Lo scorso 12 novembre al Forum della Pace di Parigi è stato lanciato un appello diretto al presidente francese Emmanuel Macron per chiedergli di porsi come mediatore per la crisi secessionista della regione camerunese dell’Ambazonia. Dalla dichiarazione di indipendenza del 2017, la guerra tra le province anglofone e il Camerun ha mietuto oltre 3mila vittime, costringendo mezzo milione di persone dell’area a emigrare per scappare dal conflitto. Questi dati rendono il bilancio drammatico, se si considera che la popolazione si attesta intorno ai 3.5 milioni di persone (sono solo dati indicativi in quanto nessun censimento è ancora stato effettuato dalla dichiarazione di indipendenza del 1 ottobre 2017).

Secondo gli osservatori internazionale, la crisi dell’Ambazonia ricorda molto la crisi del Ruanda del 1990-1993, sebbene lo svolgersi dell’azione sia notevolmente più lento: le accuse di sterminio di massa e di violazione dei diritti umani vengono rivolte ad entrambe le fazioni, rendendo qualsiasi dialogo molto più complicato. Inoltre questo conflitto rappresenta lo stereotipo della guerra etnica del Continente nero in cui le differenze linguistiche, le discendenze differenti e le ingerenze internazionali hanno svolto la restante parte di lavoro, portando la regione alla guerra civile.

La storia dell’Ambazonia

L‘Ambazonia discende dall’ex colonia britannica del Camerun meridionale, rimasta legato alla corona britannica sino al 1961. Dopo le consultazioni popolari, la regione decise di annettersi ai territori del Camerun francofon. I primi scontri iniziarono quando venne emanata la costituzione del Paese: l’assemblea parlamentare della regione anglofona non votò infatti mai il documento. Questo fatto ancora oggi è la base della tesi che considera illegale l’unione e, di conseguenza, darebbe diritto all’Ambazonia di dichiararsi indipendente.

Fino al 2016, tuttavia, la situazione è rimasta sostanzialmente congelata, rimanendo legata più ai terreni dialettici e di riconoscimento legale dei documenti redatti nelle rispettive lingue. Proprio quest’ultimo fatto fu però alla base dei primi scioperi che interessarono il Camerun occidentale (ex Camerun meridionale) nel 2016. L’escalation di tensioni portò alla dichiarazione d’indipendenza del 1 ottobre 2017 e all’inizio della guerra civile con la dichiarazione di guerra alle forze separatiste da parte del presidente della Repubblica del Camerun Paul Biya il 30 novembre 2017.

Nonostante l’incarcerazione dei leader separatisti nel 2018, gli scontri non si sono attenuati e le forze paramilitari dell’Ambazonia hanno dichiarato di essere pronte per la seconda fase del conflitto che vedrà la loro partecipazione attiva in attacchi mirati di guerriglia.

Orizzonti economici di uno Stato indipendente

Da un punto di vista economico, l’Ambazonia non gode di una condizione economica tale per cui un’ipotetica indipendenza possa portare a dei vantaggi in termini di crescita e occupazione. Tolto il commercio dell’ambra dalla quale la terra prende il nome, non sono noti particolari giacimenti petroliferi nonostante la vicinanza alla Nigeria e lo stesso vale per quanto concerne i giacimenti di minerali. L’unico vero vantaggio è dettato dalla sua natura geografica, che lo pone al centro del Golfo della Guinea, rendendolo potenzialmente un ottimo porto per i commerci navali da e verso l’Africa subsahariana.

Lo scontro tra Francia e Regno Unito

In più occasioni la Francia ha dichiarato di sostenere il governo di unità guidato dal oresidente della Repubblica del Camerun Paul Biya, unico ai loro occhi in grado di garantire il rispetto dei diritti umani della regione.

La verità però è da ricercarsi negli interessi nell’area non solo della Francia, ma anche e soprattutto del Regno Unito. Un’eventuale indipendenza dell’Ambazonia significherebbe la nascita di un nuovo Stato dalle discendenze coloniali britanniche. In virtù di ciò rientrerebbe a pieno diritto nel programma di allargamento dell’impero commerciale della Corona, poggiante sull’accordo di libero commercio del Commonwealth. Dopo il Gambia con il Senegal, significherebbe per la Francia avere un’ulteriore enclave nei propri territori di competenza, dando alla regina Elisabetta un secondo avamposto nell’Africa francese.

Un rischio, questo, che Macron non è intenzionato a correre.