I leader e gli intellettuali europei temono che, in assenza della massima vigilanza, il nazionalismo possa di nuovo scatenarsi con tutta la sua forza. L’Europa – credono – è essenziale per prevenire un risultato così terribile. Ma un’Europa stabile, creativa e unificante è possibile?

Nel maggio del 1950, il ministro degli Esteri francese Robert Schuman stabilì una nuova rotta e annunciò che la Francia e la Germania avrebbero riunito le loro industrie del carbone e dell’acciaio, mentre gli altri Paesi sarebbero stati invitati a partecipare all’iniziativa. Tuttavia, come sottolineò lo stesso Schuman, questo fu solo un primo passo. L’obiettivo, infatti, era quello di sostituire gli Stati nazionali con una “federazione europea”, perché una federazione, secondo Schuman, era “indispensabile per la pace”.

Ma i leader europei rifuggirono immediatamente dalla parola “federazione”. Decisero che le industrie messe in comune e la conseguente supervisione sarebbero state una “comunità”. Questa ridimensionata ambizione ebbe successo. Lo storico Tony Judt più tardi scrisse nel suo classico Postwar che la Comunità europea del carbone e dell’acciaio aveva promosso “un nuovo e stabile sistema di relazioni internazionali”.

L’intensa contrarietà nei confronti di una federazione si manifestò più bruscamente nell’agosto del 1954. L’Assemblea nazionale francese bocciò la Comunità europea di Difesa (Ced), che avrebbe unito le truppe dei Paesi membri in un esercito europeo sostenuto da un bilancio e un sistema di governance europei. Con la disfatta della Ced, le parole “federale” e “sovranazionale” divennero tabù. Come scrisse in seguito l’intellettuale francese François Duchêne, “l’idea di un’Europa in un certo senso al di sopra delle nazioni” venne screditata.

Tuttavia, le relazioni stabili e proficue tra Stati nazionali europei sopravvissero, raggiungendo il loro apice nel Trattato di Roma firmato nel 1957. I Paesi aprirono i loro confini al commercio ma mantennero tutti gli altri diritti sovrani. Il commercio tra gli Stati membri crebbe sulla base di poche regole rafforzate dalla fiducia reciproca. Tale “fiducia reciproca”, come ha spiegato il politologo Robert Keohane di Princeton, è essenziale per il successo delle organizzazioni internazionali. Lo storico Alan Milward ha sostenuto che quella struttura europea ridotta all’osso ha contribuito a rafforzare e “salvare” gli Stati nazionali.

In seguito, nel 1991, l’Europa intraprese una vana missione per costruire una federazione usando come pretesto l’adozione di una moneta unica.

Ma una singola politica monetaria è spesso troppo stringente per gli Stati membri più deboli. E quindi li danneggia. I necessari trasferimenti finanziari compensativi richiesero un accordo politico sotto l’egida degli “Stati Uniti d’Europa” federati. E i leader europei si impegnarono a marciare verso una tale unione. Ma trovarono un accordo solamente su regole fiscali comuni applicabili a tutti gli Stati membri. Avendo significativamente ristretto le opzioni politiche dei Paesi membri, la moneta unica trasformò l’Europa da una “comunità” a una “confederazione di Stati”, che limitò i più importanti poteri di sovranità nazionale e fece invece affidamento su una gestione intergovernativa supportata da istituzioni centralizzate.

L’Europa era così intrappolata in questa “confederazione”. Conflitti tra gli Stati membri sulla politica monetaria e fiscale compresi. Risolvere questi conflitti richiede una federazione vera e propria, una “unione politica” con legittimi poteri di tassazione e coercizione. Tale unione si rivelò impossibile, come aveva ampiamente dimostrato la recente storia europea. Tuttavia, tornare a prima della moneta unica crea rischi finanziari pericolosi.

Una confederazione è intrinsecamente instabile, in quanto il continuo sgomitare tra le nazioni per ottenere il potere può rapidamente diventare sfavorevole. Nel 1786 James Madison – padre fondatore americano e, successivamente, presidente – documentò in maniera tristemente dettagliata nelle sue Note sulle confederazioni antiche e moderne come le confederazioni passate si fossero dissolte nell’anarchia e nell’oblio.

