Passano gli anni e Aung San Suu Kyi sembra essere ormai un pallido riflesso di quell’eroina non violenta che ha combattuto la dittatura birmana con uno spirito di gandhiana memoria. Mercoledì scorso, davanti alla Corte internazionale di giustizia, la leader del Myanmar ha difeso le forze armate del suo Paese contro le accuse di genocidio e di violazione della Convenzione del 1948 sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio a danno del popolo rohingya.

L’autodifesa

In un discorso di circa 30 minuti, San Suu Kyi ha negato “l’intento genocida” da parte dell’esercito e ha delineato la storia delle tensioni nello stato di Rakhine, definendo la repressione del 2017 come un “conflitto interno”, nel quale l’esercito del Myanmar stava rispondendo agli attacchi della guerriglia armata caso del Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA). Non solo, la leader ha opportunamente evitato di utilizzare il termine rohingya per indicare il popolo oggetto delle persecuzioni dei militari.

Il discorso di difesa dalle terribili accuse si è aperto con un lungo preambolo cerimonioso che ripercorre e attesta la storia della Corte per poi passare ad accusare il governo del Gambia, reo di aver portato all’Aja il caso birmano, di aver fornito “un quadro fattuale incompleto e fuorviante della situazione nello stato di Rakhine in Myanmar”. Per Aung San Suu Kyi i problemi dello stato di Rakhine e della sua popolazione, qualunque sia il loro passato, risalgono ai secoli precedenti e sono stati particolarmente gravi negli ultimi anni. Attualmente si sta verificando un conflitto armato interno tra l’esercito di Arakan, un gruppo armato buddista organizzato con oltre 5.000 combattenti e i normali servizi di difesa del Myanmar.

Nessuno degli oratori, secondo l’accusata, ha fatto alcun riferimento a questo aspetto. L’esercito di Arakan cerca autonomia o indipendenza trovando ispirazione nella memoria dello storico e mitico regno di Arakan. Questo conflitto ha portato allo sfollamento di migliaia di civili a Rakhine. Restrizioni standard di sicurezza – come coprifuoco e posti di blocco – sono attualmente in atto nella zona di conflitto e influenzano la situazione dei civili. Nella sua personale arringa di difesa il premio Nobel per la pace prosegue nella narrazione della vicenda dalla notte dei tempi fino a quel 25 agosto di due anni fa: più di trenta stazioni di polizia e villaggi, e una base militare, furono attaccati in modo altamente coordinato da un gruppo armato organizzato che operava lungo una collina densamente boscosa che offre ampie opportunità di nascondersi.

Molti combattenti dell’ARSA erano stati reclutati nei villaggi locali nelle settimane e nei mesi precedenti l’attacco. Secondo la leader “i servizi di difesa del Myanmar hanno risposto agli attacchi dei combattenti dell’ARSA con l’uso delle forze di terra. Ci sono stati incidenti armati in oltre 60 località”: si trattò, dunque, di difesa.

Vi è poi un momento particolare, nel quale l’accusata utilizza il termine birmano nae myay shin lin yeh, ravvisandone l’uso distorto della traduzione inglese “clearance operations”: negli anni ’50, questo termine è stato usato durante le operazioni militari contro il Partito comunista birmano a Bago Range. Da allora, i militari hanno usato questa espressione nelle operazioni contro la rivolta e contro il terrorismo dopo attacchi di ribelli o terroristi. Nella lingua del Myanmar, “nae myay shin lin yeh” vuol dire letteralmente “disboscamento “, ovvero eliminare un’area da ribelli o terroristi. Ergo, secondo questa ricostruzione dei fatti, il governo del Myanmar starebbe solo svolgendo un’operazione di difesa e di sicurezza nazionale. Trattandosi poi di un governo militare, secondo la leader birmana una apposita corte marziale si starebbe già occupando di eventuali crimini di guerra. Difendendo, dunque, l’operato dei militari ha dichiarato di volersi astenere da qualsiasi azione o dichiarazione che possa minare l’integrità di questi processi di giustizia penale in corso in Myanmar conformi alla Costituzione del Paese. Dichiarazioni puntuali, dettagliate, excursus storici precisi, riferimenti circostanziati a fatti e persone ma mai l’uso del termine rohingya, popolo al quale ci si riferisce con sinonimi e giri di parole. Anzi, la leader ha teso a sottolineare come i musulmani non sono parte di questo conflitto, ma possono, come altri civili nell’area interessata, essere colpiti da misure di sicurezza in atto, pregando la Corte di astenersi dal prendere qualsiasi azione che possa aggravare il conflitto armato in corso, la pace e la sicurezza a Rakhine. Insomma, una difesa d’ufficio: il fatto che i funzionari birmani si rifiutino di pronunciare il termine rohingya è al centro della crisi. La decisione di non pronunciare questa parola è un forte segnale che il governo birmano rifiuta di riconoscere l’esistenza dei rohingya e il loro diritti.

Quanto è libera Aung San Suu Kyi?

Ma c’è qualcosa che in questa storia continua a non quadrare. Ed è l’atteggiamento passivo di questa donna che ormai assume lo stesso tono fedele alla linea di quei militari che per quasi 20 anni l’hanno costretta agli arresti domiciliari.

Al di là della delusione pop che il caso suscita e che porta l’opinione pubblica internazionale ad agitarsi come followers in un senso o nell’altro, occorre dunque chiedersi chi sia stata davvero Aung San Suu Kyi, ma soprattutto chi sia oggi. Una donna di 74 anni fiaccata nello spirito che, paradossalmente, era molto più libera nella sua prigione ventennale. Dapprima ministro onnicomprensivo (compresi gli Esteri) poi, dall’aprile 2016 Consigliere di Stato con una libertà di azione e parole prossima allo zero. Aung reigns but doesn’t govern. Il silenzio di questo premio Nobel per la Pace che va a difendersi dal crimine di genocidio (il primo caso nella storia), la sua passività, le giustificazioni e l’impassibilità di fronte al dramma di un popolo lasciano la strada a solo due probabili congetture: o Aung San Suu Kyi è stata indegna destinataria della fiducia del mondo intero (e ci sarebbe da chiedersi perché, allora, vivere da segregata per 20 anni) oppure è un ostaggio del Paese che lei stessa rappresenta. Dall’altare alla polvere, dovrà difendersi dalla Corte dell’Aja e dal pubblico ludibrio.

Che sia responsabile o meno della terribile accusa di genocidio bisogna accettare un dato di fatto: politicamente Aung San Suu Kyi non può nulla per i Rohingya perché non può nulla per la Birmania. Né tantomeno per sé.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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