Negli ultimi mesi l’indagine pubblicata da Mediapart ha riportato all’attenzione europea un fenomeno che in Turchia esiste da decenni ma che oggi assume una dimensione nuova: la saldatura sempre più evidente tra apparati statali, gruppi ultranazionalisti e organizzazioni della diaspora trasformate in strumenti d’influenza e controllo. È un quadro che non riguarda soltanto l’ascesa dei Lupi Grigi o di altre sigle radicali, ma la nascita di un sistema ibrido dove potere politico, servizi di sicurezza e milizie si intrecciano, alimentando una struttura parallela più elastica e spesso più efficace di quella ufficiale.
L’indagine descrive una galassia di attori che, presi singolarmente, potrebbero sembrare frammentati. In realtà, nel loro insieme, compongono una rete che lavora in sintonia con gli obiettivi del nazionalismo turco contemporaneo: espansione dell’influenza all’estero, repressione del dissenso interno, contenimento dei movimenti curdi e antagonismo con l’Europa quando lo ritengono necessario. I Lupi Grigi, storica organizzazione del MHP, sono solo il punto più visibile di questo mosaico. Accanto a loro operano gruppi formati dopo il 2016, unità di protezione trasformate in milizie informali e correnti nazional-islamiste che trovano nel clima attuale un terreno fertile per saldare la loro ideologia con le strategie del governo.
Il ruolo dello Stato ufficiale è ambiguo ma decisivo. Da un lato, il governo accoglie il MHP come alleato politico stabile. Dall’altro, tollera o favorisce l’uso di figure provenienti dalle reti ultranazionaliste come strumenti informali nelle crisi regionali. In questa dinamica il servizio di sicurezza turco gioca un ruolo di raccordo: secondo le fonti citate, il MIT impiega attivisti radicali come “risorse esterne”, capaci di muoversi in contesti dove l’azione ufficiale sarebbe troppo esposta o poco plausibile. È una strategia che ricorda il metodo classico dello “stato profondo”: mantenere una zona grigia di gruppi capaci di agire con deniabilità, ma comunque allineati agli obiettivi generali.
L’operatività di queste reti non si limita alla Turchia. L’inchiesta rileva una presenza strutturata in Europa, soprattutto in Francia, Germania, Austria e Paesi Bassi. Non si tratta solo di gruppi militanti, ma di associazioni culturali, sportive e religiose che, in alcuni casi, servono da piattaforma per attività di sorveglianza, propaganda o raccolta fondi. La diaspora turca in Europa diventa così un terreno di competizione politica e di controllo sociale. La sorveglianza degli oppositori, dai gülenisti ai curdi, passa spesso da questi canali. È lì che emerge con più forza la logica dello stato parallelo: l’apparato diplomatico mantiene la forma ufficiale, ma la pressione reale arriva da attivisti e circoli ultranazionalisti che mantengono contatti continui con funzionari consolari o con reti informali.
La preoccupazione europea nasce proprio da questo doppio livello. Le autorità temono infiltrazioni politiche, manipolazioni del voto comunitario, pressioni su giornalisti e dissidenti. Francia, Austria e Paesi Bassi hanno già aperto dossier specifici, mentre in Germania gli episodi di intimidazione contro attivisti curdi o giornalisti in esilio sono documentati da anni. L’azione di queste reti non assume sempre forme violente, ma il loro impatto sul clima sociale è evidente: creano paura, esercitano pressione e rendono difficile la convivenza tra comunità.
La parte più delicata dell’indagine riguarda i finanziamenti. Secondo Mediapart, la rete ultranazionalista beneficia di fondi provenienti da associazioni della diaspora, da imprese di sicurezza e da donazioni canalizzate attraverso organizzazioni culturali legate a Diyanet o al MHP. Qui si vede con chiarezza la compenetrazione tra livello statale e livello parallelo: strutture ufficiali forniscono legittimità, quelle informali garantiscono la flessibilità operativa. È un sistema che permette di sostenere attività in Europa e nei teatri regionali, dal Caucaso ai Balcani fino alla Siria.
Il retroterra geopolitico è altrettanto importante. L’indagine mostra che l’estrema destra turca non si muove come un corpo isolato, ma come parte della strategia espansiva del nuovo nazionalismo turco. Ci sono tre direttrici principali: i Balcani, dove la Turchia cerca di consolidare legami politici e culturali; il Caucaso, dove sostiene l’Azerbaigian e mantiene pressione sull’Armenia; l’Europa, dove la diaspora diventa una leva diplomatica e un potenziale strumento di pressione. In queste aree, gruppi ultranazionalisti e strutture parallele agiscono spesso in sintonia con obiettivi statali, anche quando non sono direttamente coordinati.
Il risultato è un ibrido peculiare: uno Stato ufficiale che si rafforza grazie a una costellazione di gruppi non ufficiali, e uno Stato parallelo che trae potere dalla protezione politica che riceve. Questa dinamica non è nuova in Turchia, ma oggi assume una dimensione transnazionale più ampia. Per l’Europa significa avere a che fare non solo con una potenza regionale assertiva, ma con un sistema in cui apparati istituzionali e reti ideologiche si sostengono reciprocamente, rendendo più difficile distinguere dove termina l’azione dello Stato e dove inizia quella delle sue propaggini informali.
Per questo l’indagine di Mediapart non è un semplice approfondimento giornalistico, ma un campanello d’allarme. Mostra come un nazionalismo strutturato, dotato di ramificazioni ufficiali e parallele, possa operare contemporaneamente dentro e fuori i confini nazionali. E come questa struttura possa influenzare l’Europa attraverso reti che sfuggono alle categorie tradizionali della diplomazia e della sicurezza. L’estrema destra turca non è un fenomeno marginale o folkloristico: è parte integrante della strategia con cui Ankara persegue proiezione di potere, controllo del dissenso e costruzione di un’immagine identitaria che oltrepassa i confini dello Stato.