La Polonia ha recentemente assestato un nuovo schiaffo all’Unione europea dopo che la Corte costituzionale polacca ha decretato che alcuni articoli dei Trattati sono “incompatibili” con la Costituzione del Paese e che l’Ue va “oltre le proprie competenze”. Varsavia è, assieme all’Ungheria di Viktor Orban intenta in un vero e proprio braccio di ferro che potrebbe, in prospettiva portare al preludio di una rottura e, secondo alcuni analisti, addirittura alla prospettiva di un’uscita dei due Paesi dal gruppo dei ventisette.

Lo strappo polacco

La Polonia, in quest’ottica, potrebbe aver impresso alla divisione uno strappo decisivo. Non tanto per la scelta in sé, sia ben chiaro: è tipico che su determinate questioni le supreme corti delle nazioni europee impongano i cosiddetti controlimiti per delineare zone di non prevalenza del diritto comunitario su quello degli ordinamenti nazionali.

L’idea del primato del diritto Ue, sottolinea StartMag, è di derivazione giurisprudenziale e “risale al 1964, alla sentenza Costa contro Enel, e in qualche occasione è stata messa in dubbio: al netto del caso del Regno Unito  – che ha preferito uscire direttamente dal perimetro del diritto comune  – dalla stessa Corte costituzionale tedesca”, il “terzo grado” comunitario con sede a Karlsruhe che “prima con la sentenza Lisbona del 2009 che aveva affermato un limite alle competenze dell’Unione, e poi con la sentenza del 5 maggio 2020 sul Quantitative Easing che l’avrebbe violato”.

L’Italia, a sua volta, non è stata esente da casi del genere. La ratio dello scontro sta piuttosto nel contenuto esplicito della sentenza polacca, che è arrivata a ricusare due pilastri dell’ordinamento Ue: gli articoli 2 e 19 del Trattato sull’Unione Europea. L’articolo 19 è quello che “assicura il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati” e poggia a sua volta sull’articolo 2, per cui l’Unione si fonda sul rispetto dello stato di diritto. Tale dispositivo è stato utilizzato, negli scorsi anni, per colpire Ungheria e Polonia dopo l’ascesa al potere di Fidesz, il partito di Orban, e di Giustizia e Libertà (PiS), la formazione catto-conservatrice guidata da Jaroslaw Kaczynski al potere a Varsavia.

Quella giudiziaria è la prima ferita aperta nei rapporti tra le due principali capitali del gruppo Visegrad e Bruxelles. Orban e Kaczynski si sono da sempre fatti portavoce di una visione illiberale della democrazia che rappresenta un’anomalia nel quadro dei trattati europei cui i rispettivi Paesi hanno aderito nel 2004, ritenendo che la logica della supremazia del diritto europeo possa essere il cavallo di Troia con cui la magistratura, ritenuta corpo estraneo al loro potere politico, possa far entrare le istanze del progressismo, di una cultura ritenuta ostile e degli obblighi di accoglienza ai migranti e apertura totale all’ideologia Lgbt avversate da Varsavia e Budapest.

Il braccio di ferro su ambiente e energia

La magistratura è stata messa sotto controllo e “occupata” da Fidesz e PiS, che hanno avuto scontri con Bruxelles sul tema dello Stato di diritto. La sensibilità polacca ed ungherese verso queste dinamiche è indubbiamente aumentata dal fatto che negli anni Novanta la magistratura fu il corpo dello Stato che, nell’era post-comunista, a colpi di sentenze e ordinanze spalancò le porte del Paese al Far West neoliberista travestito da rule of law, ma chiaramente Bruxelles accusa Polonia e Ungheria di essersi spinte troppo oltre. Ma non è solo questo a dividere il centro dell’Europa dalle sue principali capitali dell’Est.

Un secondo punto di conflitto è quello delle politiche ambientali ed energetiche, per quanto in questo campo la critica di Varsavia e Bruxelles diverga nella forma pur convergendo nella sostanza. Sia la Polonia che l’Ungheria, quest’ultima nel pieno della crisi energetica per bocca dello stesso Orban, hanno accusato Bruxelles di voler creare le premesse di una destabilizzazione dell’economia europea con il piano per la svolta ecologica Fit for 55. La Polonia punta ancora con decisione sulle sue abbondanti riserve di carbone, mentre Orban vuole cercare un autonomo compromesso con la Russia sia sul fronte del gas naturale che nell’ambito del nucleare.

Alla Polonia, in particolare, la battaglia giudiziaria dà una sponda anche su questo fronte: disconoscere la diretta applicabilità del diritto Ue sul suolo polacco significa anche depotenziare il peso della multa inflitta il 20 settembre 2021 dalla Corte di Giustizia a Varsavia per il mancato adeguamento ambientale per la miniera di carbone Turow, un sito di 20 chilometri quadrati a cielo aperto, in cui il carbone è estratto fino a 200 metri di profondità e che fornisce il 7% del fabbisogno nazionale.

Idee diverse per l’Europa

Vi è poi una tendenza di Polonia e Ungheria a giocare di squadra per fare il “pendolo” di fronte ai propositi che vogliono creare un’Europa più stretta e coesa. I due Paesi non sono ad esempio caldi di fronte ai propositi di un’autonomia strategica europea e, al contempo, sul fronte del Recovery Fund hanno giocato una partita complessa, dapprima schierandosi con i falchi rigoristi temendo che Next Generation Eu compromettesse i loro fondi di coesione e in seguito lottando per evitare un condizionamento della loro erogazione alle clausole sullo Stato di diritto.

Vi è, infine, la madre di tutte le battaglie, quella valoriale, che nell’ottica delle capitali “ribelli” giustifica l’irrigidimento con Bruxelles. Conservatrici, nazionaliste, identitarie, governate da partiti che non lesinano nel ribadire la valenza storica e simbolica (e in certi casi nello strumentalizzare) della tradizione sociale, politica, religiosa dei rispettivi Paesi, Polonia e Ungheria vivono in una dimensione storica irriducibile all’attuale sistema europeo che, di fatto, è plasmato a immagine delle sviluppate democrazie dell’Occidente. La sfida e l’incomprensione reciproca nascono da diverse visioni del mondo e da una complessità che l’Europa fatica a ricondurre a unità. E mano a mano che, partendo dalla Polonia, i fattori di scontro e divisione aumentano il futuro della permanenza di Budapest e Varsavia nell’Ue è sempre più incerto.