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Il Kurdistan è pronto a decidere il suo futuro attraverso un referendum. I Paesi occidentali, i Paesi orientali e gli attori regionali sono contrari. Tutti. Almeno sulla carta. Perché se la posizione resa pubblica di uno Stato persegue degli interessi politici, vi è un’altra posizione, reale, che persegue altri interessi. Spesso economici e spesso non resi pubblici. Il caso del Kurdistan serve a far capire proprio questo. Dove finisce la diplomazia, le strette di mano di fronte ai fotografi e le dichiarazioni davanti alle telecamere. Da lì iniziano le firme sui contratti e le trivellazioni.

Exxon Mobile e il petrolio curdo

La regione conosciuta come Kurdistan iracheno è infatti una delle più ricche di petrolio di quella zona. Kirkuk e Arbil rappresentano i principali centri economici del Kurdistan iracheno ed è proprio lì che si è concentrata l’attenzione di alcune delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Questa storia in realtà non è nata oggi. Tutto è partito in quel lontano 2003, quando la “coalizione dei volenterosi” a guida americana invase l’Iraq di Saddam Hussein. All’invasione militare ne seguì un’altra, più “riservata”, lontana dai riflettori. Quella delle compagnie petrolifere occidentali.

Su tutte la Exxon Mobil. In un report pubblicato dalla Reuters nel 2014 viene intervistato tale Ali Khedery, ex uomo di Exxon Mobil in Iraq. Dopo esser stato licenziato dalla compagnia americana nel 2011, Khedery ha deciso di lasciare la sua testimonianza all’agenzia d’informazione. L’uomo spiega che poco dopo il 2003 Exxon Mobil era in procinto di firmare un accordo di 25 miliardi di dollari con il Governo di Baghdad per lo sfruttamento della zona ovest di Qurna. Tale accordo non venne però mai firmato. Perchè? Subito dopo la caduta del regime sunnita di Saddam Hussein, furono gli sciiti iracheni a prendere il controllo del Paese.

Il Kurdistan, una regione lontana dalla guerra con Daesh

La presenza sciita al Governo portò Baghdad sempre più vicino all’Iran, cosa che “poteva avere un cattivo impatto sulle compagnie americane”. Fu così che, come riporta la testimonianza di Khedery, Exxon virò l’attenzione sul Kurdistan iracheno, con cui siglò un ricco contratto. Una regione che poteva vantare una riserva di 45 miliardi di barili.

Nessuna scelta fu così fortunata come quella di Exxon, considerato che la zona di Qurna, il target iniziale della compagnia, si ritrovò poi nel bel mezzo del conflitto con Daesh. D’altra parte i giacimenti gestiti da Exxon in Kurdistan sono sempre stati ben difesi proprio dal popolo curdo. Anzi quando nel 2014 Daesh cercò di portare l’offensiva su Erbil, intervennero gli stessi Stati Uniti con massicci bombardamenti. Sulla carta si difendeva l’Iraq dall’avanzare dello Stato Islamico, in realtà si tutelavano gli affari di Exxon nella regione.

Petrolio in cambio dell’indipendenza

Così fino ad oggi, come riporta il portale arabo Al Masdar, le compagnie petrolifere sono andate in Kurdistan per “una mancanza di regolamenti, un petrolio relativamente economico e una volontà politica curda di cooperare con le compagnie”. Anzi la presenza effettiva di queste multinazionali del petrolio ha aiutato i curdi non solo “finanziariamente, ma anche politicamente e psicologicamente”. “Parte del processo di costruzione della nostra nazione si basa sulla firma di contratti con compagnie petrolifere estere”, ebbe a dire Fuad Hussein, capo dello staff del Presidente del Kurdistan. Oltre alla Exxon Mobil è presente in Kurdistan anche la DNO International.

Ovvero la compagnia petrolifera battente bandiera norvegese, su cui i curdi fanno affidamento per ricevere un appoggio al Referendum. Stesso discorso vale per la russa Rosneft che pare aver siglato un contratto di 1 miliardo di dollari con il Governo del Kurdistan. L’obiettivo è quello di creare un oleodotto e renderlo operativo già per il 2019. I curdi sperano così che questi miliardi di barili e petroldollari possano essere garanti di una  loro futura indipendenza.