Alcuni la chiamano zona della morte; altri terra di nessuno; altri ancora linea verde. Da più di quattro decenni una zona cuscinetto pattugliata dalle Nazioni Unite taglia in due l’isola di Cipro. Attraversa colline, montagne, boschi, villaggi, e soprattutto il centro storico della capitale, Nicosia. A trent’anni dalla caduta del muro di Berlino in molti ignorano l’esistenza di quella che è l’ultima frontiera d’Europa nel mediterraneo orientale. Se si attraversa il filo spinato e si mostrano i documenti alla dogana che si para di fronte ai turisti intenti a passeggiare nella via dello shopping, Ledra Street, non si entra in un altro Stato, si entra in un altro mondo.

La capitale murata, esattamente come lo era Berlino, separa Unione Europea e Repubblica turca di Cipro del Nord. Che, di fatto, è Turchia.

Un processo di separazione graduale, quello tra la comunità greco-cipriota e quella turco-cipriota, che risale già agli anni ’60, quando diversi scontri etnici portarono alla creazione di veri e propri ghetti turcofoni. Poi, quando la Guardia nazionale cipriota sostenuta dal “regime dei colonnelli” greco organizzò un colpo di stato per deporre il presidente Makarios III e affidare il potere al leader nazionalista filo-greco Nikos Sampson, i turchi risposero per le rime. Alle 6 del mattino del 18 agosto 1974 invasero il Nord dell’isola per timore che i greci volessero annetterla, e col pretesto di voler difendere la comunità turcofona costrinsero decine di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case e le proprie terre per poter instaurare una Repubblica illegittima che nessuno al mondo, a parte Ankara, riconosce. A distanza di quarant’anni non è ancora chiaro quante vittime l’operazione militare abbia lasciato dietro di sé. Nella parte greca si ritiene che circa 6.000 persone siano state uccise, ferite o classificate come scomparse; nella parte turca, le vittime sarebbero state circa 1.000.

Oggi la buffer zone, la terra di nessuno pattugliata solo dai caschi bianchi dell’ONU, rappresenta una frontiera artificiosa che sovrasta il diritto internazionale.

La città con le mappe a metà

Dietro i sacchi di sabbia rinforzati, le pile barili e il filo spinato, un lembo di terra senza vita lungo 180 chilometri è terreno esclusivo di cani e gatti selvatici. A parte qualche eccezione, come il villaggio di Pyla, ad est di Larnaca, dove una piccola comunità di ciprioti di entrambe le etnie riesce a convivere stando a stretto contatto. A Nicosia, invece, gli uni rinnegano l’esistenza degli altri. Le mappe ritraggono la metà delle vie. L’altro lato è lasciato reciprocamente nell’ombra. In alcuni tratti la zona di nessuno è larga appena qualche metro ricavato all’interno dei bastioni veneziani della città vecchia. In altri, gli edifici fatiscenti e gli interni infestati dalle erbacce sono la testimonianza di un conflitto che si è congelato nel tempo.

Sebbene negli ultimi anni i leader dell’isola, Nicos Anastasiades e Mustafa Akinci, avessero iniziato dei colloqui per la riunificazione per certi versi storici e carichi di valenza simbolica, se non altro perché in un primo momento si erano tenuti proprio dentro la buffer-zone, in un complesso aeroportuale abbandonato, a luglio del 2017 il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, non ha potuto fare a meno di annunciare il fallimento dei negoziati.

Impossibile, per ora, superare gli steccati e andare incontro alle rivendicazioni reciproche. Sia territoriali che marittime, peraltro.

Il Mediterraneo orientale è infatti da sempre uno dei principali centri per l’approvvigionamento di materie prime come petrolio e gas naturale. Su questo terreno, non a caso, si sono giocate e si giocano tutt’ora le più aspre battaglie diplomatiche tra Ue e Turchia. E non è un caso nemmeno che il termine neo-ottomanesimo sia stato coniato per definire la politica estera turca proprio a partire dall’invasione di Cipro, ma sia stato riaffermato con forza in anni più recenti, con la leadership di Erdoğan sta cercando di aumentare senza ombra di dubbio l’influenza turca sulle zone costiere e negli slot marittimi concessi dal governo di Nicosia alle grandi imprese occidentali come Eni e Total.

A riprova di quanto complicati siano i colloqui in questa fase storico-politica basti pensare che il 20 luglio del 2019, nella città costiera di Girne, a Cipro del Nord, si sono svolte le celebrazioni per il 45° anniversario dell’operazione militare della Turchia, alla presenza del vicepresidente turco Fuat Oktay e dello stesso Akinci, che ha deposto una corona di fiori al monumento commemorativo di Atatürk.

