front National abbia mai raggiunto nei sondaggi.

La chiave del successo di Zemmour

Certamente Zemmour gode di un trend decisamente favorevole. A fine settembre ha anche ricevuto l’incoronazione a portavoce del mondo nazionalconservatore francese da parte di Viktor Orbanche lo ha invitato a Budapest al forum sulla demografia organizzato dal governo ungherese dopo aver negato per diverse volte un bilaterale alla Le Pen, da lui sconfessata come possibile portavoce del populismo sovranista dopo che la sua presenza nei leader di Identità e Democrazia era stata segnalata a Matteo Salvini come una delle cause per la mancata alleanza tra Fidesz e il gruppo della Lega. Ironia della sorte, la Le Pen ha inaugurato la svolta governista e al posto suo nell’Ungheria assediata dall’Unione è stato invitato il suo potenziale sfidante a destra.

Zemmour interpreta un’esasperazione profonda nella società francese che il Rassemblement non riesce più, nei quadri della forma-partito, a indirizzare politicamente. Acquisisce consensi indipendentemente dalla sua presenza all’interno di una formazione, da tribuno “autodidatta” quale è sempre stato. “Bisognerebbe clonarti!”, lo elogia pubblicamente il padre di Marine Le Pen, Jean-Marie, 93enne fondatore e storico leader del controverso partito dell’estrema destra francese di cui la figlia ha tentato di rompere la demonizzazione.

“Ammirazione e amicizia” gli sono arrivati da Ursula Painvin, 88enne distinta signora residente a Parigi dopo che Le Monde ha pubblicato uno scoop su una cena con Zemmour a cui era stata invitata a casa di Jean-Marie Le Pen nel gennaio 2020. Per che motivazione tale cena dovrebbe fare notizia? Il dettaglio non secondario è il fatto che l’anziana signora Painvin è la figlia di Joachim von Ribbentropp, il ministro degli Esteri del Terzo Reich di Adolf Hitler condannato a morte a Norimberga nel 1946 per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

La cena a casa del filo-petainista più celebre di Francia e della figlia di un gerarca del Terzo Reich, totalmente estranea alla vita pubblica francese o tedesca e non nota al mondo politico d’Oltralpe, è già stata utilizzata, dopo la sua rivelazione a quasi due anni di distanza, come manovra di disorientamento volta a identificare Zemmour con la galassia neo-nazista o revisionista. Ma il 63enne giornalista di origini ebree ed algerine non ha bisogno di certi appoggi per arrivare all’apogeo del radicalismo sottolineando che a suo avviso non vi è differenza tra Islam e islamismo, che tutti i sei milioni di musulmani francesi sono “potenziali terroristi” e che il nome Mohammed dovrebbe essere bandito nel Paese.

Gli basta lo spirito temerario da tribuno, agitatore di folle e polemista che alla Le Pen manca in una fase in cui il Rassemblement è scalato a destra da Zemmour, è incapace di attrarre consensi dall’ampio bacino degli indecisi ed esasperati e teme una sfida anche dal centro-destra moderato dei Republicains, i quali alle ultime elezioni regionali hanno riassorbito buona parte del voto finito nella protesta lepenista. Ma se da un lato la sfida moderata dei gollisti è comprensibile, dato il loro lungo periodo di torpore, più complesso e meno gestibile è il “fattore Z”. La nuova, per quanto sempre più tradizionalista, reincarnazione del populismo alla francese. Con cui proprio i sovranisti ad ora non riescono a fare i conti