“Il nazionalismo non se ne andrà. La sfida, dunque, è quella di riconoscere i suoi pregi e limitare i suoi difetti. Ciò è, ovviamente, più facile a dirsi che a farsi, ma quantomeno il suo potere e la sua persistenza devono essere riconosciuti e rispettati. Tra le altre cose, un rispetto per il potere del nazionalismo scoraggerebbe gli stati potenti nel credere di poter ridisegnare il mondo a proprio piacimento”. È ciò che scrive Stephen M. Walt, docente di politica internazionale presso la John F. Kennedy School of Government dell’Università Harvard, già intervistato da questa testata, in un articolo pubblicato di recente su Foreign Policy. 

La tesi del professor Walt è che il nazionalismo, piaccia o meno, rappresenta un’ideologia enormemente potente, che non può essere ignorata né sconfitta. Questo comporta una presa di coscienza necessaria per avere una visione chiara e non distorta della politica internazionale. “Nel 2011 ho scritto un articolo per Foreign Policy riguardo la forza più potente del mondo. Ciò che avevo mente non era la deterrenza nucleare, internet, Dio, Lady Gaga o il mercato azionario. Era il nazionalismo” sottolinea Walt. “L’idea che gli umani formino distinte tribù basate su una lingua, una cultura e un’etnia comune, e che tali gruppi siano capaci di governare sé stessi, ha modificato la storia degli ultimi 500 anni in modi che molte persone ancora non apprezzano del tutto”. Da allora, sottolinea il politologo, “niente mi ha fatto cambiare idea. Anzi, oggi è ancora più importante capire il nazionalismo. È stato il nazionalismo – e, nello specifico, un desiderio di riconquistare la sovranità nazionale perduta – che ha spinto gli inglesi a lasciare l’Unione Europea”.

Perché il nazionalismo è la forza più potente del mondo

Il nazionalismo gode di ottima salute in tutto il globo. Ha aiutato Donald Trump a vincere le elezioni ed è centrale, sottolinea Stephen M. Walt, “negli ambiziosi sforzi del presidente cinese Xi Jinping nel rendere la Cina un leader mondiale, ed è il tratto che accomuna i politici di destra in Francia, Austria, Italia, Ungheria e Polonia. Ovunque si volti lo sguardo, infatti, si può scorgere il nazionalismo in funzione”. Ma qual è il segreto del suo successo? “Tanto per cominciare, gli umani sono animali sociali. Dal momento in cui nasciamo, apparteniamo a qualche sorta di comunità – una famiglia, una tribù, un villaggio, una provincia e, oggi, una nazione. Poiché dipendiamo dalle persone attorno a noi fin dal primo istante di vita, gli umani si sono evoluti in esseri molto sensibili nel distinguere ciò che è dentro il gruppo da ciò che è fuori. Essere in grado di identificare rapidamente gli amici e i nemici, un tempo, era necessario per la sopravvivenza”.

I tratti definitivi che distinguono una nazione dall’altra possono variare, afferma Walt, “ma di solito includono una lingua comune, una cultura condivisa, un’origine territoriale, una narrativa condivisa riguardo un passato collettivo. Cosa più importante, una nazione è un gruppo di persone che concepisce sé stesso come costitutivo di una comunità unica, con una particolare identità”. Riprendendo le tesi esplorate dal professor John J. Mearsheimer nel suo ultimo libro The Great Delusion. Liberal Dreams and International Realities (Yale, 2018), Walt sottolinea come il nazionalismo rappresenti un’ideologia politica enormemente potente, che riguarda la divisione del mondo in un’ampia varietà di nazioni, che sono formidabili unità sociali, ciascuna con una cultura distinta. Ogni nazione preferirebbe avere un proprio stato, anche se non tutti possono averlo e i gruppi nazionali privi di uno esso “sono più vulnerabili alla conquista, alla persecuzione o all’assimilazione”.

In buona sostanza, nel mondo moderno le nazioni vogliono i propri stati per assicurarsi la sopravvivenza e l’autonomia. Gli stati promuovono il nazionalismo per rinforzarsi e conservare la propria indipendenza. Soprattutto al di fuori al di fuori dell’Ue. Il nazionalismo, infatti, scrive Mearsheimer, “ha avuto il suo più grande impatto sulla sovranità al di fuori dell’Europa, dove ha contribuito a facilitare la decolonizzazione nel ventesimo secolo, concentrando grande attenzione sui principi di autodeterminazione e non intervento. In effetti, ha aiutato a delegittimare gli imperi. Non sorprende che i Paesi che una volta erano vittime dell’imperialismo europeo oggi sostengano il concetto di sovranità”.

La visione distorta dei liberal

La tesi realista di Walt sul nazionalismo si contrappone a quelle liberali, che sostengono invece che un alto livello di interdipendenza tra stati renda improbabile il conflitto tra di essi. La radice della stabilità, stando a questa teoria, sostiene John J. Mearsheimer nel suo The Tragedy of Great Power Politics, “è la creazione e il mantenimento di un ordine economico liberale che permetta il libero scambio economico tra stati”. La seconda teoria, quella della pace democratica, scrive sempre Mearsheimer, “afferma che una democrazia non scende in guerra contro altre democrazie. Ne consegue che un mondo di soli stati democratici sarebbe un mondo senza guerra”. Infine, “i liberali sostengono che le istituzioni internazionali migliorano le prospettive di cooperazione tra gli stati e in tal modo riducono sensibilmente le probabilità di guerra”.

Queste teorie sottovalutano notevolmente gli effetti e l’importanza fondamentale del nazionalismo e non tengono conto dell’anarchia del sistema internazionale, che incoraggia i calcoli di potenza e la lotta per la sopravvivenza fra stati. Nell’Unione europea, le élite di stati come la Francia e Germania promuovo la retorica dell’europeismo liberale ma, di fatto, si comportano da perfetti nazionalisti perseguendo in ogni ambito il proprio interesse nazionale spacciandolo per “comunitario”. Come ha spiegato Ashoka Mody su InsideOver, rifiutando le lezioni della storia, l’Unione europea ha inoltre “scelto di essere una confederazione: un instabile spazio intermedio tra federazioni politicamente legittimate e Stati sovrani indipendenti che operano all’interno di un sistema di un sistema commerciale liberamente connesso basato sulla fiducia reciproca”. Tuttavia, sottolinea Mody, “quello spazio intermedio è anarchico, basato su una mutevole logica del bilanciamento del potere, come ammesso da Madison e Washington e come ricordato dallo studioso di relazioni internazionali John J. Mearsheimer”.