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Era il 10 aprile 1998 quando le delegazioni impegnate nel disarmo dell’Irlanda del Nord – lacerata da quasi trent’anni di violenza civile –  giunsero alla stipula degli Accordi del Venerdì Santo (Good Friday Agreement). Un processo lungo, che per arrivare alla sua fine dovette assistere a lunghissimi anni di conflitto tra i nazionalisti cattolici – favorevoli all’indipendenza da Londra e alla riunificazione con Dublino – e i lealisti protestanti – rappresentanti, invece, dell’egemonia del Regno Unito sulle province settentrionali dell’isola d’Irlanda.

Un accordo che fu reso possibile sostanzialmente da un singolo episodio: la libera circolazione all’interno dell’Unione europea, che rendeva in questo modo unita, sebbene ancora divisa, l’intera isola. Un equo compromesso, grazie al quale finalmente si giunse al disarmo e Belfast, così come le province dell’Ulster sotto il controllo della Corona, poterono entrare – al netto di qualche sporadico episodio nostalgico – in un florido periodo di tranquillità. Tutto ciò, perlomeno, sino alla decisione del popolo britannico di votare a favore della Brexit.

I lealisti escono dagli Accordi del Venerdì Santo

Come riportato dall’agenzia di stampa Reuters, negli scorsi giorni i rappresentanti delle forze lealiste-unioniste hanno comunicato con una lettera indirizzata al premier britannico Boris Johnson (e notificata in copia al presidente irlandese Leo Varadkar e alla Commissione europea) di volersi ritirare dai termini del Gfa. Alla base della decisione, secondo quanto si evince dalle note dell’agenzia, ci sarebbe la questione relativa ai controlli commerciali doganali che, allo stato attuale, non vengono effettuati lungo i 499 chilometri di confine tra Irlanda del Nord ed Eire bensì nelle dogane portuali di Belfast e di Liverpool. E questa pratica, purtroppo, ha danneggiato la stessa libera circolazione interna delle merci del Regno Unito, dividendo de facto l’Irlanda del Nord dal resto del Regno e provocando danni economici e carenze nelle forniture di merci.

Secondo gli unionisti, dunque, il modus operandi attuato da Londra avrebbe di fatto diviso il Regno, arrecando dei gravi danni alla già non florida economia locale e nei fatti rendendo Belfast più vicina a Dublino che a Londra. E questa situazione, in ultima battuta, sarebbe in netta violazione proprio degli accordi di disarmo stipulati alla fine del secolo scorso.

Come sottolineato dalla stessa lettera, però, l’uscita lealista dagli accordi non deve essere intesa come una chiamata alle armi, bensì come un forte segnale di disaccordo in grado di aprire gli occhi al governo inglese riguardo alle difficoltà della regione. Tutto ciò, almeno, nella speranza che Downing street intervenga prima che la situazione possa dare luogo nuovamente a episodi di violenza che la popolazione nordirlandese sperava di essersi lasciata definitivamente alle spalle.

La questione irlandese non è mai stata superata

Differentemente da quanto si potrebbe intendere a causa dei lunghi anni di apparente pace intercorsa in Irlanda del Nord tra le fazioni unioniste e le fazioni nazionaliste, le problematiche discriminanti non sono mai state davvero superate. In questi lunghi anni, come sottolineato in precedenza, sono state infatti tenute a bada da quello che fu un compromesso favorito da una libera circolazione che aveva simbolicamente riunificato l’Irlanda (il grande sogno dell’Ira) lasciandola però politicamente nella mani di Londra (come voluto invece dai lealisti).

L’uscita del Regno dall’Unione europea ha però riacceso gli animi del nazionalismo irlandese messo in evidenza dall’ultimo exploit elettorale del partito cattolico Sinn Fein, mentre la decisione di porre la dogana nel canale d’Irlanda ha infastidito gli Unionisti che in questa mossa hanno intravisto l’erezione di una frontiera tra Belfast e Londra. Insomma, una Brexit che in Ulster ha deluso un po’ tutti. Una cosa che comunque non dovrebbe sorprendere nessuno, le contee del Nord Irlanda, al referendum, si espressero a favore della permanenza all’interno dell’Unione. Un segnale del fatto che i cittadini conoscevano già i rischi ai quali sarebbero andati incontro.

Come gli Accordi del Venerdì Santo chiusero la stagione dei Troubles

Per il mondo irlandese, gli Accordi del Venerdì Santo ebbero un risvolto epocale: chiusero una stagione drammatica segnata da oltre 3500 morti e che viene ricordata come The Troubles (Na Trioblodì, in gaelico). Un conflitto civile durato oltre trent’anni e che fu un normale proseguimento di quella che fu la guerra civile per l’indipendenza dell’Eire della prima metà del ‘900 a seguito della quale le forze della prima Ira  non riuscirono a strappare alla Corona britannica il controllo di Belfast e delle province settentrionali (ossia, l’Ulster a maggioranza protestante).
La divisione dell’isola d’Irlanda, con la parte settentrionale rimasta saldamente sotto il controllo di Londra, ha generato un dualismo tra la popolazione di origine irlandese – cattolica – e di origine britannica – protestante – che è sfociato in un conflitto che né l’Inghilterra né l’Europa sono mai riusciti a domare, fino all’aprile del 1998. In quel momento, però, molte cose erano cambiate e comprendevano, in modo preponderate, le maggiori libertà di spostamento garantite dagli Accordi di Schengen.

Le ferite lasciate aperte dalla stagione dei Troubles, però, non si sono mai cicatrizzate. Sono rimaste accese a bassa intensità, quasi come in attesa che qualcosa smuovesse nuovamente la situazione. Perché sia per la fazione nazionalista sia per la fazione unionista il 10 aprile del 1998 fu soltanto una tregua, in quanto nessuno ottenne per davvero il risultato sperato. E con la Brexit, adesso, tutto potrebbe essere messo nuovamente in discussione.

Niente Black And Tans, ma la situazione rimane delicata

Anche se ipotizzare un nuovo scenario da guerra civile – fatta di bombe fuori dai pub di Belfast e dei famigerati Black and Tans a fare irruzione all’interno delle case dei nazionalisti irlandesi – è antistorico, l’uscita delle forze lealiste dagli Accordi del Venerdì Santo è un chiaro segnale di come la questione irlandese non si possa considerare superata. I malumori suonano come un monito, se dovessero essere mal gestiti le cose potrebbero degenerare in una nuova stagione di conflitti sociali. Criticità che potrebbero dare ben più di una gatta da pelare non soltanto al governo Johnson, ma anche all’Unione europea.

In questo scenario, dunque, è possibile che nei prossimi mesi Ue e Regno Unito siano obbligati ad aprire nuove trattative per gestire la delicata questione doganale del Nord Irlanda (che è l’unico effettivo confine terrestre tra Londra e Bruxelles). Tutto questo, almeno, se l’obiettivo è quello di scongiurare la rinascita di uno storico conflitto civile all’interno dell’Europa geografica, nei confronti del quale sarebbe sin troppo facile trovare i colpevoli. E soprattutto, per evitare che la Brexit non diventi un significante di come l’appartenere all’Unione europea sia elemento essenziale per riuscire a garantire pace e stabilità nel Vecchio continente.

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