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“I detenuti corsi sono in prima linea nello scontro di civiltà in corso nelle carceri francesi, per questo chiediamo l’avvicinamento sull’isola di tutti i nostri prigionieri, sia quelli politici che quelli comuni”. La morte del militante indipendentista Yvan Colonna, ridotto in fin di vita da un detenuto radicalizzato nella prigione di Arles, nel sud della Francia, rischia di infiammare ulteriormente le città della Corsica a poche settimane dal voto per le presidenziali in Francia.

“Dopo la sepoltura ci saranno sicuramente nuove proteste”, assicura ad Inside Over una fonte della galassia indipendentista. Nelle principali città corse la tensione è altissima dallo scorso 2 marzo, quando è iniziata a circolare la notizia dell’aggressione di Colonna da parte del 36enne camerunense radicalizzato, Franck Elong Abé. Per protestare contro la mancata protezione del detenuto corso da parte delle autorità francesi sono state organizzate una serie di manifestazioni spontanee, culminate nei duri scontri del 13 marzo a Bastia, quando circa 7mila manifestanti hanno lanciato molotov contro le forze dell’ordine oltre ad assaltare e dare alle fiamme edifici pubblici al grido di “Statu francese assassinu”. Il bilancio è stato di 102 feriti, tra cui 77 poliziotti.

L’ex militante 61enne del Fronte di Liberazione Nazionale Corso era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio, nel 1998, del prefetto Claude Erignac ad Ajaccio. All’inizio di marzo, durante l’ora di sport, è stato aggredito nel penitenziario di Arles da Franck Elong Abé, 36enne del Camerun che stava scontando 9 anni per associazione a delinquere di stampo terroristico nella stessa struttura. Colonna è stato pestato fino a perdere i sensi per ben otto minuti di fronte all’obiettivo di una telecamera di sorveglianza che ha ripreso tutta la scena. Nessuno però è intervenuto. Anzi, è stato lo stesso aggressore ad avvisare i secondini quando ormai Colonna era a terra privo di sensi. La violenza, ha raccontato lo stesso Abé, sarebbe scattata per via di un comportamento “blasfemo” del detenuto corso, che avrebbe “bestemmiato” e “parlato male del profeta“.

Per questo il governo francese è finito nel mirino dei partiti autonomisti e indipendentisti, che accusano lo Stato di non aver fatto abbastanza per proteggere l’attivista, considerato un prigioniero “politico”, e di aver messo in atto una vera e propria “vendetta” contro il cosiddetto “commando Erignac”. Per cercare di riportare la calma, la scorsa settimana, è arrivato sull’isola il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin. A Parigi, ha assicurato il ministro per placare gli animi, ci sarebbe la disponibilità a discutere una “autonomia” della regione già dal prossimo aprile.

Ma la notizia della morte dell’indipendentista dopo tre settimane di coma rischia di far precipitare ulteriormente la situazione. Ieri, dopo l’annuncio del decesso di Colonna alcuni attivisti si sono riuniti davanti al Palazzo di Giustizia francese scandendo cori contro il governo. “Palais d’injustice”, lo ha ribattezzato su Twitter il principale movimento indipendentista corso, Core in Fronte. Una manifestazione silenziosa è andata in scena anche davanti alla cattedrale di Ajaccio. I principali partiti e movimenti per l’indipendenza della Corsica ora chiedono che si faccia luce sull’aggressione da parte del jihadista camerunense, che vengano liberati o “avvicinati” tutti i prigionieri “politici” e che si discuta, appunto, di uno statuto autonomo per l’isola.

Il trasferimento di Colonna in un penitenziario corso era stato invocato da tempo, ma il governo francese si era sempre rifiutato per via del suo status di “detenuto sorvegliato particolare” (Dps). Dopo l’aggressione a chiedere di essere trasferiti in Corsica erano stati anche gli altri due membri del “commando Erignac”, Alain Ferrandi e Pierre Alessandri, attualmente rinchiusi a Poissy. Se la loro richiesta non venisse accolta nelle prossime settimane potrebbero esserci nuove “dure” proteste, promettono gli indipendentisti. Anche il Fronte di Liberazione Nazionale, che nel 2014 ha deposto le armi, ha minacciato l’avvio di una nuova insurrezione armata. Una grana non da poco per il presidente Emmanuel Macron. La decisione di aprire alle rivendicazioni degli attivisti per non far scoppiare una vera e propria rivolta a poche settimane dal voto, infatti, ha avuto l’effetto di riaccendere una campagna elettorale anestetizzata dalla guerra in Ucraina, come dimostrano gli attacchi della destra francese con Marine Le Pen ed Eric Zemmour, che criticano la gestione del caso da parte del ministero della Giustizia e promettono di voler proteggere l’integrità del Paese.

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