Nel 1964 il generale Peter Young, comandante delle forze britanniche di stanza sull’isola di Cipro, disegnò una linea con una matita verde sulla mappa di Nicosia allo scopo di separare i quartieri greci e quelli turchi per evitare scontri etnici nella capitale. Da quel giorno la cartina politica dell’isola sarebbe diventata una sorta di maculata pelle di giaguaro. Dal momento dell’invasione turca del nord di Cipro, nel 1974, avvenuta in modo del tutto illegittimo e col pretesto di evitare una presunta annessione dell’isola alla Grecia dei colonnelli, quella linea verde è servita come demarcazione per il confine tra la parte meridionale e quella settentrionale di Cipro. Un confine che si estende per 180 chilometri da est a ovest e che sottrae alla vivibilità della terza isola più grande del mediterraneo oltre 350 km² di terreno: è la cosiddetta buffer-zone, la terra di nessuno.

Oltre alla Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta a livello internazionale solo da Ankara, si sottraggono alla giurisdizione cipriota altri due appezzamenti di terra: le basi militari di Akrotiri e Dhekelia, due enclavi britanniche. L’esercito di Sua Maestà ha anche l’incarico di presidiare il settore che copre una trentina di chilometri attorno a Nicosia. Il settore occidentale, invece, è controllato da un contingente argentino. Di quello orientale, infine, che è anche il più vasto (65 km), se ne occupano slovacchi e ungheresi.

Nella terra di nessuno

La buffer-zone, tuttavia, non è solo un fazzoletto di terra disabitato e abbandonato a se stesso con case diroccate e resort fatiscenti (il quartiere-fantasma di Famagosta ne è un esempio) ma contiene al suo interno alcuni agglomerati urbani in cui vivono circa 10mila persone. Il più importante di questi, nel distretto di Larnaca, è Athīenou, il cui nome, secondo la leggenda, deriverebbe da Atene, la città di provenienza dei primi insediati. Ben più piccolo ma simbolicamente unico nel suo genere è invece un altro villaggio incastonato nella terra di nessuno, Pyla. Il numero di abitanti è sensibilmente inferiore (1340) ma hanno la peculiarità di essere divisi quasi in parti uguali tra greco-ciprioti e turco-ciprioti. È in sostanza l’unico punto di tutta Cipro in cui le due comunità vivono a stretto contatto. Senza barriere, senza checkpoint, senza filo spinato.

Il nome deriva dalla parola pyli, che in greco significa “porta”, poiché rappresentava un punto di passaggio obbligato nella strada verso l’antica Salamis. E anche oggi, in effetti, si trova lungo l’unica superstrada che da Limassol e Larnaca conduce alla costa est. Dall’asfalto a scorrimento veloce, tuttavia, è impossibile capire dove finisce Cipro e dove inizia questa sorta di Paese di mezzo. Accedendo a Pyla dal litorale, invece, il colpo d’occhio è ben più interessante. Così come le zone limitrofe, anche Pyla ha conosciuto una fase di sviluppo dovuto soprattutto all’agricoltura, ed è facile incontrare vigneti e oliveti tenuti tutt’ora in modo maniacale.

Finché non ci si avventura verso il centro del villaggio, in effetti, potrebbe sembrare una cittadina qualsiasi del sud dell’isola. E invece, la differenza di stili urbanistici si fa man mano più visibile: case greche con grandi terrazze e archi aperti da una parte, abitazioni turche più nascoste e raccolte dall’altra. Idiomi che si mescolano. Un minareto che svetta di fronte a una basilica ortodossa. La piazza principale, poi, fuga ogni dubbio.

