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Nazionalismi

Putin compatta la Russia alle sue spalle. Ma il difficile viene ora…

Vladimir Putin è allo zenit del suo potere. Con l’aiuto di una procedura di condizionamento della selezione dei candidati tesa a togliere spazio agli oppositori, di una macchina mediatico-propagandistica tutta a favore dell’apparato statale e di un clima di mobilitazione...
Putin Russia (La Presse)

Vladimir Putin è allo zenit del suo potere. Con l’aiuto di una procedura di condizionamento della selezione dei candidati tesa a togliere spazio agli oppositori, di una macchina mediatico-propagandistica tutta a favore dell’apparato statale e di un clima di mobilitazione bellico e anti-occidentale ai massimi nella Russia post-sovietica il presidente ha conquistato alle urne il suo quinto mandato e potrà governare fino al 2030.

Alla vigilia delle elezioni, scrivevamo che il vero test di Putin non era la (scontata) rielezione in sé, quanto piuttosto la corsa a sovraperformare il risultato del 2018 sui fronti della mobilitazione dell’elettorato, della percentuale di voti ottenuti e del numero assoluto di suffragi. In Russia la combinazione “magica” per Putin è stata individuata nella formula “70 per 70”: ovvero superare il 70% dei suffragi in un’elezione col 70% dei votanti. Garanzia per superare la maggioranza assoluta delle preferenze nell’elettorato.

Putin nel 2018 aveva raccolto il 77,5% dei voti con un’affluenza del 67,5% e 56,4 milioni di voti. Nelle presidenziali condotte nella Russia in guerra ed estese ai territori occupati in Ucraina Putin può legittimamente reclamare un trionfo: l’affluenza è volata al 74,22%, oltre 6,7 punti sopra il 2018. Putin ha ottenuto l’87,34%, il miglior risultato mai conseguito, con 74,6 milioni di voti. Ovvero 20 milioni di suffragi in più in sei anni. Al netto di ogni legittima critica sulla natura repressiva e autocratica del regime di Mosca, è chiaro che appare difficile spiegare unicamente con la coercizione questo risultato. Putin ha avuto una torsione plebiscitaria alla Napoleone III, desiderando presentarsi come “imperatore” incoronato dal popolo. Ora potrà governare fino al 2030 arrivando a toccare i 31 anni al potere tra fasi da premier e periodi da presidente come in Russia solo Josif Stalin è riuscito a durare dal crollo dell’Impero zarista in avanti. E potrà reclamare di avere un Paese compatto alle sue spalle.

Una compattezza che non significa ovviamente, in molti casi, cieca adesione all’ideologia nazionalista e conservatrice di Putin. O non va confusa con sostegno alle politiche espansioniste condotte in Ucraina. Molto spesso, si tratta di un consenso figlio della dura condizione in cui si trova la Russia nella scena internazionale e del conseguente cortocircuito delle relazioni con l’Occidente. Causa di un riallineamento del popolo russo attorno al suo leader che è costante della storia del Paese euro-asiatico.

Putin, insomma, ha un Paese alle spalle che per ora non esprime, in alcuna forma, un tipo di opposizione maggioritaria alla politica del Cremlino che possa ottenere risultati in ambiti che non siano meta-politici, come era riuscita a fare con discreti risultati la Fondazione anti-corruzione di Aleksej Navalny, recentemente scomparso. Il presidente russo si trova di fronte ora l’orizzonte di sei anni di presidenza in cui però il difficile deve ancora venire: c’è da cercare una soluzione alla guerra in Ucraina, dove lo stallo strategico allontana la prospettiva di un certo vincitore militare sul terreno; si dovrà capire il futuro dell’economia nazionale dopo il decoupling energetico dell’Occidente da Mosca e dopo che con il termine del conflitto Mosca si troverà a dover riconvertire dall’industria bellica a quella ordinaria il suo sistema produttivo: ad oggi le spese militari spingono Pil e produzione, ma nel dopoguerra sarà così ancora? Difficile dirlo.

Putin deve poi capire come iniziare a fare ordine nel suo sistema di potere e iniziare ad aprire la strada a una possibile ricerca di una rosa di successori che impediscano ciò che più volte in Russia, dalla morte di Pietro il Grande (1725) a quella di Stalin (1953) è successo quando fasi di potere di “sovrani” di lunga durata si concludevano, o che è andato in scena alla fine dell’Unione Sovietica: l’apertura di contenziosi, spesso brutali, tra gruppi di potere e apparati. Sei anni dopo il voto del 2018 e due anni dopo l’inizio della guerra in Ucraina Putin è più forte e più saldo. Ma lo stesso si può dire della Russia? Questo non è scontato. E saranno i prossimi anni a decidere di questi processi. E del futuro della Russia come potenza di rango internazionale.

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