Luci a San Siro si accederanno ancora una volta domani sera per il gran galà calcistico dell’anno, la finale di Champions League, che stavolta ha le fattezze del derby di Madrid tra il Real e l’Atletico.L’entusiasmo dei tifosi spagnoli già contagia una Milano impegnata negli gli ultimi colpi di campagna elettorale: che poi a prevalere saranno le merengues o i colchoneros, l’evento resta sempre una festa e così è da un quarto di secolo. Già, perché la prima finale con la formula Champions League fu disputata giusto venticinque anni fa, il 29 maggio 1991, a Bari, e venne vinta dalla Stella Rossa di Belgrado che per la prima volta arrivava sul tetto d’Europa.

E fu festa anche allora: un canto del cigno ben presto coperto dall’orrido rumore delle armi. Provo una certa inquietudine a ricordare quella sera al “San Nicola”. Mi ritorna in mente il clima surreale nel quale i giocatori e tifosi festeggiavano la conquista del trofeo, mentre la quotidianità del loro Paese raccontava di carri armati fuori dalle caserme e pronti ad essere usati.”Ieri hanno esultato solo i serbi, nel resto della Jugoslavia hanno tifato contro” scrissero l’indomani molti giornali europei a commento della gara. Era vero. E non si trattava purtroppo di una sana “gufata”: nell’allora Jugoslavia il forte vento secessionista stava per tramutarsi nell’uragano della guerra, e quella prima storica vittoria continentale di un club jugoslavo, composto anche da giocatori macedoni e croati (come la “stella” Robert Prosinecki), fu letteralmente snobbata in Croazia e Slovenia, pronte a dichiararsi indipendenti da Belgrado.

Mai, come nel caso jugoslavo, il calcio ha avuto la funzione di misurare la temperatura di un Paese che stava ormai collassando. L’indifferenza, per non dire l’avversione, con la quale al di fuori della Serbia venne accolta la vittoria della Stella Rossa rappresentò il segnale che ormai la malattia che aveva colpito la creatura del Maresciallo Tito aveva raggiunto la fase terminale. La Jugoslavia era malata da tempo, e il calcio ne aveva registrato costantemente il deteriorarsi della salute fin dagli anni Ottanta, quando la violenza da stadio era comparsa nel Paese balcanico con una connotazione prettamente etnico-politica.Eppure, quei segnali erano stati troppo superficialmente ignorati.

Nel 1985 le cronache locali relegarono a teppismo da curva i primi scontri tra i supporter più accesi delle due principali squadre di Belgrado, i Delije (termine traducibile come “Valorosi”) della Stella Rossa, e i Grobari (“Becchini”) del Partizan. Ma da tempo le curve jugoslave, soprattutto serbe e croate, avevano iniziato ad intendere il proprio ruolo diversamente da come fino ad allora era stato: non più a sostegno di una squadra di calcio, bensì di un’identità nazionale. Dopo la morte di Tito, questo nuovo modo di interpretare la propria appartenenza calcistica aveva attecchito in maniera particolare presso gli ultras della Stella Rossa in Serbia, che nella seconda metà del decennio abbracciarono in pieno l’ideologia “pan-serba” propugnata da Slobodan Milosevic, e in quelli della Dinamo Zagabria in Croazia, dove il nazionalismo anti-serbo, represso per molti decenni, stava rinascendo grazie alla spinta del leader indipendentista Franjo Tudjman.E così, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il calcio era assurto a simbolo di unità etnica e di divisione nazionale. Lo si comprese bene il 19 marzo 1989, in occasione dell’incontro a Belgrado tra i croati della Dinamo Zagabria ed il Partizan Belgrado, quando gli ultras di quest’ultima e i rivali storici della Stella Rossa stipularono addirittura una “santa alleanza serba” in ottica anti-croata. Il dopo-partita fu caratterizzato da violenti scontri per le strade della capitale, con ultras serbi da una parte e quelli croati dall’altra.

E pensare che i giocatori delle due squadre, sentendo un clima pesante intorno al match, erano entrati in campo tenendo uno striscione su cui era scritto “Jugoslavia”, in un disperato tentativo pacificatore…Il 6 maggio 1990 le elezioni locali in Croazia sancirono il trionfo dei nazionalisti dell’HDZ (l’Unione Democratica Croata) guidati da Tudjman: si trattò di un vero e proprio referendum sulla secessione dalla Jugoslavia, al quale la stragrande maggioranza dei croati rispose in maniera favorevole. La tensione con Belgrado salì così alle stelle proprio nella settimana che precedeva la partita tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa, in calendario per il 13 maggio, quando le squadre si sarebbero affrontate allo Stadio “Maksmir” di Zagabria.

I calciatori, quella maledetta domenica, la partita non la giocarono nemmeno. Non ne ebbero la possibilità.Per tutta la mattinata, prima che l’incontro avesse inizio, i supporters della Stella Rossa si resero protagonisti di gravi atti di violenza per le strade della città, abilmente guidati dal loro capo Zeliko Raznatovic, il futuro Comadante Arkan, che negli anni di lì a venire si sarebbe macchiato di orribili crimini di guerra assieme alle sue milizie, le famigerate “Tigri”, composte per la gran parte da ex ultras della squadra belgradese. L’interno dello stadio divenne campo di battaglia per mano dei Bad Blue Boys croati, impegnati nei corpo-a-corpo con i rivali serbi e con la polizia, in alcuni casi coadiuvati anche da qualche calciatore della Dinamo: tristemente famosa rimase l’immagine di Zvonimir Boban, futuro campione del Milan, che prende a calci un poliziotto impegnato a fermare un ultrà croato.

Chi quel giorno si trovava a Zagabria racconta di aver visto in anticipo ciò che sarebbe accaduto pochi mesi dopo: due eserciti, composti da tifosi, che si scontravano mossi dall’odio reciproco, tra slogan anti-croati da parte dei serbi (“Zagabria è Serbia”) e inni a Tudjman “liberatore” da parte dei croati. Il Bloody Sunday jugoslavo si concludeva a sera, con 60 feriti tra ultras e poliziotti. La Jugoslavia aveva vissuto quel giorno la “prova generale” della guerra, che sarebbe iniziata di lì a poco più di un anno: era il 25 giugno 1991 quando le batterie dell’Armija di Belgrado iniziarono a cannoneggiare Zagabria. Esattamente ventisette giorni dopo la notte magica (e surreale) del “San Nicola”.

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