Era il 1946 quando Winston Churcill, diede vita all’espressione “cortina di ferro” per descrivere la cesura calata tra i due blocchi, da Stettino fino a Trieste. 73 anni dopo, quell’aria impalpabile di separazione e di invalicabilità viaggia nell’etere a suon di bite lasciandosi dietro sistemi vetusti come muri, frontiere e check point: perché nel Terzo Millennio la difesa della sovranità passa dalle maglie fittissime di internet, la grande rete mondiale che proprio in questi giorni ha spento le 50 candeline. Ed è di venerdì scorso la notizia della nascita di un nuovo muro di Berlino digitale che porterà Mosca a realizzare un’internet indipendente, chiusa e completamente russa, con la pretestuosa motivazione di prevenire gli attacchi esterni.

Cos’è RuNet

Ma facciamo un passo indietro. La legge in questione, definita “internet sovrano”, era in lavorazione da anni, per poi essere approvata a marzo ed infine ricevere il placet del presidente russo Vladimir Putin. La ragione pubblica del provvedimento è “disconnettere la Russia dal World Wide Web se ‘necessario’, per difendere lo stato in caso di minacce alla stabilità, sicurezza e integrità del funzionamento di Internet e della rete di comunicazione pubblica”. La nascita dell’internet russo (RuNet) tecnicamente consentirebbe a Roskomnadzor (l’agenzia di telecomunicazioni russa) di chiudere il Paese allo scambio di traffico esterno nel caso in cui una potenza straniera (gli Stati Uniti?) interferisse con il cyberspazio russo. Se il provvedimento è abbastanza lapidario, le modalità di funzionamento lo sono molto meno, tanto da scatenare accuse di isolazionismo e censura soprattutto dall’interno del Paese, ove attivisti  e comuni cittadini gridano alla nascita di un sistema China style volto a censurare, reindirizzare e disattivare ogni qual volta compaiano in rete contenuti pubblicamente sensibili. Per realizzare questo macchinoso sistema di controllo la legge chiede a tutti i fornitori di servizi internet di installare hardware forniti proprio da Roskomnadzor: questo permetterebbe un sistema di controllo ed elaborazione dei dati prima che questi vengano inviati in rete, proprio come nel caso del Great Firewall cinese, filtrando contenuti potenzialmente dannosi. Al momento, i vertici di Roskomnadzor fanno sapere che tutti i fornitori di servizi web in Russia hanno accettato di conformarsi al provvedimento, inaugurando una fase di test locali del sistema. Il primo grande test sarebbe avvenuto lo scorso 1 novembre e, secondo quanto affermato da Medvedev vi sarà almeno un’esercitazione di questo tipo all’anno e, se dovesse essere necessario, anche più di una, sotto l’egida del Ministero delle Comunicazioni ed il Ministero della Difesa. Un provvedimento che va a completare una serie di leggi molto stringenti in materia di utilizzo del web: proprio all’inizio di quest’anno il governo russo aveva introdotto nuove norme che consentono di multare o incarcerare coloro i quali diffondo fake news o sbeffeggiano l’attuale Politburo russo.

Censura, geopolitica  e contenimento atlantico

Ma chi stabilisce a Mosca cosa sia fake news e cosa no? Ecco, appunto, il dramma politico che si palesa all’orizzonte: il provvedimento, infatti, ha scatenato immediatamente le proteste di attivisti e utenti comuni: nel caso russo si tratta di ben 100 milioni di utenti, sparsi in un territorio vastissimo e che chiedono una rete non isolazionista, senza censura ma soprattutto aperta ai nuovi sistemi di comunicazione. L’anno scorso il governo russo si era scagliato contro Telegram perché la società si era rifiutata di fornire le proprie chiavi di crittografia: sebbene fosse stato imposto l’embargo attorno alla piattaforma e al suo servizio di messaggeria, gli stessi vertici di Telegram avevano dichiarato di essere riusciti abilmente ad aggirare il divieto: lo dimostra il fatto che la piattaforma sembra ancora essere disponibile oltre gli Urali. Ma se il web-cappio si stringe ancor di più attorno ai cittadini russi, le implicazioni economiche e politiche dell’operazione sono numerose: sebbene Mosca, rispetto a Pechino, aveva optato per un sistema leggermente più libero, ora si tratta di imbarcarsi su una strada complessa che travalica la censura e la paura di attacchi esterni. Il timore numero uno è anche e soprattutto economico: Mosca si rifiuta di fare affidamento sulla tecnologia americana, scegliendo inoltre di scagliarsi contro colossi come Apple, Google e Facebook che, negli ultimi anni, sono stati strumento di crescita economica e volano commerciale per numerose attività. Scegliere la strada del web isolazionismo significherà anche reprimere la crescita e soffocare il commercio in nome della sicurezza nazionale.

Ciò che più sconvolge, sono le dimensioni che l’Internet chiuso (un ossimoro) sta assumendo nel mondo: Pechino e Mosca stanno dimostrando che l’American way of internet ha un’alternativa, un’altra metà oscura che si può aprire e chiudere selettivamente come una diga. Le due potenze, al momento, costituiscono un sistema web alternativo a quello esistente che però insiste su una popolazione complessiva di quasi un miliardo e mezzo di persone (Cina + Russia): ciò significa che un quinto della popolazione mondiale sta già trincerandosi dentro un Internet B invalicabile e censore. Inoltre, non bisogna fare l’errore di credere che la strategia di Putin “soffi solo nel vento”: la mossa di RuNet è un tassello nella nuova geopolitica russa di contenimento atlantico che comprende le grandi manovre strategiche che si estendono dal Mar Caspio al Mar Nero, passando per un rafforzamento dei legami, anche energetici, con l’Iran.

Nel 1963, dopo la felice conclusione della crisi di Cuba, Mosca e Washington inaugurarono la nascita della linea rossa, una linea telefonica diretta che potesse tenere aperte le comunicazioni anche nei momenti di peggiore crisi. Sessant’anni dopo, un nuovo muro di Berlino cerca di silenziare il web, la più grande rivoluzione dei nostri tempi.