Il 9 giugno si sono concluse le elezioni per il Parlamento Europeo. A scrutini ultimati la composizione del nuovo Europarlamento non risulta poi così diversa da quella precedente. “The centrist bloc” formato dal Partito Popolare Europeo, i Socialisti e Democratici e i Popolari rimane invariato nonostante alcune previsioni pre-votazioni suggerissero altro.
In un documentario del Financial Times si era ipotizzato un Renew Europe al quarto posto, surclassato dai sovranisti di Identità e Democrazia e dai Conservatori e Riformisti che sarebbero quindi risultati i partner perfetti per il centro destra dell’EPP. La previsione, seppur plausibile, non si è avverata. Renew Europe è ancora al terzo posto. Tuttavia non si possono omettere le 23 sedie perse e quelle invece ottenute da ID e ECR anche se il dato numerico non è sufficiente a dare un quadro completo di quello che è accaduto in Europa tra il 6 e il 9 giugno. In quei tre giorni di votazione un malcontento latente e finora relativamente arginato ha preso forme ben delineate, le forme dell’estrema destra.
L’Unione Europea è formata da 27 Stati membri ma non si può negare che alcuni abbiano un ruolo preponderante rispetto ad altri: non si parla prettamente di potere economico o demografico ma soprattutto di peso simbolico. Pensiamo a Francia e Germania. Due capisaldi dell’integrazione europea. Il primo capo di Stato che si è battuto per un’Europa (a quel tempo Europa occidentale) unita e politicamente indipendente è stato Charles de Gaulle negli anni Sessanta del secolo scorso. Parlando di Germania non si può dimenticare che la sua unificazione in seguito alla caduta del muro di Berlino non ha avuto un’importanza fondamentale soltanto per il Paese in sè ma anche per il più ampio processo di integrazione europea: unire la Germania dell’Est con quella dell’Ovest significava unire l’Europa.
Quel 9 novembre 1989 segnava l’inizio di un nuovo capitolo per quella che verrà poi rinominata Unione Europea, così come hanno fatto le recentissime elezioni europee. Tuttavia se trent’anni fa si andava verso un’Europa più unita ora si sta facendo inversione di marcia. Se l’ultra destra conservatrice aveva già ottenuto il suo successo in Paesi come l’Ungheria o i Paesi Bassi ora è arrivata a trionfare persino in Francia e Germania. Come già accennato questo trionfo non ha stravolto gli equilibri di potere nel Parlamento Europeo perchè le votazioni in altri stati “minori” hanno bilanciato, tuttavia ha stravolto la prospettiva sul futuro dell’Unione Europea.
“Se vuoi avere un’Unione Europea forte non puoi votare la destra”, esclama Katharina Schulze, membro del partito tedesco dei Verdi. Eppure è quello che è successo. Forse le persone non vogliono più avere un’Unione Europea forte? O forse le persone sono insoddisfatte di coloro che sostengono un’Unione Europea forte, come i socialdemocratici di Olaf Scholz?
In un servizio di Deutsche Welle il corrispondente politico Simon Young spiega la virata verso destra dei tedeschi dicendo che “la sensazione è che i partiti mainstream (quelli che fanno parte della coalizione guidata da Scholz) non abbiano delle risposte alle domande che preoccupano le persone”. Questo non significa che Alternative Fuer Deutschland (il partito di estrema-destra ora diventato secondo in Germania) abbia le risposte giuste, ma il solo fatto che AFD rappresenti un’alternativa ai “mainstream parties” è sufficiente per essere ritenuta un’opzione migliore. L’insoddisfazione verso le politiche migratorie e ambientali si tramuta in accettazione per politiche assolutamente estremiste per la loro fondamentale caratteristica di rappresentare un’alternativa.
E quando si dice “politiche assolutamente estremiste” non si sta usando un eufemismo: basta pensare al “remigration plan” proposto da AFD che implicherebbe la deportazione di massa di persone “non assimilate”. In Francia la situazione è leggermente diversa – bisogna considerare che il passato francese è completamente diverso da quello tedesco – eppure il risultato è lo stesso: la super vittoria dell’estrema destra. Negli ultimi anni Rassemblement National di Marine Le Pen ha avviato un processo chiamato “dédiabolisation”, una strategia per ampliare la propria base elettorale cercando di temperare i propri discorsi più radicali. La storia francese segnata dal motto “libertè, egalitè, fraternitè” è un fatto imprescindibile con cui Le Pen deve fare i conti per convincere i francesi di essere un’alternativa valida. La strategia ha funzionato: il 31,4% ottenuto alle europee parla chiaro.
La virata verso le destre radicali non significa necessariamente un generale consenso verso le idee di destra, ma sicuramente segnala un malcontento generalizzato. Un’insoddisfazione che emerge nella ricerca assidua di un’alternativa a quelle che sono considerate le élite liberali e di sinistra. Questo processo non va temuto, va analizzato perché mostra chiaramente quelle che sono le tematiche su cui è necessario lavorare, come l’immigrazione e le politiche ambientali. Abbandonarsi all’inevitabile emergere delle ultra destre con fare fatalistico non può rappresentare una soluzione perchè la vittoria di questi partiti non è il cuore della questione, ma solo un sintomo. Come ha dichiarato Susi Dennison, senior fellow dell’European Council on Foreign Affair, a Euractiv “ciò che sta accadendo in Europa in questo momento non è tanto il supporto all’autoritarismo in sé, quanto la frustrazione nei confronti degli attuali governi per quanto riguarda i risultati sulle crisi che interessano i sistemi europei”. Non sono dunque le ultra destre in sé a rappresentare una minaccia per le nostre democrazie, ma la forte insoddisfazione popolare che è alla base delle decisioni elettorali dei cittadini.