L’unica eccezione, gli Stati Uniti, evidenzia quanto le circostanze debbano essere eccezionali per ottenere una transizione da una confederazione a una federazione. Diversi Stati e leader influenti – sostenuti da tesi intellettuali plausibili – opposero una forte resistenza a una struttura federata che fosse politicamente ed economicamente superiore. Un sostanziale colpo di Stato ispirato da Madison – sostenuto dalla gravitas di George Washington e favorito da numerosi colpi di fortuna nella stretta finestra temporale tra il 1787 e il 1789 – portò alla Costituzione degli Stati Uniti. La Costituzione stabilì un governo federale con autorità illimitata in grado di imporre tasse, gestire un esercito e regolare il commercio tra gli Stati. Ma anche con questa struttura federata, prima di veder emergere una federazione stabile gli Stati Uniti dovettero combattere una sanguinosa guerra civile negli anni Sessanta dell’Ottocento.

Washington, che spinse per avere una federazione in patria, insistette per mantenere le distanze nelle questioni internazionali. Nel suo memorabile discorso d’addio del 1796, il presidente disse: “La grande regola di condotta nei rapporti con le altri nazioni deve essere, nell’estendere le nostre relazioni commerciali, quella di avere con esse i minori legami politici possibili”. Il commercio internazionale poteva funzionare sulla fiducia reciproca ma, a parte questo, egli disse che a guidare la politica dovesse essere il solo interesse nazionale. Washington aggiunse: “Non ci può essere errore più grande che aspettarsi favori veri da parte di una nazione verso un’altra. Questa è un’illusione che l’esperienza può curare e che un sano orgoglio permette di rigettare”.

Rifiutando le lezioni della storia, l’Unione europea ha scelto di essere una confederazione

Rifiutando le lezioni della storia, l’Unione europea ha scelto di essere una confederazione: un instabile spazio intermedio tra federazioni politicamente legittimate e Stati sovrani indipendenti che operano all’interno di un sistema commerciale liberamente connesso e basato sulla fiducia reciproca. Quello spazio intermedio è “anarchico”, basato su una mutevole “logica del bilanciamento del potere”, come ammesso da Madison e Washington e come ricordato dallo studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer. Il disaccordo è particolarmente probabile quando i vantaggi economici e politici di una stretta cooperazione sono, come nel caso dell’Unione europea, poco chiari e suddivisi in modo disomogeneo tra Stati membri e cittadini.

Riconoscendo il rischio di anarchia, la visione del filosofo politico Jürgen Habermas identifica il futuro dell’Unione europea come una confederazione di Stati ma con un idealistico assetto internazionale “post-nazionale”. Ciò che si richiede, dice Habermas, è una “politica congiunta” fiscale, di bilancio, economica e sociale, “guidata” congiuntamente dal Consiglio europeo (l’organo in cui deliberano i capi di governo europei) e dal Parlamento europeo. Lo Stato nazionale rimarrebbe l’autorità amministrativa, avrebbe il monopolio della forza legittima sui suoi cittadini e garantirebbe le libertà civili. Tale combinazione di Stato nazionale e “unione politica” per sostenere l’unione monetaria trarrebbe poi legittimità da una convenzione costituzionale in cui avrebbero voce tutti i cittadini europei.

L’economista Thomas Piketty ha usato la sua fama per raccogliere firme in favore di un simile progetto. Nel manifesto, i firmatari affermano che l’attuale governance europea “opaca e che non deve rendere conto a nessuno”, strettamente focalizzata su obiettivi “finanziari e di bilancio”, deve sparire. Al contrario, una “assemblea europea” che attinga membri selezionati dal Parlamento europeo e dai parlamenti nazionali dovrebbe avere l’autorità per tassare i redditi alti, la ricchezza, le emissioni di carbonio e i profitti aziendali per affrontare urgentemente disuguaglianze, riscaldamento globale, afflusso di rifugiati e sotto investimento cronico.

Vincenzo Metodo, Regno Unito, Londra, 2016

Gli interessi politici nazionali faranno sì che l’idealismo di Habermas e Piketty non veda mai la luce. In ogni caso, tali piani sarebbero irrimediabilmente complicati da attuare. Le linee incrociate di autorità che rendono l’attuale sistema “opaco e che non deve rendere conto a nessuno” diventerebbero più bizantine, con gli elettori incapaci di collegare le azioni politiche dei molti organismi nazionali e sovranazionali ai risultati nella loro vita quotidiana.

Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, nella sua veste di filosofo politico, sostiene l’attuale sistema “opaco e che non deve rendere conto a nessuno”. Draghi sostiene che gli Stati nazionali non siano realmente sovrani in quanto essi sono altamente interdipendenti e, pertanto, “non sono in grado di controllare gli eventi e rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini”. Di conseguenza, gli Stati nazionali dovrebbero sottostare alle direttive delle istituzioni tecnocratiche comuni. Usando le parole di Habermas, Draghi è sedotto dal “fascino della tecnocrazia” oppure, come direbbe il filosofo politico francese Pierre Manent, Draghi considera le persone del “popolo” semplicemente come “agenti economici e morali”, non come “cittadini” che desiderano e meritano una voce nelle decisioni politiche.

Draghi cita l’esempio del coordinamento delle relazioni commerciali internazionali che anche George Washington riconobbe come prezioso. Draghi vanta poi il grande successo della politica monetaria europea amministrata dalla Bce. Quella stessa banca che ha peggiorato la crisi finanziaria dell’eurozona, che poi ha gettato acqua sul fuoco con la promessa di “fare tutto il necessario”, ma la cui politica inadatta a tutti amplifica le divergenze economiche tra gli Stati membri. È la stessa Bce che è stata ostacolata da conflitti di interesse nazionali e quindi ha permesso alla psicologia deflazionistica di insediarsi, finendo le munizioni proprio quando un’Europa ferita è sul punto di entrare in un’altra, forse spaventosa, recessione.

Al di là della politica monetaria, le tensioni tra gli Stati membri sono diventate nel lungo periodo sempre più intense su una serie di questioni, tra cui la politica estera e le imposte sulle società. Mentre altri conflitti si sono ripetutamente accesi su quali fossero le politiche macroeconomiche da adottare e sull’immigrazione.

I tentativi di domare gli episodi di potenziale anarchia rinforzando linee gerarchiche autoritarie ostacolano le aspirazioni nazionali. Mearsheimer avverte che le nazioni si scontrano in maniera particolarmente violenta quando gli ordini trasmessi attraverso la gerarchia centralizzata sono influenzati da un altro potente Stato nazionale. La lezione della storia, dice Mearsheimer, è che il “fallimento” definitivo dell’intrusione internazionale porta inevitabilmente con sé “enormi costi”, tra cui l’aumento del “risentimento” e il nazionalismo xenofobo.

Lo Stato nazionale è l’unica forma organizzativa che ha responsabilità democratiche e legittimità. Per questo motivo, i leader europei devono quindi ritornare sui loro passi. Devono ridurre la portata delle istituzioni europee e rafforzare un nazionalismo affidabile ispirato alla storia e alle tradizioni di ogni Paese, ma senza antagonismo verso i vicini. Come sostengo nel mio libro EuroTragedy: A Drama in Nine Acts, molti compiti ora svolti a livello europeo, in particolare la definizione di obiettivi di politica fiscale e macroeconomica, dovrebbero tornare allo Stato nazionale.
Un ottimistico risveglio nazionale potrebbe quindi richiedere il rinvigorimento dei principi socialdemocratici. Sfortunatamente, negli anni Ottanta e Novanta, i socialdemocratici hanno finito le idee, abbandonando i loro tradizionali elettori della classe operaia e affidandosi all’Europa.

Negli anni Ottanta e Novanta i socialdemocratici hanno finito le idee, abbandonando i loro tradizionali elettori della classe operaia e affidandosi all’Europa

Una nuova agenda socialdemocratica, guidata da governi nazionali, provinciali e locali, dovrà avere come obiettivo la realizzazione della giustizia sociale in patria. Tale agenda dovrebbe avere al centro un’istruzione diffusa e di qualità superiore. Solo le persone meglio istruite hanno una concreta possibilità di salire la scala economica e sociale e la mobilità sociale ascendente è centrale per un maggiore ottimismo e tolleranza. L’incapacità di spostare l’attenzione su tali priorità nazionali, e lontano dagli elusivi obiettivi europei, non farà altro che garantire più anarchia.

Foto in apertura di Vincenzo Metodo, Regno Unito, Londra, Oxford Street, 2016