Erdoğan, in una dichiarazione rilasciata dalla Direzione Presidenziale delle Comunicazioni della Turchia, si è sostanzialmente proclamato protettore dei turco-ciprioti: “L’esercito turco non esiterà mai a fare lo stesso passo di 45 anni fa se necessario alla salvaguardia e alla sicurezza dei turco-ciprioti”.

Una ferita ancora aperta

Un po’ come accaduto a Beirut, Belfast e Berlino, insomma, la paura e l’odio tengono Nicosia fratturata e confusa. Il fatto che Nicosia sia l’unica ancora divisa la dice lunga sull’intensità dell’odio reciproco e sulle continue e martellanti operazioni di demonizzazione dell’altro che si sono succedute nel corso del tempo. Negli anni ’70 la propaganda ha contagiato tutti gli aspetti della vita a Cipro, specie quella dei giovani. Persino in delle scuole d’élite, come la English School – fondata dall’ex amministrazione coloniale dell’isola per formare impiegati di lingua inglese destinati agli uffici governativi – il nazionalismo veniva considerato fondamentale per la formazione di cristiani ortodossi greco-ciprioti, armeni, maroniti e latini della piccola comunità cattolica.

Allo stesso modo, a pochi chilometri di distanza, i turco-ciprioti venivano riempiti di discorsi di odio e propaganda. Dai libri di testo e dagli opuscoli degli insegnanti anche loro apprendevano dei sentimenti di diffidenza. Il messaggio ricorrente era: “Se non fosse stato per l’invasione – una campagna che ancora oggi Ankara preferisce chiamare ‘intervento’ – la minoranza turco-cipriota non avrebbe mai potuto dormire tranquillamente la notte”.

Nicosia, per dire, è l’unica capitale al mondo a possedere due musei di lotta nazionale.

Il museo del nord, controllato dai turchi, si trova dietro un complesso militare (uno dei tanti eretti per ospitare i circa 40.000 soldati inviati dalla terraferma) sorvegliato da guardie armate e da un grande cannone d’artiglieria pesante. All’interno di un edificio di cemento che ricorda il brutalismo sovietico, i visitatori vengono messi di fronte a fotografie cruente, reperti e armi da fuoco che raccontano la storia della lotta dei turco-ciprioti dal 1878: “Non abbiamo nulla in comune con i greco-ciprioti, né religione, né cultura né lingua – dice la giovane e biondissima custode -. Cosa abbiamo per unirci? La risposta è niente”.

Nel lato sud il museo della lotta nazionale ha sede in un edificio cavernoso di fronte all’arcivescovado greco, che ha cofinanziato la sua ristrutturazione nel 2000. Per gli ellenisti è il contenitore fisico della fiamma nazionalista. Anche qui ai visitatori viene narrata una storia di eroismo, martirio e sacrificio (a partire stavolta dal 1955-59, per la conquista dell’indipendenza dal giogo britannico). I turco-ciprioti sono, nel migliore dei casi, rappresentati come collaboratori britannici. “La nostra lotta per l’indipendenza dagli inglesi è stata onorevole, tutti dovrebbero studiarla – dice Marios, l’altro custode -. I turchi sono sempre stati brutali”.

Se i negoziati si sono rivelati fino ad ora prematuri, però, le cose stanno lentamente cambiando. Specie dal 2003, da quando cioè la Repubblica turca di Cipro del Nord ha accettato di allentare le restrizioni concedendo viaggi transfrontalieri gratuiti. Da allora, i punti d’incontro tra le due comunità si sono moltiplicati. I giovani si innamorano, gli anziani fanno qualche breve visita nei luoghi della loro infanzia, le famiglie attraversano il confine per curiosità, turismo, appuntamenti. Tutti, al momento dell’identificazione, considerano assurdo l’obbligo di trovarsi stretti da delle tenaglie imposte da forze straniere. Iniziano a sognare di poter essere ciprioti, prima ancora che ellenisti o turcofoni. E paradossalmente, i protagonisti degli scontri più brutali sono anche quelli più disposti a mettere da parte il rancore: Zavallis, un arzillo 72enne che ha comandato un plotone durante l’invasione, si dice membro di una “maggioranza silenziosa” che spera che la propria nazione sia finalmente unita in pace. Yashar, un turco-cipriota di sei anni più giovane, attraversa il varco di Ledra Street con la sua carta d’identità pre-1974 in mano: “Ho conservato il mio vecchio passaporto, ho conservato la mia carta d’identità della Repubblica di Cipro, ho conservato la mia vecchia patente di guida, in attesa di quel giorno”. Il giorno della riunificazione.