La notizia più interessante dopo l’annuncio della candidatura all’Eliseo di Marine Le Pen è che la 57enne leader del Rassemblement National francese non sembra essere stata colpita dalla conferma della condanna per appropriazione indebita di fondi europei da parte della Corte d’Appello di Parigi e dall’imposizione del braccialetto elettronico.
Le Pen a gonfie vele nei sondaggi
Piuttosto, sembra essere premiante la possibilità della storica leader nazionalista transalpina di candidarsi e sembra emergere un trend già conosciuto negli Usa due anni fa, quando la condanna di Donald Trump non frenò ma, anzi, galvanizzò le prospettive elettorali del tycoon repubblicano, riscopertosi in chiave pesantemente critica all’establishment di governo. E i sondaggi parlano chiaro: Le Pen, dopo che come nel miglior copione da Tour de France (siamo in periodo di Grande Boucle, del resto), è la capitana indiscussa della squadra che punta alla maglia gialla, cioé l’Eliseo, e appena tornata competitiva ha ricevuto strada e gradi da chi l’ha, ben distinguendosi, sostituita come alfiere: il giovane Jordan Bardella.
Le Pen in due rilevazioni Ifop e Harris è data dal 34 al 36% al primo turno, ampiamente in vantaggio e potenzialmente in grado di doppiare ogni rivale. Questo si sapeva: il Rassemblement è da almeno quattro anni strutturalmente il primo partito di Francia e gli anni di opposizione ad Emmanuel Macron hanno portato i sovranisti a fagocitare la destra tradizionale gollista nei consensi. La vera novità è che nei vari possibili scenari di ballottaggio, Le Pen è data vincitrice contro qualsiasi avversario. Segno che appare difficile veder consolidarsi quel “fronte repubblicano” che nel 2017 e 2022 ha consentito a Macron di approdare all’Eliseo e nel 2024 ha contribuito a frenare il volo dei lepenisti nella corsa all’Assemblea Nazionale.
Contro i due ex premier macroniani, Edouard Philippe e Gabriel Attal, Le Pen è data vincitrice di stretta misura nel primo caso (51-49 per Harris, 54-46 per Ifop) di fronte a un rivale che guarda al centrodestra ed è ritenuta figura amministrativa di primo piano con notevoli competenze e di una decina di punti, 55-45, contro il secondo, esponente dell’ala più centrista della macronia, che negli anni ha virato verso la destra moderata.
Le Pen-Mélenchon, fronte repubblicano…per i sovranisti
Impressionante, invece, il dato che vedrebbe un confronto tra le opzioni più radicali, ovvero una sfida diretta tra Le Pen e il leader di sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon. Partito in sordina nella corsa all’Eliseo, Mélenchon è cavallo di razza da campagna elettorale ed è solito aumentare i propri consensi quando la corsa entra nel vivo. Oggi ad aprile 2027, mese del voto, manca molto ma si contende con Philippe e Attal la seconda piazza valida per il ballottaggio con il 16% dei voti circa. La realtà è che in caso di sfida contro Le Pen il “fronte repubblicano” sarebbe contro Mélenchon, colpito negli ultimi anni dalla scomunica politica dei macroniani, che non hanno mai cooptato la sinistra nel governo nonostante fosse stata la vincitrice relativa del voto del 2024, travolto dalle accuse di simpatie per l’islamismo e di antisemitismo da parte dei membri del suo partito e segnato dalla spaccatura tra La France Insoumise, il suo partito, e il campo socialista e socialdemocratico.
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Le Pen è data addirittura al 67-70% contro Mélenchon in caso di ballottaggio, oltre il 66% con cui Macron la sconfisse nove anni fa. Realisticamente, buona parte dei voti centristi finirebbe a Le Pen e perfino una parte dei voti di sinistra, dato che i vari candidati della Gauche al primo turno, sommati, arriverebbero al 31-33,5%, sicuramente non sosterrebbe il tribuno radicale per eccellenza del panorama transalpino.
Il Rassemblement studia da partito di governo
Basta questo a manifestare come la torsione governista del Rassemblement sia stata oramai digerita da una ampia fetta della popolazione e da fette importanti del sistema di potere di Parigi e, in quest’ottica, la svolta modernizzatrice di Bardella, l’impegno per una diplomazia politica e partitica nel Vecchio Continente, la rottura interna alle formazioni tradizionali e la sostanziale estinzione politica dei Republicains, che rischiano di dover scegliere se essere ruota di scorta lepenista o post-macroniana, ha aperto fette di sistema agli ex reietti di Francia. Del resto, è quantomeno difficile pensare di tenere strutturalmente lontano dal potere, o almeno dall’ambizione di conquistarlo, un partito che rappresenta stabilmente un terzo dell’elettorato nazionale e ne ha il primo gruppo all’Europarlamento dal 2014.
In mezzo, le ambizioni di una Le Pen che sorprese la Francia nel 2012 conquistando il terzo posto alla sua prima candidatura al posto del padre Jean-Marie e poi nei due ballottaggi persi con Macron ha incrementato i suoi consensi. Dimostrandosi capace di attraversare le epoche. Quattordici anni fa, Le Pen si definiva “unica vera antisistema” in corsa e rivendicava il suo ruolo di “candidata incorruttibile in una classe politica corrotta” contro i “loschi affari di questa oligarchia”. Oggi sfida la condanna per appropriazione indebita usandola come volano per riscoprire quelle pulsioni antisistema dopo che nella reggenza di Bardella il Rassemblement si era, su molti dossier, vestito col gessato.
Il sistema ora è a portata di mano e l’Eliseo, vetta più alta del lungo Tour de France del Rassemblement, non è più solo un miraggio. Le Pen torna in pista da candidata da battere, con solidi sondaggi alla mano: è uno scenario rivoluzionario per la politica francese. E chissà che non fomenti cambiamenti di prospettiva nelle forze d’establishment come del resto già le manovre anticipate dalla Presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde lasciavano presagire. La primavera 2027 non è dietro l’angolo, ma politicamente farà presto ad arrivare. E ad oggi, un vero anti-Le Pen per il dopo Macron semplicemente non c’è.