Il governo indiano ha diviso ufficialmente lo Stato del Jammu e Kashmir, l’unico a maggioranza musulmana del Paese e la cui autonomia (comunque già soggetta a limitazioni) è stata soppressa a partire dal 5 agosto, in due territori federali che verranno amministrati direttamente da Nuova Delhi. L’enclave buddhista del Ladakh verrà così separata dal Jammu and Kashmir e questa mossa è destinata ad alzare ulteriormente la tensione nella regione. Nelle ultime settimane i militanti separatisti, le cui attività hanno trovato una nuova linfa vitale, hanno ucciso una dozzina di cittadini indiani, provenienti da altre parti della nazione, nel tentativo di dissuadere l’immigrazione verso la regione.

Uno Stato in crisi

L’esecutivo di Narendra Modi non sembra voler desistere dal suo piano di normalizzazione dello status del Kashmir: la rimozione dell’autonomia, l’invio di truppe nella regione, la soppressione delle libertà civili ed ora la divisione dello Stato hanno come obiettivo, nel lungo termine, di integrare il Kashmir nella nazione indiana. Il problema è che il percorso per arrivare a questo scopo rischia di rivelarsi problematico e di scontrarsi con la forte ostilità espressa dalla popolazione. Le elezioni locali sono state boicottate dai partiti regionali, le relazioni con il Pakistan, da sempre difficili, continuano a peggiorare anche a causa delle costanti interferenze di Islamabad nelle vicende del Kashmir mentre il rischio di un’insurrezione separatista su larga scala è sempre più concreto.

La tensione nell’area ha spinto gli Stati Uniti a chiedere a Nuova Delhi una roadmap che riporti la situazione politica ed economica alla normalità e ad insistere per il rilascio di tutti i prigionieri politici arrestati dalle autorità indiane. I servizi di navigazione online ed una parte delle comunicazioni mobili continuano ad essere interrotte nello Stato mentre le linee telefoniche fisse hanno ripreso gradualmente a funzionare. Washington si è anche rivolta ad Islamabad affinché il governo pakistano agisca con determinazione contro i terroristi basati sul proprio territorio nazionale. L’intervento degli Stati Uniti non dovrebbe, però, riuscire ad avere effetti sulla situazione sul campo.

Le prospettive

Sei soldati indiani sono rimasti feriti a Srinagar, nel pomeriggio di sabato 26 ottobre, dal lancio di una granata da parte di ignoti militanti. Il rischio è che qualora i piani di Nuova Delhi proseguano e la tensione non si abbassi gli episodi di questo genere si possano moltiplicare. I micro attentati, diffusi a macchia d’olio sul territorio regionale, potrebbero suscitare la repressione delle forze di sicurezza e dar vita ad un circolo vizioso di attentati e violenze destinato, prima o poi, a sfociare in un conflitto su larga scala in cui anche il Pakistan potrebbe giocare un ruolo. Non sembrano poterci essere punti di intesa tra l’esecutivo nazionalista di Narendra Modi e le aspirazioni di un territorio in preda a fermenti separatisti e che ritiene la propria identità culturale minacciata. La comunità internazionale ha scarsi strumenti di intervento e, perlopiù, non vuole inimicarsi la superpotenza indiana, un partner commerciale e strategico di primo piano in Asia Meridionale. La Cina, invece, da sempre vicina ad Islamabad, potrebbe schierarsi dalla parte del Pakistan qualora la situazione degeneri. Servirà un deciso cambio di passo da parte di Nuova Delhi ed un maggiore coinvolgimento delle Nazioni Unite o di Washington per evitare sviluppi catastrofici nell’area.