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Viktor Orban non si nasconde più. Mentre Bruxelles cerca un’unità strategica sul conflitto ucraino, il premier ungherese lavora alla formazione di un “blocco scettico” dentro l’Unione, in compagnia della Slovacchia di Robert Fico e della Repubblica Ceca di Andrej Babis. Tre Paesi, tre economie interconnesse e un comune denominatore politico: l’opposizione alla linea di guerra permanente contro Mosca e alla subordinazione dell’Europa alle priorità atlantiche.

Secondo quanto rivelato da fonti interne a Budapest, il progetto mira a creare un fronte alternativo alle decisioni del Consiglio europeo, un coordinamento informale in grado di rallentare o bloccare nuovi finanziamenti a Kiev e di ridiscutere il regime delle sanzioni contro la Russia.

Il ritorno del Visegrad, ma con un’anima diversa

Il nuovo asse rievoca la memoria del gruppo di Visegrad, nato negli anni Novanta per integrare i Paesi dell’Est nella costruzione europea, ma trasformato da Orban e dai suoi alleati in una piattaforma di sovranismo continentale. Dopo la spaccatura con la Polonia, oggi governata dal filo-ucraino Donald Tusk, la formula di Visegrad si restringe a tre membri. Orban, Fico e Babis intendono riattivare quella collaborazione nata durante la crisi migratoria del 2015, quando il fronte dell’Est riuscì a bloccare l’imposizione delle quote di rifugiati.

La differenza è che allora si trattava di una battaglia di frontiere, oggi di una battaglia di visione: il futuro dell’Unione come comunità politica o come semplice proiezione militare dell’Alleanza Atlantica.

Il nodo ucraino e la frattura strategica europea

Sul piano politico, l’obiettivo è chiaro: congelare l’espansione del sostegno militare a Kiev e difendere i rapporti energetici con Mosca. Fico ha già dichiarato che la Slovacchia non parteciperà a nessun fondo europeo per armare l’Ucraina e ha criticato le sanzioni definendole “autolesioniste”. Bratislava, come Budapest, resta dipendente dalle forniture russe e si prepara a fronteggiare le nuove sanzioni statunitensi contro Rosneft e Lukoil.

Orban, più abile nel linguaggio diplomatico, parla di “autonomia strategica” europea, ma il senso è lo stesso: preservare i flussi energetici e difendere la sovranità decisionale dei singoli Stati. L’idea di un’Europa che decide in base alle sue priorità, e non a quelle di Washington, riemerge come un’eresia utile, in grado di attrarre anche settori moderati stanchi del conflitto a oltranza.

L’Europa divisa fra moralismo e pragmatismo

La reazione di Bruxelles è di crescente preoccupazione. Ogni rallentamento del consenso all’Ucraina mina la credibilità del blocco europeo e alimenta il sospetto di una faglia Est-Ovest destinata a diventare permanente. L’opinione pubblica occidentale mostra segni di stanchezza: l’inflazione energetica, la crisi agricola, la pressione sui bilanci statali rendono difficile sostenere ancora una guerra senza orizzonte politico. In questo clima, la posizione di Orban trova spazi di consenso anche fuori dall’Est, specie fra chi vede nel conflitto ucraino un vicolo cieco geopolitico e un peso economico insostenibile.

La strategia ungherese è duplice: contenere Bruxelles sul fronte politico e ampliare l’influenza nel Parlamento europeo. L’adesione del partito slovacco Smer ai “Patrioti per l’Europa” — gruppo di destra nazionalista fondato proprio da Orban e Marine Le Pen — segnerebbe un salto di qualità: unire sovranisti di provenienza diversa sotto un’unica bandiera anti-federalista.

La nuova geoeconomia dell’Est

Dietro le dispute ideologiche, si nasconde un interesse economico concreto. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca condividono catene industriali integrate, in particolare nel settore automobilistico, che dipendono da forniture energetiche stabili e a basso costo. Le sanzioni a Mosca hanno alzato i prezzi e ridotto la competitività di queste economie, spingendole verso una posizione più “realista”. Per Orban, dunque, difendere il gas russo non è solo una scelta politica, ma un’esigenza industriale.

In questo contesto, il tentativo di creare un asse alternativo rappresenta un atto di difesa economica e geopolitica insieme: frenare la deriva sanzionatoria per preservare la base produttiva e riaffermare il principio che l’Europa non può essere ridotta a campo di battaglia economico fra Stati Uniti e Russia.

Un’Unione sempre più fragile

Il rischio per l’Unione è duplice: da un lato l’indebolimento della coesione interna, dall’altro la crescente politicizzazione delle scelte economiche. La nascita di un blocco anti-ucraino non significherebbe un ritorno al bipolarismo, ma la fine del consenso automatico che ha caratterizzato Bruxelles dal 2022. E con esso, l’inizio di una stagione in cui la politica estera europea dovrà fare i conti con gli interessi reali, non con le posture morali.

Orban, Fico e Babis non fondano un’alleanza ideologica, ma un patto di convenienza che riflette la stanchezza di un continente in guerra per procura. E che, nel vuoto di visione delle istituzioni europee, rischia di diventare la nuova bussola dell’Est.

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