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Come in ogni elezione in questi ultimi anni, ci si domanda se anche nel caso del voto della secessione catalana vi possa essere una distinzione netta fra provincia e città. Gli ultimi appuntamenti elettorali in tutta l’Europa, ma anche nel mondo, hanno dimostrato che questa distanza esiste. C’è una provincia profonda, rurale ma anche industriale, che chiede un cambio di registro, che vota per la rottura rispetto allo status-quo e che, fin troppo facilmente, viene additata come “pancia” del Paese. Brexit, in questo senso, è stato l’ariete di sfondamento di una certa cultura mainstream che ha ritenuto di poter definire un voto di protesta come voto di una società ignorante rispetto al voto “illuminato” di coloro che hanno votato per rimanere all’interno dell’Unione europea.

In Catalogna le cose non sono apparse diverse soprattutto nel referendum del 2014, quello che viene comunemente chiamato del 9-N, dove “9-N” sta per 9 novembre, anche se con alcune peculiarità. In quel caso, non ci fu una partecipazione massiva al referendum – votò più o meno un terzo degli aventi diritto – ma fu comunque esplicativo della percezione del voto secessionista nelle differenti province catalane. Due furono le comarche in cui la partecipazione fu più alta: Priorat (63,2%) e Pla de l’Estany (60,2%). Nessuna delle due, evidentemente, rappresenta Barcellona o le altre città più grandi della Catalogna. A Barcellona, in quel caso, la partecipazione arrivò al 32.43. Delle 27 città che superano i 42mila abitanti, afferma il Centro de Estudios de Opinión della Generalitat catalana, nessuno ha avuto una maggioranza favorevole all’indipendenza. Addirittura Girona, storicamente feudo del secessionismo, quella volta ebbe una partecipazione all’interno della sua comarca che arrivò solo al 44%.

Per quanto riguarda il referendum di quest’anno, un dato è esplicativo. Badalona, con i suoi 215mila abitanti circa, è la città più popolosa di Catalogna ad aver dato ufficialmente l’assenso agli organizzatori del referendum per avere locali pubblici per esercitare il diritto di voto. Non l’ha fatto il sindaco di Barcellona, Ada Colau, che si è divincolata parlando di un generico vincolo di mandato per cui è rappresentante di una città e non di un movimento. Non lo ha fatto Tarragona, che tra le altre cose è una delle città dove si registrò l’affluenza più bassa alle urne nel 2014. E non lo ha fatto il sindaco di Lleida, che anzi, è stato tra i primi sindaci – pochissimi in realtà – ad aver rifiutato pubblicamente la consegna di locali pubblici agli organizzatori del voto secessionista. Anche Terrassa, con i suoi 215mila abitanti, ha rifiutato l’adesione al progetto. I motivi sono molteplici. Da una parte, va detto che nelle città più grandi non governano partiti indipendentisti, ma coalizioni di governo dove c’è ancora una componente socialista che non vuole la divisione della Spagna. In altri casi, c’è la paura di essere messi sotto processo per sedizione. In altri casi, tuttavia c’è anche contrarietà al referendum perché si sa di avere una cittadinanza che vuole il referendum.

Cosa ben diversa per le cittadine più piccole e anche le zone rurali, dove spesso stravincono i partiti indipendentisti e dove al referendum del 2014 ci fu una più ampia partecipazione popolare. Esistono paesini, dove il 100% degli elettori andò al voto e votò “sì” all’indipendenza. I motivi per cui questo accade sono tanti. Quello che si percepisce da subito è che il sentimento indipendentista è trainante in città dove l’immigrazione interna spagnola è stata minima e dove il catalanismo è più radicato nella cultura e nella storia. Nelle città più grandi, molti spagnoli, specialmente del sud, arrivarono negli anni per lavorare nelle fabbriche, nei porti e nelle aziende catalane, e questo ha creato uno strato sociale di emigranti che non possono, naturalmente, avere a cuore la secessione. Per altri versi, le città più grandi vivono anche un senso di sfiducia verso il distacco per il timore delle conseguenze economiche. Cosa che invece non hanno nelle cittadine, dove il sentimento culturale predomina sul calcolo economico e politico. In molti, soprattutto in provincia, vivono una sorta di realtà parallela rispetto ala metropoli. Esistono provincie in cui la secessione sembra già qualcosa di avvenuto, con nomi, lingua, strade e scuole completamente catalane e senza alcun segno di appartenenza alla Spagna. E questo, unito a un sentimento di rivalsa contro lo Stato centrale, crea un terreno perfetto per la secessione.

C’è però da dire che nelle città più grandi esiste un movimento culturale, specialmente di estrema sinistra o anche soltanto di sinistra intellettuale che vede nel referendum una soluzione per redimere la città non da Madrid, ma sostanzialmente dal passato franchista e dal presente conservatore. Quello che traspare in alcuni discorsi soprattutto a Barcellona, è che esista una frangia di sinistra della Catalogna che più che contro la Spagna voterà contro il potere in Spagna, che è oggi rappresentato dal governo Rajoy, e prima ancora da Zapatero e Aznar. Questo potrebbe cambiare le carte in tavola nelle metropoli. Se prevale il senso di contrarietà alle destre, è possibile che molti cittadini si rechino alle urne come voto di protesta contro il centralismo di Madrid e contro il governo, rovesciando quello che avvenne nel 2014, quando al voto si recò in massa la provincia, ma non la grande città. Bisognerà comprendere se la cosiddetta “maggioranza silenziosa” sarà trainante o trainata rispetto ai richiami all’indipendenza.

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