La geopolitica della corsa allo spazio
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La parola “nazionalista”nella Spagna contemporanea ha un’accezione diversa da quella comune. Per “nazionalisti”, infatti, si intendono coloro che delle singole realtà indipendentiste vogliono farne, appunto, delle nazioni. I partiti nazionalisti sono essenzialmente quelli secessionisti. Altra cosa, invece, è il “panispanismo”, l’ideologia per cui tutti i paesi di lingua e cultura castigliana avrebbero dovuto unirsi in un grande progetto di contrasto politico-economico alla supremazia degli Stati Uniti nelle colonie del Sud America. Un retaggio di cui oggi resta, per ovvie ragioni storiche e geopolitiche, poco o nulla. Il nazionalismo spagnolo è finito con la transizione democratica terminata agli inizi degli anni 80′. Ecco perché contrapporre indipendentisti catalani a nazionalisti spagnoli, nel caso di specie del referendum dello scorso primo ottobre, è un esercizio pressoché inutile. A questo si aggiunga che la cosiddetta “destra nazionale”, non ha mai trovato consensi nella Spagna contemporanea proprio a causa dei tanti localismi presenti. Gli appelli all’unità della nazione in un contesto così particolareggiato farebbero solamente perdere consensi ai partiti. Ma un sentimento nazionale c’è, e le manifestazioni a Madrid degli unionisti contrari allo svolgimento del referendum catalano ne sono la rappresentazione più recente. Complicato, però, stabilire chi politicamente si identifichi maggiormente in questa volontà d’unità nazionale. Certo è che la questione catalana, commistionata con la diversità di vedute con Madrid sulla bontà dell’accoglienza indiscriminata ai migranti, rischia di servire un assist importante a chi del nazionalismo vuole tornare a farne una bandiera. 

Quello di Podemos è l’unico caso di “populismo” che ha attecchito in Spagna ed è catalogato come left wing populism, populismo di sinistra. Podemos non ha alcuna velleità nazionalista. Il partito fondato da Pablo Iglesias Turrion, tuttavia, non è benvisto da tutti i catalani: rimane comunque una formazione nazionale, per quanto alleata territorialmente con alcuni movimenti indipendentisti. Ada Colau, sindaco di Barcellona in quota Podemos, è rimasta schiacciata dentro questa dialettica e per quanto abbia supportato lo svolgimento della consultazione catalana, non ha messo nella disposizione dei secessionisti i seggi degli edifici comunali. Un cortocircuito che Podemos rischia di pagare prossimamente nelle urne elettorali. Catalano doc, invece, è Ciudadanos, un partito genericamente liberale fondato nel 2005 daAlbert Rivera, avvocato ventiseienne nativo proprio di Barcellona, e estesosi dalla dimensione locale a quella nazionale per mezzo dei consensi. La casa di Rivera negli ultimi tempi ne ha viste di ogni: è stata presa di mira più volte dai secessionisti. “La conjura de Goya”, questo il manifesto politico dei Ciutadans de Catalonya, si oppone fermamente a quello che Rivera chiama “nazionalismo obbligatorio”, cioè la tendenza a raffigurare la causa catalana come inderogabilmente legata a quella dei secessionisti. I Ciutadans sono contrari, dunque, al referendum e hanno denunciato più volte come non sia stata data la possibilità ai cittadini contrari di iscriversi alle votazioni. Una posizione che assume valore se si tiene in considerazione che il partito in questione, nelle ultime elezioni per il parlamento catalano, ha preso l’8% dei consensi. Il processo “soberanista”, in fin dei conti, trova legittimi ostacoli nella Catalogna stessa. 

E in Spagna, per quanto l’esperienza franchista abbia fatto scomparire i nazionalisti panhispanici dalla scheda elettorale, sta emergendo, seppur in maniera molto minoritaria, una formazione sovranista di destra: Vox, partito fondato il 13 dicembre del 2013 da Josè Maria Ortega Lara, ex funzionario delle carceri, sequestrato in passato dall’Eta. Nato da una microscissione dal Partito Popolare, Vox è apertamente contrario a tutti gli indipendentismi e si è posto l’obiettivo di centralizzare sempre di più l’organizzazione autonomista della Spagna. Sempre a destra, poi, per semplificare, c’è Hogar Social. Considerato da alcuni commentatori come l’equivalente spagnolo di Casapound, Hogar Social si è reso protagonista di iniziative unitariste nella giornata del primo ottobre. Durante le votazioni catalane, infatti, alcuni militanti si sono recati nei seggi al motto di “i coraggiosi costruiscono la Spagna, i codardi la distruggono”, sventolando bandiere spagnole. E sempre a destra, poi, c’è Democracia Nacional, un partito fondato nel 1995 sul modello del francese Fn, anch’esso recentemente resosi protagonista di iniziative “por la unidad nacional”. Ma a Barcellona, inoltre, è stato fondato il Movimento Sociale Repubblicano, altra formazione centralista e terziposizionista. Ovviamente, su queste ultime formazione elencate, esistono accuse e critiche di vario genere. Quello che rileva in termini di analisi politica, è l’interesse sulla possibile crescita elettorale di questi ed altri movimenti nel prossimo futuro. Del resto, come ampiamente ribadito in alcune delle dissertazioni sul dualismo di Karl Gustav Jung, una tesi, un io, ha bisogno della “funzione simbolica” del suo opposto, per comporre il reale e le sue emanazioni rappresentative. Non esiste indipendenza senza centralismo e viceversa. Per ora il contraltare naturale alle istanze catalane è stato Mariano Rajoy. Prossimamente anche la Spagna potrebbe avere il suo “populismo”. 

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