Gli uffici, i palazzi dei consigli comunali, i luoghi di culto, i bar e i locali sono separati. A sinistra quelli turcofoni, a destra quelli ellenici. In bella mostra, a scanso di equivoci, la bandiera bianca che segnala il presidio fisso dell’Onu. Uno per ogni lato della strada. In teoria i caschi bianchi non sarebbero solo in servizio a Pyla, ma in altri 3 villaggi ciprioti finiti nella zona cuscinetto: la succitata Athienou, Troulloi e Deneia. Ma Pyla è “la porta” che mette in connessione le due comunità, e merita un’attenzione particolare. Qui bambini locali frequentano una scuola turca o greca, la giurisdizione in caso di crimini viene operata dall’Onu coordinandosi con i due diversi comandi di polizia locale, la gente circola su auto con targhe diverse. Gli stessi ciprioti considerano gli abitanti di Pyla una sorta di “razza a parte”, dove la vita scorre lieta pur se divisa con l’ospite ingombrante.

Nella taverna greca che domina la piazzetta, Makedonia, tra i tavoli che arredano la veranda trionfalmente dipinta di bianco e di blu, ci si ritrova seduti anche accanto a qualche turco. Forse c’è addirittura più affluenza di turchi qui che nella vicina Pile Türk Kahvehanesi, quasi totalmente tinta di rosso. Ma niente risse, si guarda la tv (che trasmette canali in doppia lingua) o si gioca a belote.

Un villaggio antipolitico

Il dna “inclusivo” di Pyla lo si fa risalire sin dai tempi della dominazione ottomana. Quando nel 1571 i turchi presero il controllo dell’isola, infatti, per qualche ragione lasciarono a Pyla gli stessi amministratori della Repubblica di Venezia. Con ogni probabilità le tradizioni sono sopravvissute da allora e lo stile di vita di due culture, una locale e una straniera, insieme nello stesso villaggio è diventato la normalità. Gli stessi residenti non comprendono granché bene il motivo per cui dovrebbero entrare in conflitto con “l’altro”.

Rispondono che il passato è passato, che le istanze delle grandi potenze dovrebbero rimanere fuori da Cipro e che, pur se turcofoni o ellenici, i ciprioti restano pur sempre tutti ciprioti: “Semmai la riunificazione dovesse avvenire – hanno commentato di recente alcuni di loro – non sarà certo fra due entità alla pari, ma si svilupperà come integrazione di una minoranza nell’organizzazione della sola Cipro riconosciuta a livello internazionale: la nostra repubblica democratica e presidenziale”.

Si pensa che Pyla sia stato un insediamento fin dalla prima e media età del bronzo (2400-1700 a.C.). Gli antichi edifici residenziali e le necropoli della regione si trovano a sud, verso la costa. L’unica attrazione turistica rimasta in città è una Torre Veneziana in pietra, costruita nel Medioevo per proteggere l’insediamento dalle incursioni dei Saraceni (una di queste, quella del 1425 è citata nelle cronache di Leontios Machairas). Nell’antichità l’ingresso era probabilmente ornato da un ponte sospeso o da una scala di legno. Oggi si accede da una scala metallica. All’interno non c’è nulla, ma avventurandosi su altri pioli (stavolta in legno) si arriva fino alle stanze superiori, da dove con la vista si domina il villaggio e la contrapposizione tra moschee e chiese, tra bandiere contrapposte e edifici diversi che si scrutano diventa davvero impressionante. Non c’è traccia di turisti, né di avventurieri, né di qualche oligarca giunto a Cipro per comprare un visto dell’Unione europea a suon di milioni di euro (un minimo di 2, fino a qualche mese fa, era sufficiente per garantire uno dei golden visas più ambiti del mondo). Oltre all’ovvia affluenza cospicua dal Regno Unito, infatti, russi, arabi, cinesi sono presenti in massa, ma più concentrati nelle zone costiere più in di Pafo o Agia Napa. Pyla è e rimane un mondo a parte. Fuori dal tempo, fuori dalle criticità politiche, fuori dalla vita mondana. È un villaggio di ciprioti per ciprioti, dove l’incontro è opzionale, volontario, quasi mai necessario. In alcun modo forzato.

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