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Il fronte separatista catalano è spaccato. Il ritardo del discorso di Puigdemontsulla secessione della Catalogna, sarebbe stato relativo all’intervento di “mediatori internazionali”. Possibile, com’è ormai certo, invece, che non tutti i secessionisti abbiano la stessa visione sul destino di quei territori. Il tentennare del presidente della Generalitat de Catalunya, insomma, nascondeva anche un’altra questione di rilevo, oltre alle pressioni internazionali. Quanto detto durante il suo discorso ha decisamente rafforzato questa ipotesi. Già il quotidiano La Vanguardia, poche ore prima del tentennamento, aveva pubblicato un articolonel quale si sosteneva che non tutti i leader catalani fossero d’accordo con la proclamazione della dichiarazione d’indipendenza: “Queste discrepanze sono più accentuate all’interno del Partito democratico europeo catalano (Pdecat) di Puigdemont. Nel partito erede di Convergència i uniò alcuni vorrebbero convocare elezioni anticipate, ma nessuno esce allo scoperto per timore di essere accusato di indecisione”, si legge su Formiche.net. La possibilità che si voti anticipatamente, in effetti, si scontra con quella per cui il governo centrale spagnolo metta fuori legge i partiti separatisti, ponendo così la parola fine alle loro rivendicazioni.

Gli strumenti legislativi di Madridmantengono intatta la loro forza giuridica prescindendo dai desiderata di Puigdemont e compagni. Dopo gli arresti del 20 settembre, i separatisti si sono naturalmente divisi in due correnti di pensiero: coloro che ritengono necessario proseguire per mezzo della dichiarazione unilaterale d’indipendenza e quanti vorrebbero riaprire il dialogo con il governo centrale. Sulla base del contenuto del discorso di Puigdemont, si può facilmente dedurre che abbiano vinto i secondi. Nel Pdecat, inoltre, sarebbe sorta un’ulteriore preoccupazione, subito dopo lo svolgimento del referendum, scatenata dall’abbandono del territorio catalano di due banche e di alcune aziende. Posizioni di principio, questioni d’economia interna, paure e realismo condiscono un quadro da cui la battaglia per l’indipendenza catalana esce quantomeno ridimensionata. A questo, poi, si aggiunga che si stanno man mano delineando i ruoli svolti dai gruppi estremisti in questa partita. Solo nella giornata di ieri, è emerso questo piano segreto, che prevedeva la guerra come arma d’innesco per la secessione. 

Una mancanza di unità interna, quindi, ha fatto franare i piani del politico spagnolo, che per mezzo della stessa dichiarazione è riuscito prima ad emanare e poi a sospendere l’indipendenza catalana. Un unicum storico, con ogni probabilità. Nel precedente del 1934, Lluis Companys proclamò la repubblica catalana. Quest’ultima durò poche ore, poi Companys venne prima arrestato dalla Gestapo e poi fucilato dai franchisti, ma in quel caso da parte dei secessionisti non ci fu alcun tentennamento sulla bontà dell’indipendenza. Ma tra le forze secessioniste catalane, in questa circostanza, si diceva, non c’è unità dì’intenti. Esquerra Republicana de Catalunya, il partito di cui Companys fu il leader, è contrario a qualunque tipo di mediazione,  le organizzazioni civili, invece, sono spaccate a metà esattamente come il Pdecat, la Chiesa catalana, a sua volta, è divisa tra chi ha apertamente sostenuto il referendum (un appello firmato da più di duecento membri del clero catalano) e chi invece ha invitato sacerdoti e vescovi a non prendere posizioni ufficiali, come il vescovo di Tarragona Jaume Puyol. Il fronte separatista, insomma, non è un blocco marmoreo. E questo, sommato alla forza dimostrata dai contrari mediante la manifestazione del 9 ottobre e alla possibilità che dentro i secessionisti si nascondano frange estremiste in grado di destrutturare qualunque narrativa sulla innocuità del processo di secessione, ha segnato il fallimento su tutta la linea dell’ex sindaco di Girona. 

Gli stessi Mossos d’Esquadra, così come i funzionari pubblici, non si sono rivelati essere uniti per l’indipendenza. I cittadini catalani contrari, infine, sono milioni, per quanto Puigdemont con il referendum abbia provato a dimostrare il contrario. La “balcanizzazione” della Spagna, in definitiva, interessa troppe distinte fasce sociali per poter essere interpretata da tutti nella stessa maniera. Sinistra antidemocratica, sinistra anticlericale, sinistra libertaria, cattolici di sinistra, centristi secessionisti e cittadini d’estrazione borghese hanno provato a trovare una sintesi nel filologo catalano che voleva entrare nella storia, ognuno secondo il suo punto di vista. Puigdemont non è riuscito a tenerli insieme e loro non hanno individuato una soluzione comune al problema posto. Così sembra essere definitivamente terminata la diatriba internazionale sull’indipendenza catalana.