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Nazionalismi

Il voltafaccia dell’Onu ai curdi che ora si trovano sempre più soli

I curdi in Iraq pretendono ora l’indipendenza, ma l’Onu e gli Stati Uniti voltano le spalle ai loro alleati. È previsto per il prossimo 25 settembre il Referendum per sancire l’indipendenza della Regione del Kurdistan iracheno da Baghdad. All’improvviso si...

I curdi in Iraq pretendono ora l’indipendenza, ma l’Onu e gli Stati Uniti voltano le spalle ai loro alleati. È previsto per il prossimo 25 settembre il Referendum per sancire l’indipendenza della Regione del Kurdistan iracheno da Baghdad.

All’improvviso si sono accorti del Referendum curdo

L’annuncio era già stato fatto dallo scorso luglio, quando il presidente del “Kurdistan Regional Government”, Massoud Barzani, aveva ufficialmente annunciato la storica decisione. Nel frattempo le forze coinvolte e la comunità internazionale si sono “dimenticate” di quest’evento per assistere e concentrarsi sulle ultime evoluzioni del conflitto in Siria e Iraq contro l’Isis. Ora, quando ormai lo Stato islamico è in procinto di alzare bandiera bianca, tutti si sono improvvisamente ricordati delle velleità indipendentistiche curde. Il no alla decisione curda è arrivato unanime.





Tutti contrari all’indipendenza curda

Ha detto  no ovviamente il Governo di Baghdad, che per sentenza della Corte Suprema ha ordinato la sospensione delle stesse votazioni. A ciò è stato poi aggiunto che qualsiasi decisione autonoma curda sarà dichiarata incostituzionale dal Governo centrale e seguita da una ritorsione militare. Ha detto no ovviamente Erdogan e la sua Turchia, da sempre ostili alla popolazione curda. Non a caso l’esercito turco ha da poco avviato un’esercitazione militare tra la zona di Silopi e il valico della frontiera di Habur, luogo che aveva già visto un conflitto armato tra il Governo di Ankara e il partito curdo del PKK.

Hanno detto di no gli Stati Uniti. Per bocca di Heather Nauert, portavoce del Dipartimento di stato Usa, è stato dichiarato che gli States “non sostengono il referendum curdo” e preferiscono “mantenere il focus sull’Isis”. Ha detto infine di no anche l’ONU. Il Segretario Generale, Antonio Guterres, come riportava Al Jazeera, ha implorato i curdi di rimandare momentaneamente il Referendum. Secondo il Segretario ONU la votazione disotoglierebbe tutti gli attori dal conflitto contro lo Stato Islamico, giunto alle sue battute finali. Allo stesso tempo Guterres ha voluto anche raccomandarsi con il Governo di Baghdad di “approcciare il problema con pazienza e diplomazia” senza passare subito all’intervento armato. Ipotesi che di fatto non era stata esclusa proprio dal Primo Ministro iracheno.

Gli Stati Uniti hanno usato i curdi contro Daesh

Questo grande caos diplomatico è in realtà frutto di un doppio gioco occidentale che si protrae in realtà da molti anni verso la popolazione curda. Solo lo scorso maggio infatti la Casa Bianca aveva annunciato l’avvio di rifornimenti militari alle milizie curde dell’YPG per procedere all’assedio di Raqqa. Tale decisione si inseriva nella più ampia strategia di individuare i curdi come nuovo e principale alleato nel caos conflittuale a cavallo tra Siria e Iraq. Una conseguenza della fine del programma d’appoggio ai “ribelli moderati” siriani. Era dunque prevedibile che i curdi, che combattono l’Isis fin dalla sua nascita, arrivassero ora ad organizzare un Referendum di questa portata.

Quando Saddam massacrava i curdi con le armi occidentali

Il merito curdo è infatti visibile soprattutto in territorio iracheno, dove lo Stato Islamico non ha potuto raggiungere le ricchissime piattaforme petrolifere di Erbil e Kirkuk proprio grazie alla strenua difesa dei curdi. Eppure l’ambiguo atteggiamento della comunità internazionale verso questo popolo è una costante della storia recente. Nel 1988 l’allora Presidente dell’Iraq Saddam Hussein attaccò la cittadina curda di Halabja con armi chimiche arrivate proprio da Paesi occidentali (Francia e Stati Uniti su tutti), causando la morte di 5.000 persone di etnia curda. Un episodio che iniziò ad avere eco solo qualche anno dopo, come pretesto per giustificare l’attacco americano contro l’Iraq e le successive sanzioni.

Sullo stesso New York Times William Safire scriveva “svendere i curdi, anche dopo Halabaya, è una specialità del Dipartimento di Stato americano”. Ci sono voluti poi ben vent’annni perché le Nazioni Unite iniziassero a discutere circa il riconoscimento dei fatti di Halabja come “genocidio”. Ecco che oggi la comunità internazionale si trova nuovamente in una situazione di ambiguità. Dopo aver beneficiato per anni della mano militare curda ora ne vuole soffocare le richieste d’indipendenza. Un’eventuale ritorsione di Baghdad o Ankara contro questa comunità potrebbe essere dunque seguita dallo stesso silenzio che circondò la strage di Halabja. 

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