La questione identitaria e separatista è da sempre al centro del dibattito culturale spagnolo e ha forgiato la politica del Paese sin dalla caduta del franchismo, ovvero da quando all’identità nazionale intrisa di nazionalismo e di statalismo di matrice autoritaria, si è voluto sostituire un profondo programma di concessioni alle Comunità autonome che compongono la Spagna secondo la vigente Costituzione.Un programma che rendesse di fatto il Regno di Spagna una grande federazione culturale che unisse sotto la corona dei Borboni non più un popolo, quello spagnolo, ma una serie di popoli identificatisi più o meno nelle regioni dello Stato. La Catalogna, in questo senso, ha rappresentato e continua a rappresentare la punta di diamante del caleidoscopico movimento autonomista che caratterizza molte regioni iberiche.Scevro dal terrorismo dell’Eta, che ha macchiato la battaglia culturale e politica dei baschi; più forte rispetto ad altre autonomie, desiderose in realtà più di mantenere i loro privilegi e le loro culture, piuttosto che con il sogno di separarsi da Madrid, l’indipendentismo catalano ha assunto il ruolo di guida per tutti coloro che hanno deciso di dividersi dalla madrepatria, diventando una dolorosa spina nel fianco per il governo centrale. Passata però la sbornia delle grandi marce e le dure lotte parlamentari per l’indizione del referendum, il movimento separatista ha in questi giorni subito pesanti colpi che rischiano di minare definitivamente il progetto secessionista di Barcellona. I colpi sono arrivati durissimi da due fronti: quello giudiziario e quello costituzionale.Il primo attacco, quello da parte degli organi di giustizia, pochi giorni fa è iniziato il processo nei confronti di Artur Mas, ex-presidente della Generalitat catalana. L’accusa è quella di aver indetto, nel 2014, il referendum sulla secessione, nonostante il parere contrario e definitivo della Corte Costituzionale spagnola. Il secondo attacco, quello costituzionale, è stato il nuovo pronunciamento della Corte di Madrid, che ha nuovamente dichiarato, come ovvio e naturale che fosse, il referendum separatista un progetto totalmente incostituzionale, bocciando le risoluzioni del parlamento della regione. Ma non è tutto.Il movimento indipendentista catalano non è soltanto sotto attacco giuridico, ma soprattutto sotto attacco politico. Il governo a guida Mariano Rajoy ha fatto dell’unità della Spagna un cavallo di battaglia della sua elezione e punto di partenza per l’intesa con i partiti che hanno permesso di ottenere il voto di fiducia.Partido Pouplar e Ciudadanos, così come la maggioranza del Psoe, hanno mantenuto sempre una linea di forte contrapposizione ai progetti separatisti, seppur in differenti visioni, specialmente per quanto riguarda il Partido Socialista. Al contrario, il partito anti-sistema (più di estrema sinistra che apolitico) Podemos, ha da subito abbracciato le linee guida dei partiti autonomisti ed ha fatto del referendum il suo obiettivo politico.Secondo Podemos ed il suo leader appena rieletto, Pablo Iglesias, ogni regione avrebbe il diritto a chiedere di separarsi dalla madrepatria tramite referendum, ed è così che ha siglato patti con i partiti indipendentisti in ogni parte della Spagna. Dal canto suo, anche l’Europa, nell’ultimo periodo, ha deciso di dire la sua sulla questione catalana, e, purtroppo per gli indipendentisti scesi in piazza con le bandiere dell’Unione Europea, il parere non è stato affatto positivo: il Parlamento europeo ha apertamente dichiarato che non accoglierà alcuna spinta secessionista da parte di Barcellona, in quanto considera come suo unico interlocutore lo Stato spagnolo e non riconoscerà, anche per semplice questione di veto della Spagna in sede europea, qualunque futura Catalogna indipendente.A questi problemi di natura politica, va aggiunto che i recenti sondaggi svolti in Catalogna non sorridono alle spinte autonomistiche, nonostante l’impegno assiduo da parte del presidente catalano Carlos Puigdemont. In caso di referendum, che comunque da Barcellona dicono intenzionati a fare nonostante il divieto assoluto da parte della Corte Costituzionale, il No all’indipendenza vincerebbe, seppur di poco, sul voto a favore della secessione, consegnando di fatto una situazione non dissimile da quella scozzese successiva al referendum per la separazione dal Regno Unito. Il rischio, a quel punto, sarebbe quello di trovarsi nella paradossale situazione per cui un referendum perso di poco, equivarrebbe al desiderio degli indipendentisti di indirne un altro nel breve termine, facendo sì che la Spagna e la Catalogna vivano nella costante incertezza sul futuro del loro matrimonio.