Skip to content
Nazionalismi

UK, Farage scende in campo: torna, sfascia i Tories e vendica la Brexit tradita

Il ritorno di Farage: la discesa in campo e la guerra ai Tories "traditori" della Brexit nel mirino del tribuno populista.

La fine dei quattordici anni di governo del Partito Conservatore britannico rischia di consumarsi in un dramma shakespeariano se il ritorno in campo di Nigel Farage alla guida del Reform Party in vista del voto del 4 luglio produrrà gli effetti sperati dal politico nazional-conservatore e nativista, principale propugnatore del referendum per la Brexit nel 2016: sfasciare i Tories, dissanguarli elettoralmente e contribuire a una sconfitta storica la cui magnitudine si fa giorno dopo giorno più inquietante.

Un Partito Laburista che fa gara con sé stesso a apparire sempre più incolore e conformista vola, guidato da Sir Keir Starmer, al 45-48% nei sondaggi semplicemente per una disaffezione generalizzata verso il partito di Rishi Sunak. A cui Farage vuole infliggere un altro colpo: scendere in campo, strappare ai Tory dei seggi, fargliene perdere molti di più per punire coloro che ritiene essere i traditori della Brexit, da lui ritenuta troppo morbida nella sua strutturazione.

Per la quinta volta a un voto Farage condiziona i destini dei Tory. Lo ha fatto senza mai conquistare un seggio a Westminster dopo quello mantenuto da Douglas Carswell nel collegio di Clacton (Essex, Inghilterra meridionale) dove ora si candiderà. Allora il suo partito si chiamava United Kingdom Independence Party, era alleato in Europa al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo e combatteva per chiedere un referendum sulla Brexit.

Per arginarne l’ascesa e evitare fughe di voti a destra David Cameron nel 2015 aprì al referendum sulla Brexit per vincere le elezioni politiche. Un anno dopo, condizionato da questa promessa, il premier affrontò come una disfatta personale il referendum del giugno 2016 in cui Farage fu assieme al Tory Boris Johnson il grande popolarizzatore della vittoria della Brexit. Avviando un gran cambiamento politico nel Paese e nel Partito Conservatore, che la pressione dell’Ukip spostò sempre più a destra. Nel 2017 la pressione dei sovranisti costò, elettoralmente, ai Tory di Theresa May, titubante nel promuovere da Downing Street una Brexit dura, la perdita di almeno 25 seggi nel voto che sancì la “non vittoria” contro il Labour di Jeremy Corbyn.

Solo nel 2019 il partito, allora denominato Brexit Party, fece una mossa favorevole ai Conservatori: il Guardian ricorda che Farage ha “giocato un ruolo chiave nelle elezioni generali di quell’anno, quando Farage annunciò che non avrebbe schierato alcun candidato contro i conservatori nei 317 seggi vinti alle precedenti elezioni generali, dopo che Boris Johnson si era impegnato a lasciare l’UE entro il 2020 e a perseguire un accordo commerciale in stile canadese. Il Brexit Party avrebbe poi cambiato nome in Reform UK”. Ed è proprio ritenendo quel patto di desistenza tradito dalla firma di accordi come quello sull’Irlanda del Nord, dalle politiche migratorie e dagli accordi commerciali ritenuti penalizzanti con l’Unione Europea che oggi Farage vuole scendere in campo.

Oggi i sondaggi, nota l’Evening Standard, vedono “il Labour pronto a ottenere una massiccia maggioranza di 194 deputati” sulla somma di tutte le opposizioni, con 422 seggi, “il numero più alto da quando Stanley Baldwin vinse con una maggioranza di 208 nel 1924 e più dei 179 di Tony Blair nel 1997. I conservatori verrebbero schiacciati, perdendo 232 seggi e scendendo a soli 140”, in una disfatta di proporzioni tali da non verificarsi da un secolo. Per Sunak, la discesa di Farage in campo può essere una nuova brutta notizia.

E la sfida da destra mostra le difficoltà di una formazione che paga la fatica dei lunghi anni di governo in cui il Partito Conservatore ha dovuto, come in passato nella sua storia, guidare il Regno Unito davanti a sfide epocali. Tra queste la crisi finanziaria, ovviamente la Brexit, la pandemia di Covid-19, la crisi dell’ordine globale, la guerra in Ucraina, l’ascesa dei nazionalismi localisti in Scozia e Irlanda del Nord. Un partito oggi considerato come simbolo dell’establishment dalle nuove generazioni, con un elettorato in larga parte radicato nelle fasce anziane della popolazione, arroccato tra una difesa del vecchio che spesso crea autogol comunicativi come la proposta di reintrodurre la leva militare e mosse che strizzano l’occhio a destra come la stretta sull’immigrazione e la penalizzazione degli stranieri in campo fiscale, sanitario, economico che danneggia l’attrazione di capitale umano su cui si basa la residua potenza britannica. Ora il ritorno in campo di Farage ha il gusto agrodolce della vendetta e della rivalsa. In una guerra politica dove a farne le spese rischiano di essere i Tories, tra l’incudine e il martello in un voto che sa di redde rationem.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.