L’emergenza Covid non ha fermato il dramma del popolo dei Rohingya. Anche se negli ultimi mesi le notizie provenienti dal sud-est asiatico si sono fatte sempre più flebili e impercettibili, la situazione della minoranza musulmana, in fuga dalle persecuzioni in Myanmar, non è migliorata. I campi profughi che accolgono gli sfollati provenienti dalla Birmania sono sempre più sovrappopolati e nelle tendopoli bengalesi si sono registrati anche casi di coronvirus. Inoltre le discriminazioni e le violenze contro la minoranza confessionale non cessano tanto che continuano a registrarsi casi di barconi, veri e propri boat-people, che prendono il largo dalle coste del Myanmar verso il Bangladesh ma anche verso la Thailandia e la Malesia.

Per comprendere cosa sta accadendo in queste ore nelle acque del Golfo di Bengala, del Mare della Andamane e dello stretto di Malacca, occorre fare una breve digressione storica e capire chi sono i Rohingya e come mai sono perseguitati ed emarginati nel loro Paese d’origine, la Birmania.

I Rohingya son una delle minoranze più perseguitate al mondo, sono musulmani, vivono principalmente nello stato del Rakhine nel nord ovest della Birmania, paese a maggioranza buddista, e da decenni sono privati dei loro diritti civili e sono vittime di leggi discriminatorie e di un’oppressione, anche armata, da parte della forze regolari del governo di Naypyidaw. Nel 1982 venne loro tolta la cittadinanza dal regime militare perchè accusati di essere cittadini bengalesi immigrati nel Paese dopo il 1823 ma, anche con il crollo della giunta e il progressivo processo di democratizzazione della nazione asiatica, la situazione della minoranza musulmana non migliorò. Pur essendo oltre un milione i Rohingya non hanno potuto partecipare alle elezioni del 2015, quelle vinte dalla Lega Democratica Nazionale di Aung San Suu Kyi, e inoltre sono a loro vietati i servizi basici come l’istruzione e la sanità pubblica. Questo stato di emarginazione ha portato alla nascita di gruppi guerriglieri, come l’ Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), ma alla lotta degli insorti ha fatto seguito una dura condanna politica da parte del premio Nobel Suu Kyi e una dura repressione da parte dell’esercito governativo che ha portato alla crisi umanitaria che dal 2017 ad oggi ha provocato l’esodo di oltre 700’000 persone e che è stata definita da diversi giornalisti e analisti una vera e propria: ”pulizia etnica”.

In questi mesi in cui la pandemia provocata dal coronavirus ha occupato i principali spazi mediatici, della situazione dei Rohingya poco si è detto. Ma sebbene i media fossero intenti a coprire la crisi provocata dal Sars-cov2, contemporaneamente però il dramma della minoranza musulmana proseguiva e anzi si aggravava dal momento che le restrizioni imposte per arginare l’epidemia hanno avuto considerevoli ripercussioni anche sui rifugiati birmani. È notizia delle ultime ore infatti che il primo ministro della Malesia Muhyiddin Yassin ha affermato che il Paese del sud-est asiatico non accoglierà più rifugiati Rohingya a causa della difficile situazione economica che sta affrontando la nazione, per la mancanza di risorse e in virtù anche di politiche precauzionali atte a evitare nuovi possibili focolai dell’infezione. La Malesia è stata in questi anni una meta privilegiata per i profughi Rohingya dal momento che, essendo un paese a maggioranza musulmana, ha sempre garantito protezione e rifugio agli sfollati provenienti dal Myanmar. La chiusura delle frontiere, il respingimento dei barconi e l’arresto anche di diversi rifugiati ha oggi inasprito le condizioni della minoranza confessionale che si trova quindi prigioniera in un limbo di miseria e violenza: perseguitati in Birmania, reclusi in tendopoli infernali in Bangladesh e respinti dalla Malesia.

Il premier malesiano Muhyiddin ha inoltre invitato le Nazioni Unite ad accelerare le pratiche per il ricollocamento dei rifugiati Rohingya in paesi terzi, dichiarando che: ”Non possiamo accoglierne di più dal momento che le nostre risorse si sono assottigliate a causa dell’emergenza Covid”. Il governo di Kuala Lumpur ha anche esortato a intervenire perché, a causa dell’estrema precarietà delle condizioni di vita, sempre più Rohingya sono vittime della tratta di esseri umani e diventano la manovalanza di gruppi armati e organizzazioni criminali. Ma, mentre stati e organizzazioni scaricano il barile invitando paesi terzi ed enti omologhi a farsi carico dei musulmani dello stato del Rakhine, intanto uomini, donne e bambini rimangono in balia delle onde e dei respingimenti. Giovedì 25 giugno, un barcone alla deriva al largo delle coste indonesiane è stato salvato di fortuna da un peschereccio locale, ma sono in molti i Rohingya che non riescono ad affrontare l’attraversata e muoiono in mare per gli stenti e le sevizie inflitte dai trafficanti. Hassan Saadi Noor, direttore regionale di Save the Children ha stilato un rapporto nel quale si legge che alcuni bambini Rohingya, salvati dopo aver trascorso mesi in balia delle onde, hanno raccontato di aver visto i propri genitori essere buttati in mare e di essere stati picchiati in continuazione. E ai microfoni di Al Jazeera Hassan Saadi Noor ha raccontato: “È evidente che le famiglie Rohingya sono ancora così disperate da essere pronte a compiere viaggi pericolosi, spesso in mano a delle organizzazioni criminali. Ma tutto questo avrà fino solo quando vedranno davanti a sé un futuro migliore altrimenti continueranno ad essere disposte a fare questi viaggi pericolosi e a mettere in pericolo la vita”.

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